Perché si dice “fare i piccioncini”?

Vi siete mai chiesti perché ci siano così tanti piccioni in giro per le città?
Non starebbero forse meglio in campagna? Senza smog, senza palazzi ad impedirne il volo, senza le continue imprecazioni che noi tutti rivolgiamo a questi ignari volatili, scaricandogli addosso le colpe più disparate. Non starebbero meglio con tutti gli altri uccelli, liberi in cieli azzurri e non costretti tra palazzi e nuvole grigie? Secondo la logica dell’uomo, certamente starebbero meglio in un ambiente più “naturale”.
Eppure loro restano, e mi piace pensare non lo facciano solo per aver del cibo a buon mercato, ho una teoria a riguardo, ed ecco perché ho iniziato a parlare di piccioni in un blog di crescita personale. Lasciatemi quindi arrivare al punto: cosa aspettano i piccioni ad andarsene dalle città?

Per capirci qualcosa e rispondere a questa domanda bisogna conoscere un poco le abitudini di questi volatili, infatti tra le loro caratteristiche non c’è soltanto quella di appollaiarsi sulle statue e cercare spasmodicamente briciole di pane tra i marciapiedi. Una caratteristica ben più importante dei piccioni è il loro essere monogami: restano fedeli al partner per tutta la vita. Ma c’è di più: la coppia infatti si forma dopo un lungo periodo in cui il maschio corteggia la femmina.

 

acorn-1017796_1920

 

Solo dopo il corteggiamento i due volatili iniziano a pensare ad un futuro insieme e a prendere in considerazione l’idea di metter su casa, o nido che dir si voglia. E in questo caso il maschio per dimostrare alla femmina che è in grado di prendersi cura dei figli le porge le briciole di cui sopra, mostrandole così la sua capacità a provvedere al fabbisogno della famiglia, o covata che dir si voglia. E poi? Poi arrivano le uova, su cui si alternano, affinché restino al caldo, entrambi i coniugi e infine arrivano i piccioncini, che sono anch’essi nutriti da entrambi i genitori.

Dopo questa sessione-natura sul comportamento del piccione, o Columba livia, se volete fare i sofisticati, dovrebbe risultare chiaro cosa ci fanno i piccioni in città. Tra un volo radente sopra i taxi ingolfati e un tubare lieto alla faccia di tutti i musi lunghi che vedono di sotto, i piccioni ci ricordano una cosa che tendiamo spesso a dimenticare, e cioè che un matrimonio che dura tutta la vita è possibile, e che per ottenerlo ci deve essere l’impegno di entrambe le parti. Sia il maschio che la femmina infatti contribuiscono in maniera eguale alle necessità reciproche prima, e dei loro piccolo poi. Ambo i coniugi sviluppano cioè una personalità che potremmo definire del genitore e che è caratterizzata dal dare amore incondizionatamente.

Contrapposta alla personalità del genitore c’è però in ognuno di noi anche la personalità del bambino. Anch’egli vuole amore, ma non vuole un amore reciproco, bensì un amore assoluto e unidirezionale, il tipo di amore appunto che un bambino si aspetta dalla madre, un amore che lo protegga dal mondo. Molte persone si fermano a questo stadio di sviluppo della personalità e aspettano tutta la vita che arrivi qualcuno che si sostituisca inconsciamente alla madre o al padre e che li liberi dalle loro paure. Ma per avere una relazione felice non si può restare bambini, che difatti hanno “amichetti e amichette” ma non certo fidanzati e spasimanti.

 

13529009_523008741224755_7483794288205129416_n
Giulio Cesare Giacobbe, autore del best seller “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita”, sarà uno dei relatori dell’esclusivo evento formativo “Marte & Venere oggi, istruzioni per l’uso!”

 

Per ottenere un rapporto di coppia solido e felice si deve superare la personalità del bambino, per poi approdare alla personalità del genitore. Tra queste due c’è uno step intermedio che viene definito personalità dell’adulto. In questo caso non si cerca più qualcuno che ci protegga dal mondo, ma al contempo si accentua il nostro individualismo che ci porta quindi a non volere legami stabili e relazioni durature. È questa, a mio avviso, il tipo di personalità imperante oggigiorno, specie tra le persone che perseguono ciecamente una carriera lavorativa. Non è una personalità necessariamente sbagliata, soltanto poco adatta ad un impegno come quello del matrimonio. Quel che invece è sbagliato è ignorare questi meccanismi psicologici di sviluppo della personalità. Questo sì porta problemi! Soprattutto in termini di felicità personale e relazionale.

Infatti spesso non si riesce a sbrogliare il bandolo della matassa di cui è fatto il nostro cuore proprio perché non sappiamo bene chi siamo e quindi neanche cosa stiamo cercando. Da qui quella vaga sensazione di malessere che ci prende all’improvviso mentre camminiamo per le strade della nostra città e che inconsciamente scarichiamo addosso al primo piccione che capita definendolo soltanto come un topo con le ali.

Ma questo volatile è molto di più, è un esempio vivente della rotta da seguire per chiunque voglia migliorare il proprio rapporto di coppia, e a me piace pensare che abbia deciso di restare tra i grigiori delle città dell’uomo, proprio per dimostrare come un amore che possa essere definito tale, non subisca le intemperie climatiche né gli scorni della gente e che anzi, nelle difficoltà, si ritrovi più unito e affiatato e resista su tutto, arruffato e felice, tubando garrulo anche solo per una briciola di pane.

 

pigeons-413073_1920

 

 

Chi è Giulio Cesare Giacobbe?

Psicologo e psicoterapeuta in Italia e Usa, è laureato in Filosofia all’Università di Genova e in Psicologia presso l’International Institute of Pneumiatrics della California con specializzazione in Psicologia Analitica. Autore di testi di stampo accademico, è noto per numerosi libri di carattere divulgativo di grande successo come “Alla ricerca delle coccole perdute” e “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita”.

