Chiedere o non chiedere? Come Collaborare per Vivere Meglio

È risaputo che proverbi e detti popolari racchiudano una conoscenza tanto antica da perdersi nel tempo ma sempre attuale, perché basata su esperienze comuni; per questo, a volte, ci stupiamo di quanto riescano ad esprimere ciò che proviamo. Un esempio ne è il proverbio:

“il dare è onore, il chiedere è dolore.”

Questa massima dichiara in modo semplice e diretto una verità vissuta da tutti, cioè la difficoltà che incontriamo nel chiedere qualcosa a qualcuno. Tale sensazione non ci impedisce effettivamente di fare delle richieste, però ci porta a prevedere tutte le possibili obiezioni dell’altra persona, in modo da valutare le mosse migliori in caso di rifiuto.

Pensiamo, ad esempio, a quando vorremmo chiedere un permesso, un aumento o un cambio di orario a lavoro, oppure a quando avremmo bisogno di qualcuno che curi il nostro animale domestico mentre noi siamo lontani da casa per alcuni giorni, o ancora a quando siamo troppo stanchi per sbrigare le faccende domestiche e speriamo che il partner se ne sia già occupato.

Altri esempi, in cui la difficoltà a chiedere potrebbe essere ancora maggiore, sono quei momenti in cui vorremmo che i nostri amici ci stessero più vicini, o quando avremmo bisogno di un consiglio da un collega più esperto di noi, o ancora quando ci sembra di non riuscire a risolvere i problemi di comunicazione con i nostri figli.

Si tratta di situazioni che tutti vivono nella quotidianità, eppure chiedere aiuto o assistenza ci sembra, nella maggior parte dei casi, sconveniente. Perché?

chiedere

 

La Paura di Chiedere

Se, finché siamo piccoli e dipendiamo dalla nostra famiglia, chiedere è un atto spontaneo, l’unico che ci permetta di soddisfare i nostri bisogni, crescendo impariamo che chiedere ci rende vulnerabili, perché significa riconoscere la superiorità di qualcun altro. Inoltre, la possibilità di scontrarci con un rifiuto mina la nostra autostima, motivo in più per chiedere il meno possibile.

Una volta adulti “forti e indipendenti”, chiedere diventa un’azione da limitare solo a circostanze di estrema necessità e, quando non possiamo proprio evitarla, cerchiamo sempre di ottenere una risposta positiva. Infatti, in caso contrario, ci sentiremmo sminuiti.

Questa, tuttavia, è una concezione sbagliata del chiedere, che la rende più simile a un pretendere: ho bisogno di questo e tu sei tenuto a provvedere.
Nel chiedere, invece, entrano in gioco la fiducia nell’altro, il rispetto della sua libertà e volontà ad assisterci o meno e, soprattutto, la nostra considerazione di noi stessi come persone meritevoli, a prescindere dal riscontro che riceveremo.

In questo senso, chiedere non ha nulla a che fare con il convincere: per chiedere liberamente dobbiamo prima di tutto creare rapporti sereni con gli altri e con noi stessi attraverso tecniche che stimolino il “venirsi incontro” spontaneo, la collaborazione volontaria tra le persone. Proprio quello che ci permette di fare la persuasione.

 

Manipolare, convincere, persuadere

Della distinzione tra manipolare, convincere e persuadere parla anche lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone, esponente di spicco della Scuola di Palo Alto, che a partire dagli anni Ottanta ha studiato la pragmatica della comunicazione umana in stretta collaborazione con Paul Watzlawick, autore di uno dei testi più importanti in questo campo.

Vediamone insieme le differenze:

  • Manipolare significa costringere qualcuno a compiere certe azioni e ad assumere precise opinioni. La manipolazione implica la distorsione delle informazioni, come accade nei regimi totalitari che, ad esempio, filtrano l’accesso ad alcuni siti web ritenuti pericolosi per il pubblico consenso. Inoltre, chi manipola vuole soggiogare l’altro alla propria volontà, e per farlo lo obbliga a compiere rituali appositamente studiati che incanalino i suoi pensieri in una determinata direzione. È il caso, ad esempio, delle sette religiose o di organizzazioni estremiste di vario genere.
  • Convincere viene dal latino cum-vincere e significa vincere sugli altri in virtù della ragione. Chi vuole convincere qualcuno lo fa portando più argomentazioni possibili a proprio sostegno, affidandosi a dati, statistiche, ricerche. A questo si accompagna un linguaggio diretto, oggettivo e privo di artifici retorici. Questa forma di comunicazione si incontra, ad esempio, in convegni, riviste scientifiche, nella didattica e nelle istituzioni.
    Chi convince è certo che la propria tesi sia quella giusta e porta dimostrazioni a suo favore, pensando che questo sia sufficiente a trovare sostenitori. Chi convince non è interessato a discutere e confrontarsi con l’altro: il suo unico scopo è quello di diffondere la propria posizione in forza della razionalità.convincere
  • Persuadere, etimologicamente, significa condurre soavemente a sé. La caratteristica principale di questa forma di comunicazione non sta nel contrapporre una tesi ad un’altra, come nel convincere, bensì nel portare il proprio interlocutore a cambiare spontaneamente la propria opinione, come se fosse una sua decisione volontaria e non indotta da qualcun altro, senza forzature né inganni di alcun genere.

Vediamo, quindi, che la persuasione è agli antipodi della manipolazione, nonostante il pregiudizio diffuso che persuadere significhi “abbindolare”: chi persuade non distorce alcuna informazione né obbliga nessuno a fare nulla, bensì usa le stesse modalità di espressione e parte dallo stesso punto di vista del proprio interlocutore per ampliarne naturalmente lo sguardo su opzioni che non aveva ancora considerato.
Nel fare questo, usa delle tecniche specifiche che coinvolgano tanto la ragione, quanto le emozioni.

In questo modo, la persuasione stimola gli altri a collaborare con noi, aiuta a superare i conflitti quotidiani, crea maggior sintonia e pone le basi per relazioni serene nella vita privata e accordi duraturi nel lavoro.

 

Nel corso delle sue ricerche, Nardone ha sviluppato un modello avanzato di comunicazione che unisce l’antica arte della persuasione con il moderno Problem Solving strategico e con le più recenti scoperte delle neuroscienze: il Dialogo Strategico.

Le tecniche e le strategie di questo modello possono essere applicate non solo ai rapporti interpersonali, ma anche per comprendere meglio noi stessi e per raggiungere più facilmente i nostri obiettivi. Infatti, i metodi del Dialogo Strategico intervengono sul modo in cui percepiamo e intendiamo la realtà che ci circonda, rendendo le nostre reazioni e le nostre decisioni più efficaci in tutte le situazioni quotidiane.

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Al di là del deserto: come Trasformare la Paura in un Viaggio di Scoperta

La società attuale riserva a ciascuno di noi moltissimi stimoli e possibilità: i progressi scientifici e tecnologici degli ultimi decenni hanno cambiato la nostra percezione dello spazio e del tempo, permettendoci di raggiungere qualsiasi angolo del mondo nell’arco di alcune ore e di essere “virtualmente” in più posti nello stesso momento. Videochiamate, lavoro da remoto, corsi online, conferenze a cui ognuno può partecipare anche restando a casa: ciò che prima rappresentava un confine invalicabile, una difficoltà che limitava le nostre esperienze ad un’area e ad una categoria circoscritte, oggi non è più un problema.

 

I Limiti della nostra Mente

Il superamento di impedimenti concreti come questi, tuttavia, non si accompagna ad un superamento delle nostre barriere mentali. Se è vero che ogni giorno abbiamo davanti infinite opportunità da cogliere e che disponiamo dei mezzi per farle nostre, è anche vero che la maggior parte di noi rimane ancorata a una dimensione quotidiana molto più ristretta di quella a cui potremmo accedere.

Fin da quando siamo piccoli, dei bambini curiosi e affamati di conoscenza, liberi da qualsiasi pregiudizio o condizionamento, il mondo esterno ci mostra una strada da percorrere, strada che altri hanno tracciato per noi. Non sempre ci è chiaro chi siano questi “altri”: a volte hanno il volto dei nostri genitori, altre prendono la forma dei nostri compagni di scuola, a cui veniamo paragonati e con cui entriamo in competizione, altre ancora non sono individuabili in una figura precisa, perché crescendo il modello che cominciamo a seguire si perde nella cultura e nelle convenzioni sociali.

