L’arte del farsi domande: come superare i propri limiti

come superare i propri limiti

Quando un bambino non ha più domande, è diventato uomo.
Arto Seppälä

Fare domande, continuamente e su qualsiasi argomento, anche su quelli che noi adulti consideriamo ovvi e banali: probabilmente è questa una delle caratteristiche dei bambini che più ci sorprende.

Anche la scienza ha studiato la loro spontanea e continua curiosità, individuando una fase che tutti noi attraversiamo nel corso della vita: la cosiddetta età dei perché.

L’età dei perché ha inizio intorno ai due anni, momento in cui le nostre capacità di linguaggio cominciano a svilupparsi. Questo permette ai più piccoli di esprimere tutto il loro stupore verso il mondo.

Le domande dei bambini non servono solo a conoscere ciò che ancora non sanno, ma anche a capire perché non sempre possono fare ciò che vorrebbero. Ecco allora che ci pongono domande come “perché devo dormire?” o “perché non posso andare subito a giocare?”.
Per loro è incomprensibile non assecondare i propri desideri e i propri istinti, al contrario di noi adulti, che ce ne dimentichiamo quotidianamente pur di non trasgredire la famosa regola prima il dovere, poi il piacere.

Questi interrogativi potrebbero sembrarci sciocchi, eppure basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per rendersi conto che i bambini possono insegnarci qualcosa di molto importante per vivere sereni: come tornare in contatto con le nostre emozioni e con le nostre aspirazioni.

 

L’arte di porsi domande

Igor Sibaldi, autore ed esperto di filosofia e teologia, ci ricorda che tutti noi, da bambini, siamo stati dei veri esperti nell’arte del fare domande.
Da piccoli ci chiedevamo il perché di tutto, senza dare mai nulla per scontato: la nostra immaginazione correva veloce, molto più veloce delle risposte che i nostri genitori o i nostri insegnanti ci davano, e non ponevamo limiti alle nostre possibilità di scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo e speciale.

Poi, crescendo, qualcosa dentro di noi cambia: le domande che ci poniamo sono sempre meno, la meraviglia per ciò che ci circonda si affievolisce, la nostra sete di conoscenza si smorza, e più che alimentarla attraverso quesiti spontanei la spegniamo con le risposte che la società ci fornisce, ancora prima di scoprire cosa vogliamo davvero.

In questo modo, ognuno di noi si rinchiude in quello che Sibaldi definisce un sottomondo, cioè una realtà molto più ristretta e limitata rispetto a quella che esploravamo da bambini, quando siamo liberi da pregiudizi e ci lasciamo guidare solo dalla gioia e dal piacere derivanti dalla conoscenza.

 

La vita nel sottomondo

Se da piccoli il nostro sguardo riusciva a cogliere un orizzonte sconfinato, e in qualsiasi direzione guardassimo riuscivamo sempre a portare i nostri occhi un po’ più in là, crescendo perdiamo questa dote. Invece di continuare ad assecondare la nostra fantasia, seguire i nostri sogni, indagare la realtà unicamente sulla scia dei nostri veri desideri, lasciamo che tutti questi stimoli spontanei vengano sostituiti dai giudizi altrui su ciò che è giusto o sbagliato, dall’opinione comune su cosa possiamo fare e cosa no.

Piano piano, dal centro di un mondo vastissimo, libero da limiti di qualsiasi genere, ci spostiamo in una piccola porzione di realtà che altri hanno definito per noi.
Inizia così la nostra vita nel sottomondo: una realtà fatta di certezze, ossia insegnamenti che abbiamo assimilato senza mai metterli in discussione, e cose a cui crediamo perché seguiamo l’esempio di quelli che ci stanno accanto, convincendoci che solo se siamo come loro verremo apprezzati.

relazioni con gli altri

 

Non tutti si rendono conto di questo passaggio da una realtà illimitata al sottomondo, perché col tempo ci dimentichiamo di quanto fosse vasto il nostro orizzonte in passato, di quante più cose avessimo la possibilità di scoprire e provare prima di limitarci.
Soltanto chi ha il coraggio di ricominciare a porsi domande, secondo Sibaldi, ha l’opportunità di riportare il proprio sguardo e i propri pensieri sempre più in là, tornando piano piano a riprendere consapevolezza del proprio Io autentico.

 

Il potere della Metafisica

Questo è, per lo scrittore, lo scopo della Metafisica: fornire lo strumento attraverso cui ognuno di noi può giungere oltre i propri limiti, le proprie certezze, rimettendo in discussione i presupposti che finora hanno ostacolato la piena realizzazione del nostro vero essere.

Attraverso il Metodo Metafisico Igor Sibaldi ci guida in un viaggio alla riscoperta di noi stessi e alla ricerca della vera felicità nascosta dentro di noi, che può essere portata alla luce solo superando le paure e le insicurezze che restringono i confini della nostra conoscenza.

 

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Il Metodo Metafisico Life Strategies

 

Metti una mattina, le faccende, Igor Sibaldi ed io

ascoltare se stessi

Igor Sibaldi, studioso di teologia, filologia, filosofia e storia delle religioni, scrittore ma soprattutto qualcuno che mi sta mostrando una strada efficace per cambiare, per dare un senso a molte intuizioni che già avevo, dice che per uscire dai nostri confini e per andare al di là del deserto non dobbiamo essere un noi, ma dobbiamo essere un Io; abbiamo sempre saputo invece che per cambiare le cose è necessario fare gruppo, fare rete, unire le forze e utilizzare la forza delle masse. Dobbiamo essere uniti è il mantra che ci ha accompagnato fino ad oggi, ma Sibaldi ci spiazza quando dice che dobbiamo occuparci della nostra personale lotta.

