A cura di Life Strategies
In certe fasi della vita, specialmente dopo i trent’anni, molti di noi possono vivere una dimensione affettiva che si muove tra due poli opposti: la dipendenza, alla cui base c’è una paura fondamentale (quella di essere abbandonati o di restare soli) e la controdipendenza, ossia la paura di dipendere da un’altra persona e, di conseguenza, di perdere il controllo sulla nostra vita.
Dipendenza: quando restiamo anche se non vogliamo
La dipendenza è alla base di molte mancate decisioni: quelle che ci fanno restare accanto a persone che non amiamo più o che non ci corrispondono come vorremmo. Ma è anche all’origine di attacchi di gelosia o del continuo bisogno di conferme. Quando ci troviamo in questa condizione, finiamo per modellarci sui bisogni del partner, per piacergli di più, per evitare conflitti, sviluppando un attaccamento insicuro e infantile, accompagnato da una fragile necessità di continua rassicurazione. Così facendo, non ci rendiamo conto che, magari, il nostro partner definisce la propria situazione come quella di “separati in casa”.
Controdipendenza: l’illusione dell’autosufficienza
Sul fronte opposto, in misura sempre più crescente, assistiamo a quella che Giorgio Nardone definisce controdipendenza: la rivendicazione di un’autosufficienza estrema nella quale ci barrichiamo per evitare vulnerabilità e dipendenza. Questa forma di difesa è alla base dell’attuale cambiamento nella nostra società che, anche grazie alla maggiore autonomia economica della donna, spinge sempre più verso una tendenza a restare da soli e a blindare la propria sicurezza, allontanando una relazione proprio quando diventa intima e sabotando i legami profondi che potrebbero instaurarsi con un eventuale partner. Protesi a costruire un’immagine esterna potente e iper-indipendente, arriviamo persino a negare i nostri stessi sentimenti.
La trappola dell’intimità evitata
Osservando cosa accade dentro di noi, possiamo notare che quando la relazione diventa significativa tendiamo ad aumentare la distanza, ostentando autonomia e controllo per non sentirci vulnerabili. Secondo Giorgio Nardone, è proprio questa la trappola che si autoalimenta: più scappiamo dall’intimità, più cresce la paura dell’intimità stessa. Il punto è che cambiamo non tanto quando diventiamo consapevoli del problema, ma quando facciamo qualcosa di diverso per risolverlo.
Il primo passo consiste nell’esporci gradualmente alla vicinanza, facendo piccoli passi invece di fuggire, così da ridurre la reazione automatica di ritiro. Se, quindi, i social hanno accelerato l’avvicinamento forzando tempi che non ci sembrano congeniali, quando una persona ci colpisce nel mondo non virtuale possiamo concederci il tempo di osservarla anche prima di conoscerla davvero, avvicinandoci alla sua realtà senza spaventarci, attraverso contatti brevi, definiti e gestibili, senza passare subito a un appuntamento.
Cambiare prospettiva con domande strategiche
Il passo successivo consiste nel porci domande strategiche, spostando l’attenzione da “devo essere invulnerabile” a “quali effetti produce davvero il mio distacco?”. Questo permette di rendere visibile il costo della difesa nella quale siamo arroccati e di prepararci al passaggio seguente, ovvero l’esperienza emozionale correttiva.
Approfondiremo questa tecnica nel prossimo corso con Giorgio Nardone, che ci guiderà alla scoperta dei meccanismi alla base delle emozioni che proviamo e delle reazioni che ne conseguono. Scopri il prossimo evento, cliccando qui!