Perché, nonostante il moltiplicarsi delle nostre possibilità, continuiamo ad aggrapparci alle piccole certezze di ogni giorno anche se non sempre sono quelle che più ci soddisfano?

Questa domanda riguarda da vicino tutti noi, eppure pochi se la pongono davvero, presi come siamo dalla ricerca di approvazione da parte degli altri.
Crescendo, l’importante non è più fare ciò che ci rende felici, come quando eravamo bambini e assecondavamo le nostre autentiche inclinazioni e i nostri effettivi interessi, senza preoccuparci delle opinioni esterne. Ora che siamo adulti rincorriamo gli ordini dei nostri superiori, vogliamo evitare che la nostra famiglia sia in disaccordo con il nostro modo di vivere, ci accontentiamo di ricevere complimenti per come gli altri ci vedono piuttosto che chiederci chi siamo, cosa vogliamo e come realizzarlo.
È come se ognuno di noi vivesse all’interno di un contenitore, senza riuscire a vedere che, poco più su del proprio naso, esiste una via di fuga che si apre su distese sconfinate, tutte da esplorare.

scoperta

 

Questo è ciò di cui parla anche il grande scrittore e filosofo Igor Sibaldi, che con i suoi recenti studi ha trovato la risposta a questo quesito che tutti dovremmo porci.

 

Sapienza e Comprensione

Secondo Sibaldi, all’origine dei limiti che ci poniamo c’è la confusione tra sapienza e comprensione.
Nonostante il nostro istinto naturale ci porti a farci continue domande e a indagare direttamente la realtà, purtroppo questo istinto non viene incoraggiato, anzi, è soffocato dall’apprendimento di concetti, idee, e filosofie, secondo il pensiero che la conoscenza sia un capire, un comprendere ciò che ci circonda.

La nostra cultura razionalistica vuole padroneggiare il reale, controllarne le leggi, e per farlo ha bisogno di definire ogni aspetto, inserendolo in categorie chiare e ben definite. È proprio così che la nostra conoscenza diventa sempre più limitante, sempre più chiusa su se stessa, innalzando barriere contro ciò che non riusciamo a spiegare secondo gli schemi mentali a cui siamo abituati.

Per Sibaldi, questa forma di conoscenza non può in alcun modo portarci oltre i nostri limiti e aiutarci a realizzare il nostro vero Io. Al contrario, ciò a cui dobbiamo aspirare non è la comprensione del mondo, ma una sapienza molto diversa, che abbraccia il niente, una dimensione che non “si può capire, né afferrare, né comprendere. Si può solo sentire”.

 

Al di là del deserto

Possiamo sapere solo che non sappiamo nulla. E questo è il più alto grado di sapienza umana.
Lev Tolstoj

Questo ci invita a fare anche Sibaldi: spingerci al di là delle certezze della vita quotidiana, di ciò che conosciamo e di chi pensiamo di essere, per iniziare finalmente l’esplorazione di ciò che ci è ignoto e che, per paura, riteniamo inconoscibile.
Fare questo significa ritrovarsi di fronte al niente, proprio come gli ebrei che, fuggendo dall’Egitto sotto la guida di Mosè, si ritrovarono nel deserto: una dimensione a loro sconosciuta, sinonimo di morte e desolazione. Eppure, sorprendentemente, questo deserto non si rivelò vuoto, anzi, regalò loro nutrimento e pace, fino a giungere alla Terra Promessa.

Anche noi, quando saremo nel niente che si apre oltre i confini delle nostre conoscenze, troveremo nutrimento e pace, ricominciando a porci le domande che nel mondo quotidiano abbiamo smesso di farci e trovando nuove risposte ogni giorno, risvegliando così il nostro Io autentico, liberi dalle imposizioni che ostacolano la libera espressione di noi stessi.
Questa, per noi, è la Terra Promessa da raggiungere: la dimensione in cui non ci sono più limiti a ciò che possiamo realizzare o a cui possiamo aspirare, una dimensione definita solo e unicamente da noi, dai nostri desideri e dalla continua ricerca della nostra parte più profonda.

Nei suoi studi, Igor Sibaldi ha definito un metodo grazie a cui rendere questo percorso di crescita e autoconsapevolezza davvero efficace per il nostro benessere quotidiano: il Metodo Metafisico.

Si tratta di un sistema che ciascuno di noi può mettere in pratica nella propria vita di ogni giorno e che ci permette di indagare ciò che si trova al di là delle nostre piccole abitudini, ma che spesso non riusciamo a intuire con la sola ragione.

 

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La storia di Chiara, che aveva dei Confini troppo Stretti

Chiara è una donna come tante: fa quello che fanno tutti, vive una quotidianità nella norma.
Dentro di lei, però, sente il disagio di un tempo che scorre sempre uguale, privo di prospettive, senza la possibilità di realizzare i suoi desideri più profondi.

Guarda fuori dalla finestra. Ormai è estate, e il volo degli uccelli le pare un’espressione di libertà che a lei non è concessa.

Chiara è un po’ come tutti noi e la sua storia è come la nostra, quella che possiamo osservare se abbiamo la forza di guardarci dentro e superare i nostri confini, fino a raggiungere un cambiamento, il punto di svolta oltre il quale volere sempre di più, con felicità e anche un pizzico di tenacia.

Igor Sibaldi sarebbe fiero dei problemi che Chiara ha trovato, della volontà di raggiungere la libertà di quei voli che osservava dalla finestra e che l’hanno portata al punto di svolta verso un futuro diverso.

 

L’inizio del Viaggio: il tuffo nei problemi

Chiara inizia questo viaggio all’improvviso.

Il mondo che le sta attorno ha fissato delle rigide regole che Chiara osserva da tempo: i doveri quotidiani, che tracciano un passato pesante e un futuro rigido, devono essere controllati in ogni aspetto per essere giudicata “brava, buona e bella”.

Pian piano si è lasciata trasportare in un mondo stretto e costretto, senza spazi di espressione creativa. Il “dovere” è il mantra di ogni giorno.

Il “non sentirsi a suo agio” in queste regole è dovuto al suo vissuto personale e alla sua relazione con il sistema di controllo che c’è attorno a lei, ma soprattutto dentro di lei.

“Ho sempre questa esigenza di tenere tutto sotto controllo, in ogni istante del giorno e della notte”.

Del resto, non farlo comporta il non rispettare le regole che impongono di essere bravi e diligenti. Non farlo non è contemplato: è come se, venendo meno alle regole, il mondo potesse crollare.

Chiara è come sdoppiata. Una parte di lei è consapevole di ciò che sta accadendo e del grigiore di cui si colora vivendo sotto quelle regole quotidiane: si osserva dall’esterno e vede che dentro di lei c’è una seconda Chiara.
L’ altra se stessa, invece, è tenace nel mantenere il controllo.

conoscere se stessi

Una parte di lei, infatti, è completamente immersa in un mondo di regole, perfettamente immedesimata nei ruoli quotidiani di madre, moglie, lavoratrice, figlia, consumatrice, sportiva, schierata politicamente, e così via. Va dritta verso il suo obiettivo di efficienza quotidiana.

L’altra Chiara, la prima, riesce ad osservarla perché è oltre, ma il suo alito di vento a volte è lontano: si trova in un punto un po’ più in là, legata alla speranza che da quel tunnel senza luce si possa anche uscire.

La Chiara Autòs, cioè la Chiara un po’ rigida e immersa nei doveri, rinchiusa nell’orizzonte ristretto della mente ordinaria, non vuole assolutamente perdere il controllo. L’Autòs di Chiara non vuole demordere e fa scelte che la allontanano da quel cambiamento che assume l’aspetto delle paure più grandi.

Il cambiamento è l’esatto opposto del controllo. Il cambiamento fa paura.

 

Dal Controllo al Cambiamento

Così ragiona la mente, mantenendoci nel tanto rassicurante status quo.
È così che veniamo addomesticati nei nostri sistemi sociali, di credenze, politici, religiosi. È una versione collettiva di una mente che vuole rimanere ancorata a ciò che conosce, che è facilmente gestibile e controllabile.