Ci si può pensare, in una qualsiasi mattinata mentre passiamo l’aspirapolvere: il momento ideale per fare metafisica e porsi delle domande. Soprattutto su quanto lui dice.

 

Fare gruppo o fare l’individuo

Questa mattina mi sento un po’ giù di morale: mi sembra spesso di girare a vuoto e di non realizzare nulla.
Lavoro tanto e mi sembra di non concludere alcunché, di non arrivare da nessuna parte.
Giro attorno alle cose.

Continuo poi a fare confronti con gli altri: li guardo e mi sembrano sempre bravi, efficaci, realizzativi.
Degli altri noto che hanno la capacità di uscire dalla “zona di comfort” e anche di uscire proprio, di relazionarsi, di mettersi in gruppo e realizzare progetti. Di prendersi dei rischi.

rapporto con gli altri

 

Il fatto è che in casa propria si sta bene. Non a caso oggi mi dedico a tirarla a lucido, aspirapolvere alla mano.

Per fare passi avanti però sento, sentiamo, di dover uscire, in tutti i sensi: stare chiusi in casa non fa raggiungere alcun risultato. Giusto?

Sembra sempre che gli altri facciano meglio: nascono contatti, si fa rete, gruppo, comunità, anche affiatata. Ci si cerca.

Fare comunità non è da tutti. Costruire il noi è difficile e richiede costanza, impegno, capacità di relazione e negoziazione. Non è certo sempre “rose e fiori”.

L’individuo deve cedere il passo alla volontà del gruppo e non è per niente facile mettersi da parte per far spazio ad un obiettivo collettivo.

Tra un rumore di aspirapolvere e angolini da ripulire, rifletto sul perché mi è così difficile fare gruppo pur ritenendolo razionalmente una scelta ideale.

Mi è ostico ma sono anche un po’ allergica a tutto ciò. Sono una persona decisamente scomoda da gestire e che difficilmente si piega alle logiche imposte o suggerite da un gruppo.
Non mi piace piegarmi. Effettivamente. Sono ribelle.

 

I primi dubbi, le prime domande

Così mi è venuto in mente Igor Sibaldi, che spesso parla di disobbedienza come di un elemento importante dell’Io.

Come disobbediente vado alla grande: disobbedisco anche a ciò che io stessa reputo razionale. Mi disobbedisco da sola. Sorrido mentre ripasso con l’aspirapolvere la stessa mattonella da almeno due minuti.

Sibaldi dice chiaramente che il creare un noi, un gruppo in cui perdere una parte di sé, un concetto collettivo, non è la strada migliore. Non è la strada  per superare i nostri confini personali e ricercare la connessione con un Io molto più grande. Il contrario di ciò in cui credono in molti, me compresa. Invece, dice lui laconico: “Se c’è un ‘noi’ non esiste connessione”.

Mi fermo e spengo l’aspirapolvere. Devo solamente cambiare stanza, ma effettivamente inizio a pormi delle domande perché tutto questo mette in crisi alcune certezze.

Sicuramente non solo mie. Davvero il tema di comunità, rete, gruppo non è da perseguire?

Adesso bisogna uscirne da soli: la nostra è un’epoca di Noè. Noè non portò tanti umani sulla sua arca … si salvò da solo o quasi.

È il tema cardine del cambiamento, del costruire un mondo migliore: tornare all’Uno, connettersi, diventare un’unica cosa in un nuovo kosmos in cui non ci sarà più l’Io, con la sua individualità, ma solo un’unica entità, l’unica mente, l’unica volontà.

Sono nate filosofie, ideologie, religioni perché si pensava che da certe trappole della vita si potesse uscire in gruppo, con la forza del gruppo. Effettivamente sono due concetti opposti. Almeno all’apparenza.

Ci rifletto su, provo a guardare le cose da punti di vista differenti e inizio a pormi delle domande:

Sibaldi dice che per fare metafisica dobbiamo porci delle domande, fare come i bimbi che si chiedono sempre il perché e il senso delle cose. Farò metafisica con quello che ho ascoltato da lui. Si può fare metafisica su quello che ci dice Sibaldi? Credo non gli dispiaccia.

ascoltare se stessi

 

Non dobbiamo perderci in un gruppo, con le sue regole, il suo pensiero comune, il limitare dell’azione singola, con la sua gerarchia.

Dobbiamo essere un Io.

Un Io che si occupa della sua personale lotta, interiore, con il suo io piccolino.
Ma cosa significa?  Non sembreremmo egoisti a pensare soltanto a noi stessi?

Provo a trovare un elemento in comune, recuperandolo dal passato quando incontrai  una certa storia.

Seguimi. Intendo seguimi mentre passo l’aspirapolvere lungo le stanze di casa mia.

La storia è questa:

Dobbiamo tornare al Tutto perché è successo che un tempo il Tutto decidesse di scendere in questo mondo in cui sperimentare il concetto di separazione. Si è frammentato in varie individualità per capire come poteva sentirsi non essendo connesso. Decise quindi di vivere e sperimentare questo “gioco”, con gioia e piacere. Essendo quindi separati e giocando di vero impegno, le individualità si sono immedesimate in questa realtà perdendo memoria della connessione da cui provenivano e credendo infine di essere state in origine creature separate da tutto il resto.

Il “velo” di cui si sente parlare spesso è questa separazione che crediamo sia reale. Stiamo ancora giocando, convinti che sia estremamente serio, e cercando una maniera per tornare ad un’origine che in qualche modo sentiamo, in lontananza, essere nostra.