Cos’è veramente la Felicità?

La ricerca della felicità!
Spesso usiamo questa espressione pensando alla felicità come a qualcosa di alto e di irraggiungibile, che si può ottenere solo dopo un grande sforzo e che al contempo ci ripaga di tutte le pene sofferte. Fateci caso: la nostra idea di felicità è stata influenzata dall’idea di paradiso terrestre. Lo zampino della Chiesa, in questo caso, ha portato ad una distorsione delle nostre percezioni, cosicché tendiamo ad avere una cieca speranza nel futuro, sopportando allo stesso tempo le angherie del presente. Questo atteggiamento da un lato è molto utile e ci motiva nella ricerca di stimoli futuri, dall’altro però ci impedisce di godere appieno degli attimi fuggenti che viviamo.

Dov’è scritto che la felicità debba arrivare di colpo, che tutto ad un tratto e quasi senza possibilità di scelta irrompa nella nostra vita? In nessun luogo, però spesso ci comportiamo come se così fosse, riducendo il nostro presente ad una spasmodica attesa. Ora non voglio dire che dovete lasciare tutto, vendere la casa e partire per un improbabile giro del mondo, non è questo il punto. La felicità va trovata in noi stessi e non nei posti che visitiamo. Va trovata nella vita che abbiamo ogni giorno e che spesso sottovalutiamo. Ma anche qui: chi l’ha detto che vada cercata la Felicità maiuscola e assoluta? Non è forse vero che tanti tipi di felicità contribuiscono al nostro benessere totale? Sono moltissime le piccole cose che ci danno piacere e che spesso valutiamo come effimere. Ma da queste bisogna partire per cercare quel sentimento totalizzante che è sulla bocca di tutti e che al contempo nessuno sembra saper trovare.

Tra le tante felicità di cui possiamo godere, Paolo Crepet, noto autore e psichiatra italiano, ne fa un cospicuo elenco nel suo libro “Impara ad essere Felice”. Qui riporto 3 esempi per iniziare subito a mettere insieme i pezzi di puzzle che compongono la nostra felicità, sempre ricordando però come ci si possa divertire non solo alla fine dell’opera, ma anche e soprattutto per ogni pezzo che vediamo combaciare perfettamente con l’altro e che ci avvicina sempre di più alla meta finale.

 

La felicità dell’outsider outs

 

“Felice chi è diverso

essendo egli diverso.

Ma guai a chi è diverso

essendo egli comune”

Sandro Penna

 

 

 

La diversità spesso non paga. Chi non si sente parte del pensiero dominante viene spesso escluso e ciò provoca certamente malessere e può condurre all’infelicità. Ma non è sempre così. L’essere “outsider” infatti può rappresentare anche una grande opportunità. Se Tim Burton non fosse stato un ragazzo timido e impacciato che invece di uscire coi suoi coetanei passava i pomeriggi in casa disegnando e guardando vecchi film, oggi non potremmo godere dei suoi personaggi melanconici e sognanti, del frutto di quell’immaginazione coltivata in modo del tutto non convenzionale. E in questo caso vale anche l’esempio di Steve Jobs, licenziato dalla stessa azienda che aveva contribuito a creare, perché portatore di idee troppo rivoluzionarie che però avrebbero fatto la sua fortuna e la gioia di tutti i fan Apple. Essere diversi non è sbagliato, e la non omologazione col gruppo è un prezzo irrisorio da pagare per ottenere una propria vision che sia differente da quella degli altri.

 

La felicità della tartaruga

Vi ricordate quel vecchio spot della mozzarella in cui lo slogan era “la vita va assaporata…lentamente”?
Ebbene da quella pubblicità, oltre ad una “gran voglia di caprese”, possiamo trarre un importante insegnamento, e cioè non confondere la lentezza con la pigrizia. In tal senso pensate ai monaci tibetani che centellinano i granelli di sabbia dei loro mandala, e piano, giorno per giorno portano a compimento la loro opera. Non si può certo definirli inoperosi, ma neanche delle schegge. Oggigiorno il concetto di lentezza è stato accomunato a quello di inefficienza, come se ci fosse un incolmabile iato tra produttività e minuziosità. Lato che però è solo nella nostra testa, come scrive Primo Levi ne “La chiave a stella”: “se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che molti non conoscono”.
E proprio perché molti non conoscono la lentezza, l’accuratezza e la perfezione dei gesti che compongono un lavoro vengono scambiate per pigrizia e inezia. Ma non è così, è vero semmai l’opposto: quanto più tempo si impiega per fare qualcosa, tanto più questa ci sta a cuore. Occorrerebbe quindi prendersi qualche minuto in più per godere di qualche istante di felicità.

 

La felicità dell’artigiano

 

art-1565938_960_720

 

Questa è difficile da spiegare, ma sfido chiunque a non sentirsi felice dopo aver portato a termine qualcosa con le proprie mani. Ogni volta che poggiamo le nostra dita sulla materia per farne qualcosa, percepiamo una sensazione di benessere. Gli artigiani hanno una particolare tenerezza nel toccare le superfici del proprio lavoro, le accarezzano quasi fossero pelle umana e con tale rispetto le trattano. Anche se burbero, un artigiano è difficilmente triste. Il suo agire, il dono di costruire, riparare e rimettere in moto costituiscono un formidabile antidoto alla tristezza. Invece oggi pensiamo che la felicità non debba arrivare altro che da esercizi mentali, e invece basterebbe essere un poco più umili e riappropriarci della nostra dimensione sensoriale per vivere più sereni e più felici. E capire come è vero quanto detto da Paul Valery:

Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle.”