Chiara sa che per uscire dalle regole che non le consentono di esprimere ciò che ha dentro deve affrontare un cambiamento, e quindi perdere il controllo.

Chi controlla non è mai disposto a cedere spazio: grande energia viene spesa affinché non avvengano cambiamenti che modifichino lo stato delle cose, anche dentro di noi.
Quando siamo immersi nel nostro status quo spendiamo molta energia per cercare di rimanervi e sentirci al sicuro, convinti che ogni cambiamento porterebbe grandi disastri, sofferenze, perdite.
Eppure, non ci rendiamo conto che siamo noi stessi i nostri carcerieri.

Questo è il fulcro. Questo è il centro. Per vederlo, però, bisogna librarsi in alto.

 

Non è come quando dici le bugie

Chiara lo capisce questo fulcro. Lo ammette.
Si rende conto che accorgersi di avere un Autòs interiore molto spaventato, ma anche fortemente al comando, non è come quando dici una bugia e vieni scoperto.

Quando la tua bugia viene scoperta, il palcoscenico cade e tutto il mondo si riorganizza attorno alla nuova realtà, ripartendo su una strada diversa, non menzognera: sei stata scoperta e ricominci con un’altra azione.

No, non funziona così con la nostra testolina.

Ogni santo giorno bisogna ammetterlo, esercitarsi, prendere confidenza, tentare nuove strade perché Autòs, la sua paura e il suo bisogno di controllo avranno sempre voglia di tornare nel piccolo mondo che già conoscono.

Noi non siamo fatti per rimanere nel mondo conosciuto: quella parte di noi che ama il controllo ci è utile per le azioni pratiche quotidiane, che non dobbiamo re-imparare ogni volta.
Per il resto, siamo scoperta, immaginazione, stupore e questo è ciò che Chiara da qualche parte manteneva vivo.

È quello che ciascuno di noi, in fondo, sa.

scoperta

 

Poi tutto Cambia e si Esce dai propri Confini

Come fa Chiara ad attivare la forza del cambiamento?

La storia di Chiara ci aiuta a scorgere alcuni schemi che possono valere anche per noi, per uscire da quei confini per i quali non siamo fatti, attraversando il deserto di cui parla Igor Sibaldi.
Chiara ha messo in pratica, senza conoscerlo, il Metodo Metafisico, il famoso Competence Without Comprehension di cui Igor Sibaldi parla spesso.

Chiara fa una cosa mentre compie il suo percorso: si proietta idealmente nel suo futuro.
Immagina se stessa in un periodo in cui è una persona diversa, fa cose diverse, si sente entusiasta, realizza alcuni suoi progetti che da tempo vede come possibilità lontane. Si sente felice e libera.

Chiara visualizza un futuro che non c’è, ma che inizia a vedere come possibile: lei vuole uscire dalla realtà attuale che le sta stretta e diventare la Chiara che è nel suo futuro immaginato.

Un futuro in cui non fa solo quello che fanno tutti, in cui è una persona normalissima, ma in cui è anche felice e libera da quel mondo così stretto che sta vivendo ora.

Si toglie di dosso un vestito che la infastidisce e la costringe in una condizione asfissiante.

libertà

 

Questa problematica, in quel futuro, non la rappresenta più e ciò che vede di sé tra qualche anno è una condizione di grandi possibilità.

Chiara, metafisicamente parlando, inizia a vivere secondo il principio di scopo, abbandonando il principio di causa-effetto: il futuro che vuole la aiuta a cambiare il presente affinché tutto si avveri.
Così è stato e così è sempre, per chiunque di noi.

 

La Libertà come Desiderio

“Non ero libera di scegliere perché sottostavo morbosamente a leggi e legacci che io stessa mi ero creata.”

Il tema della libertà ritorna spesso nella storia di Chiara: non si sente libera e questa condizione inizia a generare in lei un desiderio che, pian piano, riduce la forza di Chiara Autòs a tal punto da poter immaginare un momento in cui nuove porte si spalancano. Il cambiamento è stato desiderato.

Un ricordo fa capolino nel suo presente, fra un problema e l’altro: devi solo vivere la vita.
Si accorge che non sta vivendo, che è sempre occupata a pensare a come rimanere nei suoi problemi, così rassicuranti.

La strada che ha intrapreso è una strada che ha percorso da sola, dentro di sé, anche se accanto ha avuto tante persone che hanno continuato a starle vicino.
Perché, come lei stessa dice, “non c’è nessuno che possa davvero vedere e sentire quel che hai dentro” ad eccezione di quella Chiara che, da qualche parte, vedeva la vita scorrere e che, a un certo punto, ha desiderato un futuro diverso.

La strada del guerriero è la strada di tutti noi.
Non si tratta propriamente di battaglie, anche se portiamo addosso una serie di cicatrici ideali, raccolte nel corso di prove, scoperte e tentativi, a volte estremamente dolorosi. Dice Sibaldi: “Se tu scopri, non puoi sbagliare. Si comincia a sbagliare non appena si smette di scoprire”.

E se scrivessi “Non ascoltare gli altri, che non sanno quello che dicono” non sapreste dirmi se a dirlo sia stata Chiara o Igor Sibaldi. Ma non ha importanza, purché possa ispirare.

Chiara il suo percorso lo ha fatto. Si è aggrappata alla vita ed ha lasciato il suo passato, con una grande forza di perdono verso se stessa che l’ha portata avanti verso quel futuro che continuamente si crea e si ricrea con nuovi desideri.

Chiara sa che non le basta e non le basterà mai. Chiara ha esteso così tanto i suoi confini da essersi abituata a un Io molto più vasto, che non vuole smettere di fare nuove scoperte.

Chiara ha avuto una volontà talmente potente che oggi vive di entusiasmo, con una visione avida di futuro e di desideri perché “i problemi ti portano giù, ma io voglio salire sempre più su”.

Nei suoi occhi passa l’immagine di una forza realizzatrice che, se ha saputo trovare lei, potrà trovare anche noi tutti.

 

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Come Risolvere i Problemi (anche i più complessi) in 7 passi

Tutti noi, nella nostra vita quotidiana, siamo alle prese con difficoltà più o meno grandi.

Qualcuno forse si ritrova a gestire alcune tensioni sul posto di lavoro; altri, magari, vorrebbero capire come migliorare i propri rapporti familiari, o quale sia il modo più rapido per raggiungere un obiettivo personale.

Qualunque sia il problema che vorremmo superare in questo momento della nostra vita, quel che è certo è che tutti abbiamo bisogno di trovare soluzioni semplici anche ai problemi più complessi, per non lasciare che questi ci impediscano di vivere in modo sereno, ostacolando la nostra crescita.

Il Problem Solving Strategico® e il Dialogo Strategico, sviluppati dallo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone, rappresentano tecniche avanzate che ci aiutano a risolvere in modo efficace anche le situazioni più complicate, davanti a cui, a volte, rischiamo di bloccarci.

 

Per fare questo, Nardone suggerisce di utilizzare degli autoinganni strategici che ci spingano oltre le solite forme di ragionamento e i soliti tentativi ripetuti, consentendo alle risorse della nostra mente di emergere e di esprimere a pieno la nostra creatività.

Infatti, quando ci troviamo di fronte a una difficoltà – sia essa personale, relazionale o professionale – di solito utilizziamo qualche strategia già sperimentata con successo in passato.

Se la strategia scelta funziona, la difficoltà si risolve in breve tempo.

Se, invece, la nostra strategia non funziona come ci saremmo aspettati, continuiamo ad insistere, complicando ulteriormente la situazione iniziale. Così facendo, le tentate soluzioni messe in atto finiscono per alimentare il problema.

Per impedire che ciò accada, bisogna rompere questo circolo vizioso lavorando su come funziona il problema piuttosto che sul perché esiste, sulla ricerca delle soluzioni piuttosto che delle cause.
In questo modo, il nostro punto di osservazione si sposta verso una prospettiva più elastica e funzionale, con maggiori possibilità di scelta.

 

Ecco i 7 passi da seguire secondo Giorgio Nardone.

 

1. Definire il problema concretamente

L’accento va posto su come il problema si presenta ora, in questo preciso momento, e su come funziona. Chiediamoci: cos’è effettivamente il problema? Chi ne è coinvolto? Dove si verifica? Quando appare? Come funziona?