In una realtà di individualità, cerchiamo di sperimentare la connessione creando gruppi, comunità, reti e tutto quello che ci dà la possibilità di provare il tema dell’unione.
Un gioco che stiamo giocando troppo bene. Per noi non è più un gioco.

È una storia che ho sentito diversi anni fa e ogni tanto mi torna alla memoria.

Cosa c’entra con Sibaldi e con l’indicazione di curarci del nostro Io
Perché se è un gioco, penso, allora il nostro compito è giocare bene.
Non ci dice, forse, Sibaldi, di vivere e ricercare il nostro piacere? Cosa c’è di più piacevole che giocare un gioco e farlo con il piacere di giocarlo fino in fondo, sapendo che è un gioco? Dobbiamo sperimentare l’individualità, dice la mia storiella, e dobbiamo occuparci dell’Io, dice Sibaldi. Qui c’è il punto in comune.

Eureka!

Eureka nel senso che ho terminato di passare l’aspirapolvere. Farlo è un gioco che non mi piace per niente…

 

Il torto dell’aver ragione

Allora giochiamo, ma diventiamo consapevoli che è un gioco. E se è un gioco possiamo spingerci sempre un po’ più in là, tentare, sbagliare, riprovare, godere di ciò che scopriamo, immedesimarci in giochi sempre diversi: il nostro sperimentare prima o poi avrà fine; nel frattempo divertiamoci.

E’ quello che Sibaldi definisce come l’accorgersi e poi perseguire ciò che ci piace, come elemento di grande e fortissima connessione.

Adesso è il tempo in cui le tue scoperte le fai da te.

Toh! Più gioco e più mi connetto. E più mi connetto e più giocherò finché quel Tutto… mah, forse lo ritroverò. Non so… ho ancora molto da imparare, mi mancano alcuni elementi.

Ho però capito che dobbiamo vivere il gioco ponendoci un obiettivo diverso da quello che ci siamo posti fino ad ora: dobbiamo scoprire l’Io e se siamo qui è per concederci questa esperienza di Io che diventa sempre più grande ed esce dai suoi confini. Senza disperarci ma orientandoci verso ciò che è bello e piacevole, verso l’immaginazione e la capacità di desiderare sempre più in grande.

superare i propri limiti

 

Sarà proprio così?

Dobbiamo avere aspirazioni personali senza perdere la nostra identità nei vari gruppi che incrociamo lungo la strada. Quale strada?

Quella nel deserto.
Nel deserto non mi basterà il mio aspirapolvere… troppa sabbia…
Quando ci accorgiamo che la vita è come un gioco possiamo iniziare ad astrarci e a guardarla a distanza, da punti di vista differenti e meno coinvolti. Magari da un centro, fisso come il perno di un orologio.

Sono riuscita ad unire ciò che Sibaldi dice con il tema del noi a quegli argomenti tanto cari all’esoterismo e nei quali ho visto troppe volte le persone perdersi sotto l’ala protettrice del guru di turno, delegando se stessi.

Fortunatamente Sibaldi non verrà mai a conoscere i miei pensieri mattutini, in tuta e ciabatte.

Ho fatto metafisica ponendomi delle domande e cercando le risposte.
Ho trovato il modo di dare un senso a due temi che sembrano in contrapposizione. Ora ho un punto fermo da cui ripartire.

Ecco. La metafisica sibaldiana dice anche che se hai delle certezze, se hai trovato delle risposte, se pensi di essere nella verità è il momento in cui sei lontano dalla connessione e dall’uscire dai tuoi confini, dal diventare più grande.

Sono quindi ancora dentro al mio deserto? Ho semplicemente fatto un esercizio per “avere ragione”?

Iniziamo ad uscire dal nostro deserto, i nostri confini personali, quando capiamo di avere avuto torto su tutto e rimettiamo in discussione ogni cosa che prima sapevamo essere giusta.

Oggi ho messo in discussione un tema importante ma ho voluto aver ragione. Ho voluto per forza di cose trovare quel punto in comune che salvasse le mie vecchie convinzioni, informazioni, certezze.
Accidenti! Ho avuto torto sul mio aver ragione.

Mi ci vorrà ancora un po’ di metafisica, di sane domande e di cammino mentre ancora passeggio nel mio deserto e cerco di andare oltre. Ma almeno ho iniziato a passeggiare.

Tu non sai niente: è il segreto per poter cominciare a muoversi nel deserto.

 

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Come superare la paura dell’ignoto

superare la paura

Domenica 21 maggio si celebra la Giornata mondiale della diversità culturale, istituita allo scopo di promuovere il dialogo tra culture, popoli e nazioni, nel rispetto della diversità e dell’unicità di ciascuno.

Anche noi italiani veniamo a contatto ogni giorno con la diversità culturale: il nostro Paese è conosciuto in tutto il mondo per la ricchezza di usi, costumi e tradizioni che cambiano non solo tra regioni, ma anche da paese a paese.

Nonostante ciò, non sempre tale ricchezza viene percepita come un punto di forza, anzi, per alcuni rappresenta quasi una minaccia: chi è diverso da noi può spaventarci, e meno ne sappiamo, più suscita la nostra diffidenza.

Allo stesso modo, anche il futuro e le situazioni inesplorate possono destare in noi una certa preoccupazione. Il meccanismo è lo stesso: tendiamo ad allontanarci da ciò che non conosciamo piuttosto che cogliere le possibilità di arricchire le nostre esperienze.

 

La paura del diverso e dell’ignoto

Simili timori sono controproducenti per la nostra serenità e per le nostre relazioni.

