A cura di Life Strategies
Viviamo in una cultura in cui l’esposizione personale è quasi una condizione esistenziale a qualsiasi livello: quando otteniamo una promozione lo annunciamo su LinkedIn, quando siamo in una relazione complicata lo segnaliamo come stato di Facebook e quando i nostri figli iniziano a camminare sono già in una storia di Instagram.
Non a caso, esistere deriva dal latino “existere”, essere esposti.
Il paradosso implicito, tuttavia, è che ci esponiamo per esistere ma poi l’insicurezza esistenziale che pervade la nostra società coincide proprio con la paura di essere esposti. Le conseguenze sono irritanti: abbiamo dichiarato di aver ricevuto una promozione ma nessun collega ci fa i complimenti; il video di nostro figlio non è stato visualizzato nemmeno dal nostro partner.
“Desideriamo la terraferma della sicurezza che nessuno ci potrà dare perché solo noi stessi possiamo costruircela”
Giorgio Nardone
Alcuni di noi vanno oltre, ignorando l’aspettativa non corrisposta, mentre molti – e in particolare i giovani – iniziano ad avvertire un senso di smarrimento che diventa sempre più profondo, un’inquietudine insuperabile e un senso di inadeguatezza, a tratti paralizzante.
Infatti, mentre l’insicurezza situazionale appare in specifici momenti per essere poi superata, l’insicurezza esistenziale è bloccante: più abbiamo paura di esporci, meno siamo propensi a prendere decisioni, preferendo delegare, rimandare e rinunciare.
La regressione esistenziale che ci “difende”
Costruiamo quindi una regressione esistenziale perché, limitando la nostra vita e rinunciando persino a delle opportunità, evitiamo di esporci, di sbagliare e di dover avvertire ancora più intensamente quel senso di inadeguatezza.
Esiste anche un’altra forma di insicurezza esistenziale, forse la più subdola, che ci spinge a controllare e ricontrollare per accertarci di fare il meglio, fino al punto di supervisionare ogni processo senza mai delegare nulla: è la trappola del micro-management, in cui molti di noi cadono con la convinzione che fare meglio significhi fare da soli.
Ma come si fa a invertire questa spirale negativa?
Il paradosso strategico per uscire dal circolo vizioso dell’insicurezza esistenziale
C’è un momento, in questo stadio negativo, in cui ci rendiamo conto che l’apparente rimedio (non fare, rimandare, rinunciare…) ci dà un sollievo immediato ma poi non fa altro che aumentare il problema: quello è il momento in cui possiamo iniziare a risolverlo.
Secondo Giorgio Nardone, occorre partire dall’analisi chirurgica delle tentate soluzioni, ovvero di tutti i tentativi che abbiamo fatto per risolvere il problema. Se qualcosa ha funzionato, anche se non completamente, valutiamo se quel qualcosa è riproducibile nel presente; altrimenti, inneschiamo il paradosso strategico decidendo consapevolmente di prescriverci il sintomo.
Stabiliamo come e quando prescriverci il sintomo, ad esempio lasciarci prendere dall’ansia di una decisione per paura di esporci, e portiamolo a oltranza. Ogni giorno, alla stessa ora, ripetiamo la stessa identica situazione, evocando tutte le peggiori conseguenze a cui potremmo andare incontro se prendessimo una decisione.
Dopo alcuni giorni, avremo capovolto la situazione: dal “mi succede” si passa al “lo faccio accadere”. A quel punto, il sintomo perde la sua potenza e ciò che abbiamo scelto di mettere in atto volontariamente, l’insicurezza esistenziale, smette di dominarci.
“L’esperienza emotiva segue la manovra, non la precede. Non si chiede alla persona di ‘sentirsi diversa’ prima di agire. Si chiede di agire in modo diverso per diventare diversa”.
Giorgio Nardone sarà protagonista dei prossimi corsi di Life Strategies. Insieme a lui approfondiremo tutti i temi relativi alla gestione delle emozioni e analizzeremo le tecniche e le strategie per trasformare ansie ed insicurezze in abilità. Scopri il prossimo appuntamento cliccando qui!