In questa fase è utile anche immaginare come potrebbero percepire il problema altre persone che conosciamo bene, assumendo il loro punto di vista. Ciò apre la strada ad una percezione diversa e più ampia, dando al problema delle nuove prospettive.

 

2. Stabilire l’obiettivo

Una volta definito il problema, il passo successivo è quello di stabilire concretamente i cambiamenti che, una volta realizzati, risolveranno il problema. In questo modo avremo chiaro davanti a noi l’obiettivo e la realtà concreta che vogliamo raggiungere.
Chiediamoci: cosa è necessario toccare, vedere, sentire e provare affinché si possa dire effettivamente che il problema è risolto.

 

3. Valutare tutte le soluzioni fallimentari tentate fino ad ora

L’analisi di tutte le soluzioni tentate finora per risolvere il problema senza successo non è casuale. Cos’è, infatti, che mantiene alimentato un problema se non il suo tentativo fallimentare di combatterlo?
Detto in altri termini, sono proprio le tentate soluzioni che mettiamo in atto ripetutamente ad alimentare il problema che vorremmo risolvere.

Concentrando l’attenzione su questi aspetti, capiremo cosa non fare e cercheremo soluzioni alternative.

 

4. La tecnica del come peggiorare

Questa tecnica consiste nel rispondere alla domanda: se volessi peggiorare ulteriormente la situazione invece di migliorarla, come potrei fare? Questo quesito gioca un ruolo importantissimo nella risoluzione, in quanto ha l’effetto di creare un’avversione verso tutte le possibili azioni fallimentari compiute in precedenza, aumentando la nostra motivazione al cambiamento.

 

5. La tecnica dello scenario oltre il problema

Grazie a questa tecnica possiamo immaginare nei dettagli lo scenario che si presenterebbe al di là del problema, una volta che questo sarà pienamente risolto o una volta che il nostro obiettivo sarà raggiunto. Dobbiamo visualizzare quali sarebbero tutte le caratteristiche della situazione ideale che si presenterà dopo aver realizzato il cambiamento strategico.

In questa fase l’immaginazione viene lasciata libera di costruire lo scenario, per poi selezionare gli aspetti realizzabili concretamente in seguito.

 

6. La tecnica dello scalatore o dei piccoli passi

La successiva cosa da fare è concentrarsi sempre sul più piccolo cambiamento da realizzare, proseguendo per piccoli passi.

Questa tecnica è definita “dello scalatore” perché segue il ragionamento di uno scalatore che vuole raggiungere la vetta: invece di studiare il percorso partendo dalla base della montagna, lo scalatore parte dalla vetta e procede a ritroso fino al punto di partenza. Questo serve per evitare percorsi fuorvianti rispetto all’obiettivo da raggiungere.

raggiungere gli obiettivi

 

7. Aggiustare progressivamente il tiro

Se il problema fosse complesso al punto da richiedere un insieme di soluzioni in sequenza, è fondamentale non affrontare insieme tutti i problemi e iniziare, invece, da quello più accessibile sul momento. Una volta risolto il primo, si passerà al secondo e così via.

Sarà così possibile aggiustare progressivamente il tiro, tenendo sempre bene a mente dove si vuole arrivare in concreto e agendo in modo dinamico per far fronte a tutti i cambiamenti che si potrebbero presentare lungo il percorso, fino a giungere alla soluzione stabilita.

 

Questi sono i 7 passi del Problem Solving Strategico® di Giorgio Nardone, attraverso cui possiamo trovare, in tempi brevi, soluzioni alle difficoltà che ognuno di noi affronta in ogni ambito della propria vita, sia personale che privata.

Oltre a questi 7 step, Nardone ha sviluppato anche una serie di tecniche avanzate di Dialogo Strategico per adattare la nostra comunicazione a diverse situazioni, così da entrare facilmente in sintonia con gli altri e superare velocemente i conflitti quotidiani, migliorando la qualità delle nostre relazioni.

 

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Potrai partecipare a L’arte di Dialogare Strategicamente, il nuovo corso di Giorgio Nardone in cui apprenderai quali sono le parole da usare per stabilire intese di lunga durata e come comprendere meglio te stesso e gli altri attraverso le domande giuste.
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Come Cambiare in tempi brevi: il Dialogo Strategico di Giorgio Nardone

L’interazione è una costante della nostra vita che accompagna ogni nostra azione e decisione, dalla più piccola alla più importante. Per interazione non si intende solo lo scambio di informazioni tra noi e gli altri, ma pure il dialogo interiore che, ad ogni istante, abbiamo con noi stessi.

Pensiamo, ad esempio, a tutte le volte che la collaborazione con i colleghi è fondamentale per concludere un progetto di lavoro, o a tutte le volte che dobbiamo gestire le obiezioni dei clienti in modo costruttivo per trasformare le loro critiche in spunti per crescere e migliorare.

Il modo in cui ci rapportiamo con gli altri non determina solo le nostre relazioni professionali, ma anche la nostra vita privata: è il caso dei normali conflitti quotidiani che possono sorgere tra genitori e figli, o delle piccole incomprensioni all’interno della coppia, o ancora dei dubbi su noi stessi e sulle nostre capacità che, a volte, ci frenano, ponendo dei limiti al nostro desiderio di cambiamento.

Uno degli errori più comuni sta nel ritenere che la realtà circostante non dipenda da noi. Questo è vero solo in parte: infatti, anche se non possiamo controllare il mondo esterno, possiamo cambiare la nostra percezione di esso e di tutto ciò che ne fa parte, comprese le nostre interazioni con gli altri e con noi stessi.

Questo è proprio uno degli obiettivi del Dialogo Strategico ideato da Giorgio Nardone, psicologo e psicoterapeuta, fondatore insieme a Paul Watzlawick del Centro di Terapia Strategica di Arezzo.

 

Il Dialogo Strategico

Il Dialogo Strategico si fonda sul principio del “conoscere cambiando”: se la terapia tradizionale sostiene che, per raggiungere nuovi traguardi, bisogna prima analizzare i propri comportamenti, indagarne le cause, capire perché il nostro modo di agire e di pensare non è il più efficace a raggiungere i nostri scopi, l’approccio strategico di Nardone è molto più pragmatico.

Questo metodo non è incentrato sulla spiegazione logica di un problema e sulle istruzioni da seguire per risolverlo, bensì su una serie di tecniche che permettono a ciascuno di noi di vivere, fin da subito, nuove esperienze, cambiando già dal primo momento la nostra percezione delle difficoltà.
In questo modo, il Dialogo Strategico ci accompagna lungo un percorso di conoscenza esperienziale, durante cui, passo dopo passo, facciamo luce sui meccanismi che compongono i problemi, proprio mentre scopriamo anche la loro soluzione.

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Le tentate soluzioni ripetute

Questo è possibile perché il Dialogo Strategico agisce direttamente su quelle che Nardone definisce tentate soluzioni ripetute, cioè le azioni e i comportamenti che siamo abituati a replicare in varie situazioni, anche se non sono quelli più funzionali.

Ciò avviene perché la nostra mente tende naturalmente a ritenere corretto quello che in passato ci ha permesso di raggiungere un obiettivo o superare un ostacolo.
In realtà, per quanto due situazioni possano essere simili, non saranno mai identiche tra loro, perciò è necessario adattare continuamente le nostre azioni e i nostri pensieri alle diverse condizioni che affrontiamo nel corso della vita.

Il Dialogo Strategico, attraverso le sue tecniche innovative, ci permette proprio di percepire direttamente la disfunzionalità di cui eravamo inconsapevoli fino ad un attimo prima, stimolandoci automaticamente a correggere i nostri comportamenti abituali con altri più adatti al nuovo contesto.

Ecco perché il Dialogo Strategico è una delle forme di comunicazione più avanzate ed efficaci sia per conoscere meglio noi stessi, che per migliorare i nostri rapporti con gli altri!

 

Giorgio Nardone, con le proprie ricerche nell’ambito della Terapia Breve Strategica, ha sviluppato dei protocolli specifici per il trattamento di particolari patologie e disturbi (tra cui, ad esempio, fobie, ossessioni, disturbi alimentari). Inoltre, il Dialogo Strategico è molto efficace anche in ambito sportivo e in situazioni quotidiane, aiutando tutti noi a raggiungere una maggior consapevolezza di noi stessi, delle nostre risorse e a sviluppare le nostre capacità sia in ambito personale che professionale.

