A cura di Life Strategies
Quante volte ci ritroviamo a girare in tondo dentro la nostra mente, a costruire scenari possibili e a chiederci “E se avessimo sbagliato?” oppure “E se succedesse questo?”
Abbiamo la sensazione di fermarci a riflettere, invece ci stiamo bloccando. Il pensiero, anziché guidarci, ci trattiene e, più cerchiamo una risposta definitiva, più il dubbio si moltiplica.
Entriamo in questo meccanismo quando confondiamo il bisogno di controllo con il bisogno di chiarezza. Crediamo che, pensando ancora un po’, arriveremo finalmente alla certezza. In realtà stiamo alimentando un sistema che funziona proprio grazie alla nostra ricerca continua di risposta. Il dubbio, in questi casi, non è un problema da risolvere ma un processo che si autoalimenta.
E questo schema che si ripete ha un “costo” vero e proprio: energia mentale consumata, decisioni rimandate, emozioni che oscillano senza stabilità. E quella sensazione sottile ma costante di insicurezza, anche quando non ci sono reali pericoli.
Il pensiero razionale… che non basta
Per molto tempo abbiamo imparato a fidarci del pensiero razionale come strumento principale per orientarci nel mondo. La logica, l’analisi, il confronto tra alternative: tutto questo è utile, ma solo fino a un certo punto. Quando il problema diventa “irrisolvibile” per sua natura – perché riguarda possibilità infinite, interpretazioni soggettive o scenari futuri – la razionalità smette di essere una guida e diventa un amplificatore.
Le neuroscienze mostrano che gran parte delle nostre reazioni non nasce dalla logica ma da sistemi più profondi e automatici. Quando cerchiamo di gestire tutto solo con il pensiero cosciente, finiamo per sovraccaricarlo. È qui che nasce il paradosso: più analizziamo, meno decidiamo; più cerchiamo certezze, più aumentano le variabili.
Il dubbio patologico: quando il cervello diventa un ostacolo
Non tutti i dubbi sono utili. Alcuni ci aiutano a riflettere meglio, altri invece colpiscono direttamente ciò che per noi conta di più: valori, relazioni, identità. In questi casi il dubbio non si limita a porre una domanda, ma mette in discussione chi siamo.
Possiamo riconoscerlo da alcuni segnali chiari:
- le domande sono sempre le stesse, anche se cambiano forma
- ogni risposta genera subito una nuova incertezza
- sentiamo il bisogno di “giungere a una conclusione definitiva” che però non arriva mai
Il risultato è una paralisi progressiva. Non perché manchino le capacità di decidere, ma perché il sistema decisionale è stato intrappolato in un ciclo senza uscita.
Spezzare il circolo vizioso
Secondo Giorgio Nardone, per uscire da questo schema non serve pensare meglio, ma cambiare il modo in cui interagiamo con il pensiero stesso. Il punto non è trovare la risposta giusta, ma interrompere il processo che rende ogni risposta insufficiente.
Due tecniche si rivelano particolarmente efficaci:
- Sospendere la risposta alle domande indecidibili
Quando una domanda non ha una risposta verificabile nel presente, tentare di risolverla è ciò che la mantiene viva. Sospendere volontariamente la risposta, anche se inizialmente crea disagio, permette al sistema di rallentare. Non è rinuncia, è una forma di controllo più evoluta: scegliamo di non alimentare ciò che ci blocca. - Portare il dubbio al limite attraverso la scrittura
Quando il pensiero continua a tornare, possiamo invece esasperarlo in modo strutturato: scrivere domanda e risposta più e più volte, senza cercare la soluzione perfetta. Questo processo porta a una saturazione cognitiva: il meccanismo perde forza proprio perché viene spinto fino al suo limite naturale.
Entrambe le strategie funzionano perché agiscono sul funzionamento del dubbio, non sul contenuto. Non importa “di cosa” dubitiamo: importa “come” il dubbio si mantiene.
Liberarsi dal dubbio è possibile
Uscire da questo stato non significa smettere di riflettere o diventare superficiali, ma recuperare la capacità di distinguere tra pensiero utile e pensiero sterile.
Quando interrompiamo il circolo vizioso, succede qualcosa di concreto: le decisioni tornano a essere accessibili, le emozioni si stabilizzano e lo spazio mentale si libera. E ciò accade non perché tutto diventa certo, ma perché smettiamo di pretendere certezze impossibili.
A quel punto il cambiamento non è solo una riduzione della sofferenza, ma un modo diverso di stare nelle cose: più diretto, più presente e, soprattutto, più libero.
Giorgio Nardone sarà protagonista dei corsi di Life Strategies, in cui impareremo come andare oltre noi stessi, superare i nostri limiti e risolvere i problemi che hanno a che fare sia con la nostra realtà esterna sia con quella interna. Clicca qui per scoprire i prossimi appuntamenti!