Ricordiamoci che viviamo in una società multietnica e globalizzata, in cui le distanze sono sempre più brevi e i confini nazionali sempre meno netti: nascere in uno Stato, vivere in un altro e viaggiare da un punto all’altro del mondo è all’ordine del giorno.
Il dialogo e la cooperazione diventano quindi fondamentali sia per arricchire la nostra identità e la nostra vita personale, che per lo sviluppo della società nel suo complesso.

paura dell'ignoto

 

Uno studio condotto dalla Ucla su un gruppo di bambini ha rivelato che la paura del diverso e dell’ignoto non è innata nell’uomo, perché le differenze non li spaventano.
Questo dimostra che siamo naturalmente inclini al confronto e all’apertura verso ciò che non conosciamo, tuttavia, a mano a mano che sviluppiamo un senso di appartenenza a una precisa identità culturale, tale predisposizione può indebolirsi.

 

Il dialogo e il confronto aiutano a crescere

Nel contesto odierno è fondamentale guardare alle differenze e alle novità come stimoli per migliorare se stessi, la propria capacità di adattamento a situazioni inaspettate e il dialogo. Si tratta di strumenti indispensabili per allargare i propri orizzonti e reinventarsi ogni giorno senza pregiudizi, raggiungendo soddisfazione e felicità!

Scenari sconosciuti come trasferimenti, nuovi lavori o rotture sentimentali possono comportare dei momenti di crisi personale delicati, accompagnati da una lenta trasformazione dei propri valori, delle proprie convinzioni e della propria identità.
Imparare a gestire tali evoluzioni, adattandosi alle circostanze che la vita ci pone davanti, permette di acquisire una mentalità più elastica e aperta.  

 

Stimolare lo sviluppo personale: come cambiare le convinzioni

Robert Dilts, che ha contribuito fin dalle origini ad innovare la Programmazione Neuroliguistica, collaborando con John Grinder e Richard Bandler, ha studiato una tecnica molto efficace per favorire la trasformazione personale.
Questa tecnica si basa sul ciclo naturale di cambiamento delle convinzioni, costituito da 6 fasi:

  1. Voler essere convinti di qualcosa di nuovo, ad esempio, della propria capacità di affrontare una nuova sfida professionale. In questa fase la convinzione è desiderabile;
  2. Diventare aperti alla convinzione, cioè mettere in discussione le idee precedenti e prepararsi ad un processo di evoluzione personale. In questa fase pensiamo che la nuova convinzione sia possibile;
  3. Essere convinti, fase in cui la nuova convinzione inizia a radicarsi nella nostra mente e iniziamo a credere pienamente nelle nostre capacità di raggiungere l’obiettivo. Qui la convinzione diventa appropriata;
  4. Diventare aperti al dubbio, momento in cui la nuova e le vecchie convinzioni vengono confrontate, fino ad abbandonare del tutto queste ultime, che altrimenti ostacolerebbero il nostro percorso di crescita. Ora crediamo che siamo in grado di raggiungere il cambiamento;
  5. Ricordare ciò di cui si era convinti, vedendone tutti i limiti rispetto alla situazione presente e rendendoci conto che il cambiamento sta avvenendo concretamente;
  6. Avere fiducia, cioè la fase finale, quella in cui raggiungiamo una piena fiducia nella nuova convinzione e cominciamo a trarne i vantaggi desiderati. Finalmente vediamo che meritiamo i risultati che volevamo.superare la paura

Per attraversare questo ciclo ogni volta che abbiamo bisogno di essere più efficaci e di risvegliare le nostre doti personali, Robert Dilts suggerisce di seguire questo esercizio con l’aiuto dell’ancoraggio:

  1. State in piedi nello spazio scelto per la fase “essere convinti” e pensate alla nuova convinzione che vorreste acquisire, fino a quando non siete completamente ancorati a questo stato;
  2. Passate nello spazio della fase “aperti alla convinzione” e fate attenzione alle emozioni che provate nel sentirvi meglio predisposti verso di essa, grazie anche all’aiuto di mentori, fino a quando non siete pronti per proseguire;
  3. Affrontate i dubbi e i timori che potrebbero sorgere nello spazio “aperti al dubbio”, valutando se ci sono vecchi elementi che vorreste conservare o se ci sono nuovi elementi che vorreste modificare, finché non sentite che ogni conflitto tra vecchie e nuove convinzioni è risolto;
  4. Spostatevi nello spazio “si era convinti” ed esaminate le differenze tra il vostro vecchio modo di affrontare la situazione e le nuove risorse personali che stanno emergendo in voi, grazie a cui agirete in modo più efficace d’ora in avanti;
  5. Raggiungete lo spazio “fiducia” e abbracciate pienamente il vostro nuovo stato emotivo, in cui vi sentirete più sicuri di voi stessi e pronti al raggiungimento dell’obiettivo.

Questo ciclo di cambiamento delle convinzioni dimostra che non esistono idee e situazioni immutabili nella vita, perché il nostro modo di reagire alle circostanze può essere adattato e potenziato attraverso le giuste strategie.

Aprirci al cambiamento e acquisire una mentalità più elastica può aiutarci tanto nel raggiungimento dei nostri obiettivi personali, quanto nel confronto con gli altri. Ogni situazione può rivelarsi un’occasione di crescita e trasformazione, avvicinandoci sempre più alla persona che vogliamo essere.

 

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Il Coraggio di Cambiare - Life Strategies

Ridere è una cosa seria! I benefici di una sana risata

ridere fa bene

C’è un’azione di cui solo gli esseri umani e pochi altri mammiferi sono capaci, eppure non è nulla di complesso, anzi, è una manifestazione del tutto spontanea. Non si tratta né dell’abilità di compiere complicati calcoli matematici, né di utilizzare avanzate capacità logiche, ma di qualcosa di davvero naturale e istintivo.