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Come guardare il mondo dalla giusta prospettiva e trovare la via per vivere sereni

Oggi il progresso della tecnologia, le conoscenze scientifiche e la fiducia nella logica hanno una profonda influenza sulla vita quotidiana di ciascuno di noi.

Ogni nostra più piccola azione, a lavoro come nel tempo libero, è svolta attraverso mezzi che la rendono più agevole e immediata: ci teniamo in contatto con telefoni cellulari e social network, gestiamo gli impegni professionali grazie a software di vario genere e ci scambiamo documenti tramite email, monitoriamo la nostra attività sportiva usando applicazioni su smartphone, andiamo a caccia di nuove ricette su Google o forum di cucina, prima di andare a dormire leggiamo libri su tablet.

Il fatto che tali strumenti abbiano portato cambiamenti così notevoli nella nostra vita di ogni giorno, ci fa sorprendere delle capacità della mente umana: passo dopo passo, progresso dopo progresso, la scienza e la logica hanno permesso alle nostre conoscenze di avanzare, con la speranza che magari, un giorno, riusciremo a comprendere tutti i fenomeni che ci circondano.

Eppure questa situazione, a pensarci bene, racchiude alcune contraddizioni.

Se davvero, nel tempo, la mente umana si è avvicinata e continua ad avvicinarsi sempre più alla sapienza, allora questo dovrebbe anche avvicinare ciascuno di noi alla serenità e alla soddisfazione, ma questo non è un obiettivo così semplice da raggiungere.

Chi di noi può dire di non aver mai provato la sensazione che la propria vita non stesse andando nella direzione che davvero desiderava?

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Non sempre sappiamo il motivo di queste emozioni: a volte, dopo esserci impegnati tanto per raggiungere un traguardo personale o per conquistare una posizione di lavoro, una volta ottenuto il nostro scopo continuiamo comunque a sentirci inappagati, senza capirne il motivo. Da cosa dipende questa confusione?

Lo scrittore Igor Sibaldi, con le proprie ricerche, fornisce una risposta a questa domanda.

 

Sibaldi e la Metafisica: la via per conoscere meglio se stessi

Secondo Sibaldi, le varie forme di conoscenza umana (come la scienza, la tecnologia e la religione) non possono in alcun modo avvicinarci a una profonda consapevolezza di noi stessi e del mondo, perché queste non sono che contenitori limitati di tutto ciò che possiamo conoscere.

L’errore in cui tutti noi cadiamo sta nel porci domande per capire e comprendere la realtà intorno a noi, anziché per scoprire ciò che non sappiamo ancora.

Così facendo, infatti, ci poniamo solo alcuni quesiti, sempre gli stessi. Con una vista così limitata sull’ambiente circostante e sulle nostre possibilità di sviluppo, non è possibile conoscere a fondo se stessi, i propri desideri e il proprio Io autentico.

Al contrario, solo facendo fluire liberamente i pensieri, senza permettere ai pregiudizi, alle certezze e al timore delle opinioni altrui di ostacolarne il percorso, potremo porci le domande giuste grazie a cui trovare risposte sempre nuove ed osservare il mondo con occhi sempre diversi.

Proprio questo è lo scopo della Metafisica secondo Sibaldi: permetterci di intendere la realtà più che di capirla, cioè tendere verso tutto ciò che non abbiamo ancora compreso, così da spingerci continuamente oltre i nostri limiti e portare lo sguardo sempre un po’ più in là rispetto ai confini precedenti, in una scoperta del mondo e di noi stessi che non ha fine.

“Il mondo non è comprensibile, ma è abbracciabile.”
Martin Buber

 

Mettere in pratica la Metafisica nella vita di tutti i giorni significa rientrare in contatto con gli aspetti più profondi del proprio essere e superare tutti i preconcetti, i dubbi e i timori che finora hanno ostacolato la nostra piena crescita personale, acquisendo consapevolezza della vita che vogliamo davvero per noi.

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L’arte del farsi domande: come superare i propri limiti

Quando un bambino non ha più domande, è diventato uomo.
Arto Seppälä

Fare domande, continuamente e su qualsiasi argomento, anche su quelli che noi adulti consideriamo ovvi e banali: probabilmente è questa una delle caratteristiche dei bambini che più ci sorprende.

Anche la scienza ha studiato la loro spontanea e continua curiosità, individuando una fase che tutti noi attraversiamo nel corso della vita: la cosiddetta età dei perché.

L’età dei perché ha inizio intorno ai due anni, momento in cui le nostre capacità di linguaggio cominciano a svilupparsi. Questo permette ai più piccoli di esprimere tutto il loro stupore verso il mondo.

Le domande dei bambini non servono solo a conoscere ciò che ancora non sanno, ma anche a capire perché non sempre possono fare ciò che vorrebbero. Ecco allora che ci pongono domande come “perché devo dormire?” o “perché non posso andare subito a giocare?”.
Per loro è incomprensibile non assecondare i propri desideri e i propri istinti, al contrario di noi adulti, che ce ne dimentichiamo quotidianamente pur di non trasgredire la famosa regola prima il dovere, poi il piacere.

Questi interrogativi potrebbero sembrarci sciocchi, eppure basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per rendersi conto che i bambini possono insegnarci qualcosa di molto importante per vivere sereni: come tornare in contatto con le nostre emozioni e con le nostre aspirazioni.

 

L’arte di porsi domande

Igor Sibaldi, autore ed esperto di filosofia e teologia, ci ricorda che tutti noi, da bambini, siamo stati dei veri esperti nell’arte del fare domande.
Da piccoli ci chiedevamo il perché di tutto, senza dare mai nulla per scontato: la nostra immaginazione correva veloce, molto più veloce delle risposte che i nostri genitori o i nostri insegnanti ci davano, e non ponevamo limiti alle nostre possibilità di scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo e speciale.

Poi, crescendo, qualcosa dentro di noi cambia: le domande che ci poniamo sono sempre meno, la meraviglia per ciò che ci circonda si affievolisce, la nostra sete di conoscenza si smorza, e più che alimentarla attraverso quesiti spontanei la spegniamo con le risposte che la società ci fornisce, ancora prima di scoprire cosa vogliamo davvero.

In questo modo, ognuno di noi si rinchiude in quello che Sibaldi definisce un sottomondo, cioè una realtà molto più ristretta e limitata rispetto a quella che esploravamo da bambini, quando siamo liberi da pregiudizi e ci lasciamo guidare solo dalla gioia e dal piacere derivanti dalla conoscenza.

 

La vita nel sottomondo

Se da piccoli il nostro sguardo riusciva a cogliere un orizzonte sconfinato, e in qualsiasi direzione guardassimo riuscivamo sempre a portare i nostri occhi un po’ più in là, crescendo perdiamo questa dote. Invece di continuare ad assecondare la nostra fantasia, seguire i nostri sogni, indagare la realtà unicamente sulla scia dei nostri veri desideri, lasciamo che tutti questi stimoli spontanei vengano sostituiti dai giudizi altrui su ciò che è giusto o sbagliato, dall’opinione comune su cosa possiamo fare e cosa no.

Piano piano, dal centro di un mondo vastissimo, libero da limiti di qualsiasi genere, ci spostiamo in una piccola porzione di realtà che altri hanno definito per noi.
Inizia così la nostra vita nel sottomondo: una realtà fatta di certezze, ossia insegnamenti che abbiamo assimilato senza mai metterli in discussione, e cose a cui crediamo perché seguiamo l’esempio di quelli che ci stanno accanto, convincendoci che solo se siamo come loro verremo apprezzati.

relazioni con gli altri

 

Non tutti si rendono conto di questo passaggio da una realtà illimitata al sottomondo, perché col tempo ci dimentichiamo di quanto fosse vasto il nostro orizzonte in passato, di quante più cose avessimo la possibilità di scoprire e provare prima di limitarci.
Soltanto chi ha il coraggio di ricominciare a porsi domande, secondo Sibaldi, ha l’opportunità di riportare il proprio sguardo e i propri pensieri sempre più in là, tornando piano piano a riprendere consapevolezza del proprio Io autentico.

 

Il potere della Metafisica

Questo è, per lo scrittore, lo scopo della Metafisica: fornire lo strumento attraverso cui ognuno di noi può giungere oltre i propri limiti, le proprie certezze, rimettendo in discussione i presupposti che finora hanno ostacolato la piena realizzazione del nostro vero essere.

Attraverso il Metodo Metafisico Igor Sibaldi ci guida in un viaggio alla riscoperta di noi stessi e alla ricerca della vera felicità nascosta dentro di noi, che può essere portata alla luce solo superando le paure e le insicurezze che restringono i confini della nostra conoscenza.

 

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Metti una mattina, le faccende, Igor Sibaldi ed io

Igor Sibaldi, studioso di teologia, filologia, filosofia e storia delle religioni, scrittore ma soprattutto qualcuno che mi sta mostrando una strada efficace per cambiare, per dare un senso a molte intuizioni che già avevo, dice che per uscire dai nostri confini e per andare al di là del deserto non dobbiamo essere un noi, ma dobbiamo essere un Io; abbiamo sempre saputo invece che per cambiare le cose è necessario fare gruppo, fare rete, unire le forze e utilizzare la forza delle masse. Dobbiamo essere uniti è il mantra che ci ha accompagnato fino ad oggi, ma Sibaldi ci spiazza quando dice che dobbiamo occuparci della nostra personale lotta.

Ci si può pensare, in una qualsiasi mattinata mentre passiamo l’aspirapolvere: il momento ideale per fare metafisica e porsi delle domande. Soprattutto su quanto lui dice.

 

Fare gruppo o fare l’individuo

Questa mattina mi sento un po’ giù di morale: mi sembra spesso di girare a vuoto e di non realizzare nulla.
Lavoro tanto e mi sembra di non concludere alcunché, di non arrivare da nessuna parte.
Giro attorno alle cose.

Continuo poi a fare confronti con gli altri: li guardo e mi sembrano sempre bravi, efficaci, realizzativi.
Degli altri noto che hanno la capacità di uscire dalla “zona di comfort” e anche di uscire proprio, di relazionarsi, di mettersi in gruppo e realizzare progetti. Di prendersi dei rischi.

rapporto con gli altri

 

Il fatto è che in casa propria si sta bene. Non a caso oggi mi dedico a tirarla a lucido, aspirapolvere alla mano.

Per fare passi avanti però sento, sentiamo, di dover uscire, in tutti i sensi: stare chiusi in casa non fa raggiungere alcun risultato. Giusto?

Sembra sempre che gli altri facciano meglio: nascono contatti, si fa rete, gruppo, comunità, anche affiatata. Ci si cerca.

Fare comunità non è da tutti. Costruire il noi è difficile e richiede costanza, impegno, capacità di relazione e negoziazione. Non è certo sempre “rose e fiori”.

L’individuo deve cedere il passo alla volontà del gruppo e non è per niente facile mettersi da parte per far spazio ad un obiettivo collettivo.

Tra un rumore di aspirapolvere e angolini da ripulire, rifletto sul perché mi è così difficile fare gruppo pur ritenendolo razionalmente una scelta ideale.

Mi è ostico ma sono anche un po’ allergica a tutto ciò. Sono una persona decisamente scomoda da gestire e che difficilmente si piega alle logiche imposte o suggerite da un gruppo.
Non mi piace piegarmi. Effettivamente. Sono ribelle.

 

I primi dubbi, le prime domande

Così mi è venuto in mente Igor Sibaldi, che spesso parla di disobbedienza come di un elemento importante dell’Io.

Come disobbediente vado alla grande: disobbedisco anche a ciò che io stessa reputo razionale. Mi disobbedisco da sola. Sorrido mentre ripasso con l’aspirapolvere la stessa mattonella da almeno due minuti.

Sibaldi dice chiaramente che il creare un noi, un gruppo in cui perdere una parte di sé, un concetto collettivo, non è la strada migliore. Non è la strada  per superare i nostri confini personali e ricercare la connessione con un Io molto più grande. Il contrario di ciò in cui credono in molti, me compresa. Invece, dice lui laconico: “Se c’è un ‘noi’ non esiste connessione”.

Mi fermo e spengo l’aspirapolvere. Devo solamente cambiare stanza, ma effettivamente inizio a pormi delle domande perché tutto questo mette in crisi alcune certezze.

Sicuramente non solo mie. Davvero il tema di comunità, rete, gruppo non è da perseguire?

Adesso bisogna uscirne da soli: la nostra è un’epoca di Noè. Noè non portò tanti umani sulla sua arca … si salvò da solo o quasi.

È il tema cardine del cambiamento, del costruire un mondo migliore: tornare all’Uno, connettersi, diventare un’unica cosa in un nuovo kosmos in cui non ci sarà più l’Io, con la sua individualità, ma solo un’unica entità, l’unica mente, l’unica volontà.

Sono nate filosofie, ideologie, religioni perché si pensava che da certe trappole della vita si potesse uscire in gruppo, con la forza del gruppo. Effettivamente sono due concetti opposti. Almeno all’apparenza.

Ci rifletto su, provo a guardare le cose da punti di vista differenti e inizio a pormi delle domande:

Sibaldi dice che per fare metafisica dobbiamo porci delle domande, fare come i bimbi che si chiedono sempre il perché e il senso delle cose. Farò metafisica con quello che ho ascoltato da lui. Si può fare metafisica su quello che ci dice Sibaldi? Credo non gli dispiaccia.

ascoltare se stessi

 

Non dobbiamo perderci in un gruppo, con le sue regole, il suo pensiero comune, il limitare dell’azione singola, con la sua gerarchia.

Dobbiamo essere un Io.

Un Io che si occupa della sua personale lotta, interiore, con il suo io piccolino.
Ma cosa significa?  Non sembreremmo egoisti a pensare soltanto a noi stessi?

Provo a trovare un elemento in comune, recuperandolo dal passato quando incontrai  una certa storia.

Seguimi. Intendo seguimi mentre passo l’aspirapolvere lungo le stanze di casa mia.

La storia è questa:

Dobbiamo tornare al Tutto perché è successo che un tempo il Tutto decidesse di scendere in questo mondo in cui sperimentare il concetto di separazione. Si è frammentato in varie individualità per capire come poteva sentirsi non essendo connesso. Decise quindi di vivere e sperimentare questo “gioco”, con gioia e piacere. Essendo quindi separati e giocando di vero impegno, le individualità si sono immedesimate in questa realtà perdendo memoria della connessione da cui provenivano e credendo infine di essere state in origine creature separate da tutto il resto.

Il “velo” di cui si sente parlare spesso è questa separazione che crediamo sia reale. Stiamo ancora giocando, convinti che sia estremamente serio, e cercando una maniera per tornare ad un’origine che in qualche modo sentiamo, in lontananza, essere nostra.

In una realtà di individualità, cerchiamo di sperimentare la connessione creando gruppi, comunità, reti e tutto quello che ci dà la possibilità di provare il tema dell’unione.
Un gioco che stiamo giocando troppo bene. Per noi non è più un gioco.

È una storia che ho sentito diversi anni fa e ogni tanto mi torna alla memoria.

Cosa c’entra con Sibaldi e con l’indicazione di curarci del nostro Io
Perché se è un gioco, penso, allora il nostro compito è giocare bene.
Non ci dice, forse, Sibaldi, di vivere e ricercare il nostro piacere? Cosa c’è di più piacevole che giocare un gioco e farlo con il piacere di giocarlo fino in fondo, sapendo che è un gioco? Dobbiamo sperimentare l’individualità, dice la mia storiella, e dobbiamo occuparci dell’Io, dice Sibaldi. Qui c’è il punto in comune.

Eureka!

Eureka nel senso che ho terminato di passare l’aspirapolvere. Farlo è un gioco che non mi piace per niente…

 

Il torto dell’aver ragione

Allora giochiamo, ma diventiamo consapevoli che è un gioco. E se è un gioco possiamo spingerci sempre un po’ più in là, tentare, sbagliare, riprovare, godere di ciò che scopriamo, immedesimarci in giochi sempre diversi: il nostro sperimentare prima o poi avrà fine; nel frattempo divertiamoci.