Stiamo parlando della risata, una delle prime capacità che sviluppiamo da neonati ma che poi, crescendo, pratichiamo sempre meno: pare che passiamo da 300 risate al giorno quando siamo bambini, ad appena 20 una volta adulti.

 

Ridere è una capacità eccezionale

Solo gli uomini, le grandi scimmie e alcuni pappagalli ridono e si fanno contagiare dalle risate dei propri simili, il che dimostra quanto la risata sia una capacità eccezionale nel senso letterale del termine. Ce ne rendiamo conto ancora meglio se pensiamo che tutte le persone ridono allo stesso modo, a prescindere dalla lingua che parlano e dalla cultura a cui appartengono: ridere è un vero e proprio collante sociale, che oltrepassa ogni confine e costituisce un mezzo di comunicazione comprensibile a tutti.

Ridere giova al nostro spirito e al nostro corpo in molti modi, tanto che una disciplina dello Yoga si basa proprio su tali benefici: si tratta dello Yoga della Risata, in cui esercizi di respirazione tipici dello Yoga vengono combinati ad altri per stimolare la risata senza motivo, per pura giocosità, proprio come avviene nei bambini. Il diffondersi di questa disciplina ha fatto sì che nel 1998 si tenesse la prima Giornata Mondiale della Risata, che ricorre il 4 maggio di ogni anno allo scopo di portare la pace in se stessi attraverso la risata e di diffondere questa stessa pace in tutto il mondo.

neonato ride

 

Perché ridere fa bene

Ecco alcuni fattori psicologici e fisiologici che ridere aiuta a migliorare:

  • Ridere rafforza i legami affettivi

La risata è un’emozione sociale: ecco perché ridiamo di più quando siamo in compagnia e le risate altrui ci contagiano già dal suono, ed ecco anche spiegato il ruolo (scientificamente provato) della risata nel corteggiamento.

Lo vediamo nella nostra vita di tutti i giorni: preferiamo condividere il tempo con chi ride insieme a noi e con chi ci fa ridere, scegliendo le nostre amicizie e il nostro partner anche in base a questo. La risata si accompagna a divertimento, condivisione, serenità, benessere: perciò le risate forzate sono difficili da nascondere, a meno che non si sia dei bravi attori. Quindi, più ci lasciamo andare e siamo propensi a ridere con gli altri, più i nostri rapporti interpersonali migliorano.

  • Ridere fa bene alla circolazione sanguigna

Quando ridiamo i nostri vasi sanguigni si dilatano, favorendo la circolazione del sangue e, di conseguenza, limitando il rischio di problemi cardiovascolari. Ridere abbassa la pressione e il livello degli ormoni dello stress, mentre aumenta quello degli anticorpi e di ormoni positivi come le endorfine. La famosa clownterapia si basa proprio sulla capacità di migliorare le nostre condizioni fisiologiche e di stimolare la risposta del nostro corpo alle cure mediche grazie a un umore più positivo e allegro, da ottenere anche attraverso la risata.

  • Ridere combatte paura e tensioni

Un chiaro esempio di questo effetto è dato dalle vignette umoristiche, che, oltre a mettere in luce limiti e contraddizioni della contemporaneità, combattono la paura e allentano le tensioni sociali e politiche, suscitando il riso anche in condizioni che non lo favoriscono. Ecco perché i bravi leader sono dotati anche di umorismo, qualità che rende più facile la gestione di situazioni critiche e stressanti, oltre ad aiutare le negoziazioni.

  • Ridere aumenta la resilienza

La resilienza può essere definita come lo sviluppo di risorse, nuovi obiettivi e fiducia in se stessi grazie a cui superare le sfide della vita e uscirne più forti e consapevoli. È quindi un elemento che favorisce la crescita personale, l’evoluzione e la trasformazione delle proprie capacità, non una semplice resistenza alle difficoltà della vita, come spesso si crede.

La risata e l’umorismo sono fattori importanti per stimolare la resilienza: ridere permette di ristabilire il corretto equilibrio nelle situazioni su cui concentriamo troppe attenzioni, suscitando in noi ansia e insicurezza. Quando ci sentiamo sovrastati dalle circostanze, trovare il modo di sfogare le preoccupazioni in una risata fragorosa alleggerisce emozioni e pensieri, ridandoci la giusta prospettiva.

La risata, ricaricando le nostre energie psicologiche ed emotive, ci aiuta ad essere creativi e a pensare fuori dagli schemi, il che ci permette di volgere lo sguardo verso opportunità che, magari, avevamo sottovalutato. Inoltre, l’umorismo ci aiuta a sorridere dei limiti nostri ed altrui, accettandoli con tolleranza e combattendo la tendenza controproducente al perfezionismo.

ridere fa bene

 

Esercizio del “filtro per ridere”

Richard Bandler, uno dei padri della Programmazione Neurolinguistica, ha detto:

 

“Se possiamo ridere di una cosa, possiamo anche cambiarla.”

 

Ecco perché esercitare il più possibile l’umorismo e allenarci all’ ”arte della risata” può aiutarci ad affrontare le situazioni in modo più efficace, con un maggior controllo delle nostre emozioni, reazioni e, soprattutto, con una miglior gestione dello stress di fronte alle difficoltà.