E’ quello che Sibaldi definisce come l’accorgersi e poi perseguire ciò che ci piace, come elemento di grande e fortissima connessione.

Adesso è il tempo in cui le tue scoperte le fai da te.

Toh! Più gioco e più mi connetto. E più mi connetto e più giocherò finché quel Tutto… mah, forse lo ritroverò. Non so… ho ancora molto da imparare, mi mancano alcuni elementi.

Ho però capito che dobbiamo vivere il gioco ponendoci un obiettivo diverso da quello che ci siamo posti fino ad ora: dobbiamo scoprire l’Io e se siamo qui è per concederci questa esperienza di Io che diventa sempre più grande ed esce dai suoi confini. Senza disperarci ma orientandoci verso ciò che è bello e piacevole, verso l’immaginazione e la capacità di desiderare sempre più in grande.

superare i propri limiti

 

Sarà proprio così?

Dobbiamo avere aspirazioni personali senza perdere la nostra identità nei vari gruppi che incrociamo lungo la strada. Quale strada?

Quella nel deserto.
Nel deserto non mi basterà il mio aspirapolvere… troppa sabbia…
Quando ci accorgiamo che la vita è come un gioco possiamo iniziare ad astrarci e a guardarla a distanza, da punti di vista differenti e meno coinvolti. Magari da un centro, fisso come il perno di un orologio.

Sono riuscita ad unire ciò che Sibaldi dice con il tema del noi a quegli argomenti tanto cari all’esoterismo e nei quali ho visto troppe volte le persone perdersi sotto l’ala protettrice del guru di turno, delegando se stessi.

Fortunatamente Sibaldi non verrà mai a conoscere i miei pensieri mattutini, in tuta e ciabatte.

Ho fatto metafisica ponendomi delle domande e cercando le risposte.
Ho trovato il modo di dare un senso a due temi che sembrano in contrapposizione. Ora ho un punto fermo da cui ripartire.

Ecco. La metafisica sibaldiana dice anche che se hai delle certezze, se hai trovato delle risposte, se pensi di essere nella verità è il momento in cui sei lontano dalla connessione e dall’uscire dai tuoi confini, dal diventare più grande.

Sono quindi ancora dentro al mio deserto? Ho semplicemente fatto un esercizio per “avere ragione”?

Iniziamo ad uscire dal nostro deserto, i nostri confini personali, quando capiamo di avere avuto torto su tutto e rimettiamo in discussione ogni cosa che prima sapevamo essere giusta.

Oggi ho messo in discussione un tema importante ma ho voluto aver ragione. Ho voluto per forza di cose trovare quel punto in comune che salvasse le mie vecchie convinzioni, informazioni, certezze.
Accidenti! Ho avuto torto sul mio aver ragione.

Mi ci vorrà ancora un po’ di metafisica, di sane domande e di cammino mentre ancora passeggio nel mio deserto e cerco di andare oltre. Ma almeno ho iniziato a passeggiare.

Tu non sai niente: è il segreto per poter cominciare a muoversi nel deserto.

 

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Come superare la paura dell’ignoto

Domenica 21 maggio si celebra la Giornata mondiale della diversità culturale, istituita allo scopo di promuovere il dialogo tra culture, popoli e nazioni, nel rispetto della diversità e dell’unicità di ciascuno.

Anche noi italiani veniamo a contatto ogni giorno con la diversità culturale: il nostro Paese è conosciuto in tutto il mondo per la ricchezza di usi, costumi e tradizioni che cambiano non solo tra regioni, ma anche da paese a paese.

Nonostante ciò, non sempre tale ricchezza viene percepita come un punto di forza, anzi, per alcuni rappresenta quasi una minaccia: chi è diverso da noi può spaventarci, e meno ne sappiamo, più suscita la nostra diffidenza.

Allo stesso modo, anche il futuro e le situazioni inesplorate possono destare in noi una certa preoccupazione. Il meccanismo è lo stesso: tendiamo ad allontanarci da ciò che non conosciamo piuttosto che cogliere le possibilità di arricchire le nostre esperienze.

 

La paura del diverso e dell’ignoto

Simili timori sono controproducenti per la nostra serenità e per le nostre relazioni.

Ricordiamoci che viviamo in una società multietnica e globalizzata, in cui le distanze sono sempre più brevi e i confini nazionali sempre meno netti: nascere in uno Stato, vivere in un altro e viaggiare da un punto all’altro del mondo è all’ordine del giorno.
Il dialogo e la cooperazione diventano quindi fondamentali sia per arricchire la nostra identità e la nostra vita personale, che per lo sviluppo della società nel suo complesso.

paura dell'ignoto

 

Uno studio condotto dalla Ucla su un gruppo di bambini ha rivelato che la paura del diverso e dell’ignoto non è innata nell’uomo, perché le differenze non li spaventano.
Questo dimostra che siamo naturalmente inclini al confronto e all’apertura verso ciò che non conosciamo, tuttavia, a mano a mano che sviluppiamo un senso di appartenenza a una precisa identità culturale, tale predisposizione può indebolirsi.

 

Il dialogo e il confronto aiutano a crescere

Nel contesto odierno è fondamentale guardare alle differenze e alle novità come stimoli per migliorare se stessi, la propria capacità di adattamento a situazioni inaspettate e il dialogo. Si tratta di strumenti indispensabili per allargare i propri orizzonti e reinventarsi ogni giorno senza pregiudizi, raggiungendo soddisfazione e felicità!

Scenari sconosciuti come trasferimenti, nuovi lavori o rotture sentimentali possono comportare dei momenti di crisi personale delicati, accompagnati da una lenta trasformazione dei propri valori, delle proprie convinzioni e della propria identità.
Imparare a gestire tali evoluzioni, adattandosi alle circostanze che la vita ci pone davanti, permette di acquisire una mentalità più elastica e aperta.  

 

Stimolare lo sviluppo personale: come cambiare le convinzioni

Robert Dilts, che ha contribuito fin dalle origini ad innovare la Programmazione Neuroliguistica, collaborando con John Grinder e Richard Bandler, ha studiato una tecnica molto efficace per favorire la trasformazione personale.
Questa tecnica si basa sul ciclo naturale di cambiamento delle convinzioni, costituito da 6 fasi:

  1. Voler essere convinti di qualcosa di nuovo, ad esempio, della propria capacità di affrontare una nuova sfida professionale. In questa fase la convinzione è desiderabile;
  2. Diventare aperti alla convinzione, cioè mettere in discussione le idee precedenti e prepararsi ad un processo di evoluzione personale. In questa fase pensiamo che la nuova convinzione sia possibile;
  3. Essere convinti, fase in cui la nuova convinzione inizia a radicarsi nella nostra mente e iniziamo a credere pienamente nelle nostre capacità di raggiungere l’obiettivo. Qui la convinzione diventa appropriata;
  4. Diventare aperti al dubbio, momento in cui la nuova e le vecchie convinzioni vengono confrontate, fino ad abbandonare del tutto queste ultime, che altrimenti ostacolerebbero il nostro percorso di crescita. Ora crediamo che siamo in grado di raggiungere il cambiamento;
  5. Ricordare ciò di cui si era convinti, vedendone tutti i limiti rispetto alla situazione presente e rendendoci conto che il cambiamento sta avvenendo concretamente;
  6. Avere fiducia, cioè la fase finale, quella in cui raggiungiamo una piena fiducia nella nuova convinzione e cominciamo a trarne i vantaggi desiderati. Finalmente vediamo che meritiamo i risultati che volevamo.superare la paura

Per attraversare questo ciclo ogni volta che abbiamo bisogno di essere più efficaci e di risvegliare le nostre doti personali, Robert Dilts suggerisce di seguire questo esercizio con l’aiuto dell’ancoraggio:

  1. State in piedi nello spazio scelto per la fase “essere convinti” e pensate alla nuova convinzione che vorreste acquisire, fino a quando non siete completamente ancorati a questo stato;
  2. Passate nello spazio della fase “aperti alla convinzione” e fate attenzione alle emozioni che provate nel sentirvi meglio predisposti verso di essa, grazie anche all’aiuto di mentori, fino a quando non siete pronti per proseguire;
  3. Affrontate i dubbi e i timori che potrebbero sorgere nello spazio “aperti al dubbio”, valutando se ci sono vecchi elementi che vorreste conservare o se ci sono nuovi elementi che vorreste modificare, finché non sentite che ogni conflitto tra vecchie e nuove convinzioni è risolto;
  4. Spostatevi nello spazio “si era convinti” ed esaminate le differenze tra il vostro vecchio modo di affrontare la situazione e le nuove risorse personali che stanno emergendo in voi, grazie a cui agirete in modo più efficace d’ora in avanti;
  5. Raggiungete lo spazio “fiducia” e abbracciate pienamente il vostro nuovo stato emotivo, in cui vi sentirete più sicuri di voi stessi e pronti al raggiungimento dell’obiettivo.