Ecco un esercizio suggerito proprio da Bandler per affrontare ogni circostanza con un sorriso:

  1. scriviamo su un foglio un problema o una difficoltà che abbiamo in questo momento;
  2. analizziamo quello che abbiamo scritto e chiediamoci: come lo descriverebbe un comico in uno sketch? Quali aspetti esagererebbe per rendere buffa la situazione? Proviamo ad immaginarlo;
  3. se quel comico dovesse imitare se stesso alle prese con quel problema, cosa farebbe e cosa direbbe? In che modo si renderebbe divertente agli occhi degli altri?

Questo esercizio, chiamato “filtro per ridere”, ci aiuta a guardare le situazioni che ci preoccupano con occhi più indulgenti e di rintracciare (o creare) aspetti divertenti anche laddove questi non sono subito evidenti. Così impareremo a ridere di noi stessi prima che degli altri, e potremo sfruttare quest’abilità per adattarci meglio ai cambiamenti e per combattere la paura di non riuscire a causa di aspettative troppo alte.

 

Per conoscere altre tecniche con cui gestire anche le situazioni più complesse con il sorriso, clicca qui.

Avrai la possibilità di partecipare al corso Il Coraggio di Cambiare, un evento senza precedenti in Italia dedicato ai temi della crescita e dell’efficacia personale.

Due giornate in cui potrai conoscere personalmente non solo Robert Dilts, che ha collaborato con Bandler contribuendo allo sviluppo della PNL e diventandone uno dei massimi specialisti in tutto il mondo, ma anche Giorgio Nardone e Jeffrey Zeig, esperti di fama mondiale di Terapia Breve Strategica e Ipnosi Ericksoniana.

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John Whitmore: il Coaching dalla teoria alla pratica

John Whitmore Coaching

“Quelli che vogliono vincere vincono, quelli che hanno paura di perdere perdono: tendiamo a conseguire ciò su cui ci concentriamo.”
John Whitmore

 

Questa è una delle citazioni che ben rappresenta il pensiero che ha guidato il lavoro e la vita di John Whitmore, uno dei più importanti coach ed esperti di formazione a livello mondiale, riconosciuto come il Numero Uno del Business Coaching dal quotidiano The Independent e nominato, per la sua autorevolezza e il suo impegno alla diffusione del coaching nel mondo, Presidente della International Coach Federation.

 

In linea con questo spirito, negli anni Whitmore ha saputo dare spazio ad attività molto diverse, senza mai porre limiti al proprio potenziale né farsi spaventare da pregiudizi o timori riguardo le proprie possibilità di cambiamento e sviluppo personale.

Lo dimostrano i grandi traguardi da lui raggiunti in vari ambiti, apparentemente discordanti tra loro.
I primi successi, infatti, arrivarono nelle gare automobilistiche, con la vittoria del torneo European Touring Car Championship nel 1965. Ritiratosi dalle corse nel 1966, iniziò a dedicarsi alla formazione, arrivando a fondare Performance Consultants International, la prima società specializzata in Business Coaching.

Le sue conoscenze ed esperienze come coach sono raccolte nei vari libri da lui scritti, tra cui Coaching, il testo che ha maggiormente favorito lo sviluppo del coaching come strumento per promuovere l’atteggiamento e la mentalità più efficaci a raggiungere migliori traguardi nel lavoro e nella vita personale.

 

Whitmore è stato una figura di primaria importanza per tutto l’universo della formazione. Tra i suoi meriti vi è anche quello di aver contribuito ad ideare, negli anni Ottanta, il cosiddetto metodo G.R.O.W. , acronimo di
GOAL – REALITY – OPTIONS – WILL.

crescita personale coaching

 

Questo metodo aiuta a rintracciare dentro di sé le risorse utili al raggiungimento dei propri obiettivi, fornendo le strategie e le tecniche per diventarne consapevoli, farle emergere, svilupparle al massimo e poi applicarle alle proprie attività quotidiane, in modo da ottenere gli scopi desiderati.
Per riuscire in questo processo, il metodo G.R.O.W. segue i 4 passaggi seguenti, durante cui porsi domande specifiche per definire la strategia più adatta a sé e alle proprie necessità:

 

  1. Goal: stabilire i propri obiettivi

Le domande da porsi sono:

  • quali obiettivi voglio raggiungere, sia nel breve che nel lungo termine?
  • qual è il primo passo che dovrei fare per raggiungerli?
  1. Reality: analizzare la propria situazione allo stato attuale, per diventarne consapevoli

Le domande da porsi sono:

  • in che situazione mi trovo?
  • chi è coinvolto?
  • chi o che cosa la influenza?
  • posso controllarla o agire su di essa? In che misura?
  1. Options: individuare ostacoli, opzioni e strategie per raggiungere gli obiettivi.

Le domande da porsi sono:

  • quali azioni ho già messo in atto per ottenere i miei scopi?
  • quali possibilità, soluzioni, opportunità mi offre la situazione in cui mi trovo?
  • riesco a immaginare altre opzioni a mia disposizione?
  • quali di queste opzioni sono le più efficaci ed efficienti in termini di rapporto costo/beneficio?
  1. Will: delineare la strada che porterà agli obiettivi, stabilendo cosa fare, quando farlo e come sviluppare la propria motivazione.

Le domande da porsi sono:

  • posso raggiungere gli obiettivi? Attraverso quali azioni?
  • in quali tempi?
  • quali sono le risorse e le capacità che mi permetteranno di farlo?

 

Questo metodo può essere applicato con brillanti risultati tanto ad obiettivi strettamente professionali, quanto per stimolare dei reali cambiamenti personali.

Si tratta, infatti, di istruzioni che possono apportare benefici ad ogni ambito della nostra vita attraverso lo sviluppo di doti come la flessibilità, il controllo delle emozioni, la leadership, la cooperazione, l’organizzazione, la gestione del tempo e dello stress, il superamento di convinzioni e paure che limitano le nostre decisioni e le nostre azioni.

Tutti elementi che incidono sia sulle nostre performance di lavoro, che sul nostro modo di rapportarci agli altri e di reagire alle varie situazioni quotidiane: i metodi di coaching come questo, agendo su tali fattori, possono favorire atteggiamenti propositivi e la trasformazione delle difficoltà in opportunità di crescita.

Questo stesso pensiero si ritrova anche in un breve video, realizzato da Nic Askew, in cui John Whitmore parla della felicità, del coraggio di seguire la propria strada senza farsi condizionare dalle aspettative altrui, dell’importanza di ascoltare se stessi liberi da pregiudizi, del superamento dei propri limiti attraverso la ricerca delle risposte che ognuno ha già dentro di sé:

 

 

John Whitmore, con il proprio esempio e le brillanti esperienze di cui è stato protagonista, mostra chiaramente che intraprendere un percorso di coaching può aprire a nuove prospettive sulle sfide e sulle opportunità quotidiane, potenziare le proprie capacità di decisione, rafforzare l’efficacia e il valore delle relazioni interpersonali, aumentare la propria fiducia nel raggiungimento di ogni obiettivo professionale e individuale.

 

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3 soluzioni antistress per vivere più sereni

soluzioni antistress

A tutti fa piacere staccare dagli impegni quotidiani e dalle questioni di lavoro per godersi un po’ di meritato relax, ma non dimentichiamo che anche queste pause possono avere un rovescio della medaglia: se, da un lato, ci permettono di ricaricarci e riposare mente e corpo, buttandoci alle spalle stress e preoccupazioni, dall’altro, quando torniamo alla quotidianità, corriamo il rischio di accelerare ulteriormente i ritmi di vita già pressanti pur di recuperare il tempo trascorso a “far nulla”. Quando ciò accade, si tende a perdere velocemente la calma e la serenità recuperate durante il periodo di riposo.

Certo, a tutti piacerebbe alzarsi la mattina con tranquillità e fare una bella passeggiata o un po’ di sport all’aria aperta prima di iniziare il vero e proprio tran tran di ogni giorno, piuttosto che ritrovarsi subito a rincorrere i propri doveri. Nel caso in cui ciò non sia possibile, non bisogna però rassegnarsi a una vita di stress e ansia da prestazione: la soluzione esiste ed è alla portata di tutti!

 

3 cattive abitudini che alimentano lo stress

Citando le parole di Andrew Bernstein:

“Il numero dei fattori di stress si è moltiplicato in modo esponenziale: il traffico, il denaro, il successo, l’equilibrio lavoro/vita, l’economia, l’ambiente, la genitorialità, i conflitti familiari, le relazioni, la malattia. Poiché la natura della vita umana è diventata molto più complicata, la nostra risposta non è stata in grado di tenere il passo con lo stress.”

Leggendo queste parole, sembrerebbe che lo stress non abbia una vera e propria causa, bensì che possa derivare da ogni aspetto della nostra vita: questo avviene perché tutto dipende dal nostro approccio mentale ai vari aspetti della quotidianità e dal nostro modo di rapportarci sia a noi stessi, che agli altri.

Di conseguenza, quali sono gli elementi da gestire per limitare gli effetti negativi dello stress sul nostro benessere?

Ecco 3 cattive abitudini che, con le giuste tecniche, abbiamo sia il potere di evitare, che di trasformare in stimoli positivi!

 

1. Disordine mentale

Andare a dormire ogni sera pensando confusamente a tutte le cose che dovremo fare l’indomani, come se tutti gli impegni avessero la stessa priorità e ci richiedessero lo stesso sforzo sia in termini di attenzione, che di tempo, è la prima abitudine da cambiare.

Questo comportamento non solo non aiuta la nostra organizzazione quotidiana, ma ci carica anche di ansia, danneggiando persino il sonno notturno. Questo disordine mentale, inoltre, è alimentato dal disordine fisico che ci circonda sia a casa che a lavoro, come se fossero uno lo specchio dell’altro.

Soluzione

Invece di lasciarci travolgere da una nebulosa to do list immaginaria, mettiamo nero su bianco questi pensieri e, soprattutto, ordiniamoli ponendoci le giuste domande.

Scriviamo tutto quello che ci viene in mente e poi, tramite colori diversi, diamo ad ognuno di essi la giusta priorità, chiedendoci: c’è qualcosa che non possiamo assolutamente rimandare o delegare a qualcun altro?

Queste attività avranno la priorità massima, e andranno quindi svolte per prime, mentre le altre seguiranno dopo o potranno essere del tutto eliminate dalla nostra lista, oppure spostate a un giorno successivo.

Nel fare questo, cerchiamo anche di stimare un tempo limite da assegnare ad ogni azione, in modo da acquisire maggior consapevolezza delle risorse e dell’impegno necessari per svolgerla: questo si rivelerà molto utile per gestire la nostra giornata in modo sempre più efficiente e soprattutto sereno, liberi dal panico dell’ultimo minuto!

stress

 

Questa piccola pratica quotidiana, col passare dei giorni, ci aiuterà a diventare più coscienti dei punti di forza su cui puntare e di quelli critici su cui lavorare, riportando ordine sia nella nostra mente che nella nostra stanza preferita!

 

2. Perfezionismo e confronto con gli altri

In una società permeata dallo spirito di competizione, la pressione si fa inevitabilmente sentire: fin dagli anni della scuola veniamo abituati a pensare che essere bravi e appassionati in quello che facciamo non basti, perché quello che ci viene richiesto è essere perfetti.