Questo ciclo di cambiamento delle convinzioni dimostra che non esistono idee e situazioni immutabili nella vita, perché il nostro modo di reagire alle circostanze può essere adattato e potenziato attraverso le giuste strategie.

Aprirci al cambiamento e acquisire una mentalità più elastica può aiutarci tanto nel raggiungimento dei nostri obiettivi personali, quanto nel confronto con gli altri. Ogni situazione può rivelarsi un’occasione di crescita e trasformazione, avvicinandoci sempre più alla persona che vogliamo essere.

 

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Ridere è una cosa seria! I benefici di una sana risata

C’è un’azione di cui solo gli esseri umani e pochi altri mammiferi sono capaci, eppure non è nulla di complesso, anzi, è una manifestazione del tutto spontanea. Non si tratta né dell’abilità di compiere complicati calcoli matematici, né di utilizzare avanzate capacità logiche, ma di qualcosa di davvero naturale e istintivo.

Stiamo parlando della risata, una delle prime capacità che sviluppiamo da neonati ma che poi, crescendo, pratichiamo sempre meno: pare che passiamo da 300 risate al giorno quando siamo bambini, ad appena 20 una volta adulti.

 

Ridere è una capacità eccezionale

Solo gli uomini, le grandi scimmie e alcuni pappagalli ridono e si fanno contagiare dalle risate dei propri simili, il che dimostra quanto la risata sia una capacità eccezionale nel senso letterale del termine. Ce ne rendiamo conto ancora meglio se pensiamo che tutte le persone ridono allo stesso modo, a prescindere dalla lingua che parlano e dalla cultura a cui appartengono: ridere è un vero e proprio collante sociale, che oltrepassa ogni confine e costituisce un mezzo di comunicazione comprensibile a tutti.

Ridere giova al nostro spirito e al nostro corpo in molti modi, tanto che una disciplina dello Yoga si basa proprio su tali benefici: si tratta dello Yoga della Risata, in cui esercizi di respirazione tipici dello Yoga vengono combinati ad altri per stimolare la risata senza motivo, per pura giocosità, proprio come avviene nei bambini. Il diffondersi di questa disciplina ha fatto sì che nel 1998 si tenesse la prima Giornata Mondiale della Risata, che ricorre il 4 maggio di ogni anno allo scopo di portare la pace in se stessi attraverso la risata e di diffondere questa stessa pace in tutto il mondo.

neonato ride

 

Perché ridere fa bene

Ecco alcuni fattori psicologici e fisiologici che ridere aiuta a migliorare:

  • Ridere rafforza i legami affettivi

La risata è un’emozione sociale: ecco perché ridiamo di più quando siamo in compagnia e le risate altrui ci contagiano già dal suono, ed ecco anche spiegato il ruolo (scientificamente provato) della risata nel corteggiamento.

Lo vediamo nella nostra vita di tutti i giorni: preferiamo condividere il tempo con chi ride insieme a noi e con chi ci fa ridere, scegliendo le nostre amicizie e il nostro partner anche in base a questo. La risata si accompagna a divertimento, condivisione, serenità, benessere: perciò le risate forzate sono difficili da nascondere, a meno che non si sia dei bravi attori. Quindi, più ci lasciamo andare e siamo propensi a ridere con gli altri, più i nostri rapporti interpersonali migliorano.

  • Ridere fa bene alla circolazione sanguigna

Quando ridiamo i nostri vasi sanguigni si dilatano, favorendo la circolazione del sangue e, di conseguenza, limitando il rischio di problemi cardiovascolari. Ridere abbassa la pressione e il livello degli ormoni dello stress, mentre aumenta quello degli anticorpi e di ormoni positivi come le endorfine. La famosa clownterapia si basa proprio sulla capacità di migliorare le nostre condizioni fisiologiche e di stimolare la risposta del nostro corpo alle cure mediche grazie a un umore più positivo e allegro, da ottenere anche attraverso la risata.

  • Ridere combatte paura e tensioni

Un chiaro esempio di questo effetto è dato dalle vignette umoristiche, che, oltre a mettere in luce limiti e contraddizioni della contemporaneità, combattono la paura e allentano le tensioni sociali e politiche, suscitando il riso anche in condizioni che non lo favoriscono. Ecco perché i bravi leader sono dotati anche di umorismo, qualità che rende più facile la gestione di situazioni critiche e stressanti, oltre ad aiutare le negoziazioni.

  • Ridere aumenta la resilienza

La resilienza può essere definita come lo sviluppo di risorse, nuovi obiettivi e fiducia in se stessi grazie a cui superare le sfide della vita e uscirne più forti e consapevoli. È quindi un elemento che favorisce la crescita personale, l’evoluzione e la trasformazione delle proprie capacità, non una semplice resistenza alle difficoltà della vita, come spesso si crede.

La risata e l’umorismo sono fattori importanti per stimolare la resilienza: ridere permette di ristabilire il corretto equilibrio nelle situazioni su cui concentriamo troppe attenzioni, suscitando in noi ansia e insicurezza. Quando ci sentiamo sovrastati dalle circostanze, trovare il modo di sfogare le preoccupazioni in una risata fragorosa alleggerisce emozioni e pensieri, ridandoci la giusta prospettiva.

La risata, ricaricando le nostre energie psicologiche ed emotive, ci aiuta ad essere creativi e a pensare fuori dagli schemi, il che ci permette di volgere lo sguardo verso opportunità che, magari, avevamo sottovalutato. Inoltre, l’umorismo ci aiuta a sorridere dei limiti nostri ed altrui, accettandoli con tolleranza e combattendo la tendenza controproducente al perfezionismo.

ridere fa bene

 

Esercizio del “filtro per ridere”

Richard Bandler, uno dei padri della Programmazione Neurolinguistica, ha detto:

 

“Se possiamo ridere di una cosa, possiamo anche cambiarla.”

 

Ecco perché esercitare il più possibile l’umorismo e allenarci all’ ”arte della risata” può aiutarci ad affrontare le situazioni in modo più efficace, con un maggior controllo delle nostre emozioni, reazioni e, soprattutto, con una miglior gestione dello stress di fronte alle difficoltà.

Ecco un esercizio suggerito proprio da Bandler per affrontare ogni circostanza con un sorriso:

  1. scriviamo su un foglio un problema o una difficoltà che abbiamo in questo momento;
  2. analizziamo quello che abbiamo scritto e chiediamoci: come lo descriverebbe un comico in uno sketch? Quali aspetti esagererebbe per rendere buffa la situazione? Proviamo ad immaginarlo;
  3. se quel comico dovesse imitare se stesso alle prese con quel problema, cosa farebbe e cosa direbbe? In che modo si renderebbe divertente agli occhi degli altri?

Questo esercizio, chiamato “filtro per ridere”, ci aiuta a guardare le situazioni che ci preoccupano con occhi più indulgenti e di rintracciare (o creare) aspetti divertenti anche laddove questi non sono subito evidenti. Così impareremo a ridere di noi stessi prima che degli altri, e potremo sfruttare quest’abilità per adattarci meglio ai cambiamenti e per combattere la paura di non riuscire a causa di aspettative troppo alte.

 

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Due giornate in cui potrai conoscere personalmente non solo Robert Dilts, che ha collaborato con Bandler contribuendo allo sviluppo della PNL e diventandone uno dei massimi specialisti in tutto il mondo, ma anche Giorgio Nardone e Jeffrey Zeig, esperti di fama mondiale di Terapia Breve Strategica e Ipnosi Ericksoniana.

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