Quando, poi, tale atteggiamento si riversa persino sulle relazioni personali, a cominciare dai confronti tra fratelli, cugini, compagni di classe, vicini di casa e via dicendo, lo stress causato dal paragone con gli altri non può che trascinarsi nel tempo, fino a diventare un’abitudine controproducente.

Infatti, pretendere di essere i migliori di tutti, non accettare i propri difetti e limiti, non ammettere la possibilità di sbagliare in nessuna sfida della vita, non ci stimola affatto a fare del nostro meglio, anzi: ci blocca persino dal tentare di raggiungere un qualsiasi obiettivo, perché il timore di fallire diventa troppo grande.

“Sforzarsi di raggiungere l’eccellenza ti motiva, sforzarsi di raggiungere la perfezione è demoralizzante.”
Harriet Braiker

Soluzione

La massima “nessuno è perfetto” è un modo di dire assolutamente veritiero: per quanto ci impegniamo e cerchiamo di mantenere sotto controllo ogni elemento della nostra vita, non potremo mai prevenire ogni imprevisto o errore.

In realtà, a pensarci bene, tutto questo ha degli aspetti positivi, perché ad ogni piccola caduta o battuta d’arresto impariamo a rialzarci e ripartire più velocemente della volta precedente, accumulando esperienze preziose che permettono, a chi sa sfruttarle, di reagire in modo sempre più efficace.

Per chiudere una volta per tutte con l’ansia del perfezionismo, quindi, ripensiamo alle circostanze in cui, nonostante difficoltà o sbagli iniziali, siamo riusciti nel nostro intento: potrebbe essere quella volta in cui abbiamo deciso di superare la fobia dell’acqua imparando a nuotare, oppure quando ci siamo dedicati ad un lavoro manuale, come la pittura o il bricolage, migliorando giorno dopo giorno a discapito dei primissimi risultati, magari un po’ deludenti.

Inoltre, alcune domande strategiche possono aiutarci ad evitare atteggiamenti troppo rigidi nei nostri confronti: ad esempio, il modo in cui parliamo a noi stessi è quello in cui ci parlerebbe il nostro migliore amico o il nostro partner?
Abbiamo mai ricevuto complimenti per qualcosa che, a nostro parere, avremmo potuto fare meglio?
È mai capitato che qualcuno ci chiedesse un suggerimento, un’opinione o un aiuto riguardo a qualcosa?

Tali riflessioni possono cambiare il nostro modo di guardarci e permetterci di farlo attraverso gli occhi degli altri. In questo modo, muoveremo il primo passo verso una più profonda accettazione dei nostri limiti e una maggior consapevolezza delle nostre capacità.

accettarsi

 

3. Soffocare le emozioni

Potremmo dire che questa cattiva abitudine è, in parte, una conseguenza del perfezionismo: infatti, pretendere di essere sempre perfetti o, addirittura, di superare le aspettative altrui, genera un vero e proprio conflitto interiore, dividendoci tra ciò che vogliamo e ciò che gli altri ci chiedono.

Pur di soddisfare i desideri di parenti, partner e superiori finiamo per soffocare le nostre emozioni, ignorando i segnali di stress e inquietudine a cui, invece, dovremmo prestare attenzione per raggiungere un autentico equilibrio psico-fisico.

Soluzione

Un esercizio utile per diventare più consapevoli delle proprie emozioni è il seguente:

  • troviamo un posto familiare in cui rifugiarci in assoluta tranquillità: può essere un luogo chiuso, come la nostra camera, oppure all’aperto, come una panchina in un parco. L’importante è sceglierlo perché qui ci sentiamo a nostro agio;
  • ora che abbiamo il posto giusto, sediamoci con la schiena dritta e i piedi ben poggiati a terra. Se vogliamo possiamo togliere le scarpe e percepire il contatto con il suolo sotto di noi; allo stesso modo, possiamo tenere gli occhi aperti o chiusi, in base a ciò che è più naturale per noi. Lasciamoci guidare dalla spontaneità;
  • iniziamo a meditare: respiriamo col diaframma, lentamente, e cerchiamo di liberare la mente dai pensieri per dare spazio alle nostre emozioni. All’inizio è sufficiente restare in silenzio per qualche minuto. Poi, col tempo, impareremo a farlo ad un livello sempre più profondo: l’importante è non avere fretta e rispettare i propri tempi.

La meditazione, in un primo momento, può sembrare di­fficile: abituati come siamo a correre continuamente dietro a qualcosa, stare immobili in silenzio sembra una perdita di tempo. Eppure, si tratta di uno degli esercizi più efficaci per riprendere contatto con se stessi: basta avere un po’ di pazienza e perseverare.

L’importante è lasciar scorrere le proprie sensazioni liberamente. Teniamo a mente che non esiste una formula prestabilita, da seguire in modo rigido: concentriamoci su di noi e il resto verrà da sé, senza ragionarci troppo!

Praticando questo esercizio con costanza, alla fine, impareremo a ritagliarci del tempo solo per noi ogni volta che vogliamo, durante cui il nostro unico scopo sarà quello di fermarci ed ascoltarci, dimenticandoci di ciò che dovremmo fare e di quello che gli altri ci dicono, diventando più consapevoli delle nostre emozioni, di ciò che le suscita e di come esprimerle, evitando che prendano il sopravvento su di noi.

 

Quelle qui descritte sono 3 soluzioni che tutti possono mettere in pratica nella proprie giornate per alleggerirsi dai pensieri stressanti: applicandoli miglioreremo non solo il nostro benessere psico-fisico, ma pure la nostra concentrazione ed efficienza nelle varie occupazioni quotidiane.

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