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La ricerca della felicità: i suggerimenti di Paolo Crepet

La ricerca della felicità!

Spesso usiamo questa espressione pensando alla felicità come a qualcosa di alto e di irraggiungibile, che si può ottenere solo dopo un grande sforzo e che al contempo ci ripaga di tutte le pene sofferte. Fateci caso: la nostra idea di felicità è stata influenzata dall’idea di paradiso terrestre. Lo zampino della Chiesa, in questo caso, ha portato ad una distorsione delle nostre percezioni, cosicché tendiamo ad avere una cieca speranza nel futuro, sopportando allo stesso tempo le angherie del presente. Questo atteggiamento da un lato è molto utile e ci motiva nella ricerca di stimoli futuri, dall’altro però ci impedisce di godere appieno degli attimi fuggenti che viviamo.

Dov’è scritto che la felicità debba arrivare di colpo, che tutto ad un tratto e quasi senza possibilità di scelta irrompa nella nostra vita? In nessun luogo, però spesso ci comportiamo come se così fosse, riducendo il nostro presente ad una spasmodica attesa. Ora non voglio dire che dovete lasciare tutto, vendere la casa e partire per un improbabile giro del mondo, non è questo il punto. La felicità va trovata in noi stessi e non nei posti che visitiamo. Va trovata nella vita che abbiamo ogni giorno e che spesso sottovalutiamo. Ma anche qui: chi l’ha detto che vada cercata la Felicità maiuscola e assoluta? Non è forse vero che tanti tipi di felicità contribuiscono al nostro benessere totale? Sono moltissime le piccole cose che ci danno piacere e che spesso valutiamo come effimere. Ma da queste bisogna partire per cercare quel sentimento totalizzante che è sulla bocca di tutti e che al contempo nessuno sembra saper trovare.

La ricerca della felicità? 3 esempi di felicità secondo Paolo Crepet

Tra le tante felicità di cui possiamo godere, Paolo Crepet, noto autore e psichiatra italiano, ne fa un cospicuo elenco nel suo libro Impara ad essere Felice”. Qui riporto 3 esempi per iniziare subito a mettere insieme i pezzi di puzzle che compongono la nostra felicità, sempre ricordando però come ci si possa divertire non solo alla fine dell’opera, ma anche e soprattutto per ogni pezzo che vediamo combaciare perfettamente con l’altro e che ci avvicina sempre di più alla meta finale.

 

La felicità dell’outsider

“Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune”
– Sandro Penna

La diversità spesso non paga. Chi non si sente parte del pensiero dominante viene spesso escluso e ciò provoca certamente malessere e può condurre all’infelicità. Ma non è sempre così. L’essere “outsider” infatti può rappresentare anche una grande opportunità. Se Tim Burton non fosse stato un ragazzo timido e impacciato che invece di uscire coi suoi coetanei passava i pomeriggi in casa disegnando e guardando vecchi film, oggi non potremmo godere dei suoi personaggi melanconici e sognanti, del frutto di quell’immaginazione coltivata in modo del tutto non convenzionale. E in questo caso vale anche l’esempio di Steve Jobs, licenziato dalla stessa azienda che aveva contribuito a creare, perché portatore di idee troppo rivoluzionarie che però avrebbero fatto la sua fortuna e la gioia di tutti i fan Apple. Essere diversi non è sbagliato, e la non omologazione col gruppo è un prezzo irrisorio da pagare per ottenere una propria vision che sia differente da quella degli altri.

essere diverso

 

La felicità della tartaruga

Vi ricordate quel vecchio spot della mozzarella in cui lo slogan era “la vita va assaporata…lentamente”?

Ebbene da quella pubblicità, oltre ad una “gran voglia di caprese”, possiamo trarre un importante insegnamento, e cioè non confondere la lentezza con la pigrizia. In tal senso pensate ai monaci tibetani che centellinano i granelli di sabbia dei loro mandala, e piano, giorno per giorno portano a compimento la loro opera. Non si può certo definirli inoperosi, ma neanche delle schegge. Oggigiorno il concetto di lentezza è stato accomunato a quello di inefficienza, come se ci fosse un incolmabile iato tra produttività e minuziosità. Lato che però è solo nella nostra testa, come scrive Primo Levi ne “La chiave a stella”: “se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che molti non conoscono”.

E proprio perché molti non conoscono la lentezza, l’accuratezza e la perfezione dei gesti che compongono un lavoro vengono scambiate per pigrizia e inezia. Ma non è così, è vero semmai l’opposto: quanto più tempo si impiega per fare qualcosa, tanto più questa ci sta a cuore. Occorrerebbe quindi prendersi qualche minuto in più per godere di qualche istante di felicità.

 

La felicità dell’artigiano

La felicità dell’artigiano

 

Questa è difficile da spiegare, ma sfido chiunque a non sentirsi felice dopo aver portato a termine qualcosa con le proprie mani. Ogni volta che poggiamo le nostra dita sulla materia per farne qualcosa, percepiamo una sensazione di benessere. Gli artigiani hanno una particolare tenerezza nel toccare le superfici del proprio lavoro, le accarezzano quasi fossero pelle umana e con tale rispetto le trattano. Anche se burbero, un artigiano è difficilmente triste. Il suo agire, il dono di costruire, riparare e rimettere in moto costituiscono un formidabile antidoto alla tristezza. Invece oggi pensiamo che la felicità non debba arrivare altro che da esercizi mentali, e invece basterebbe essere un poco più umili e riappropriarci della nostra dimensione sensoriale per vivere più sereni e più felici. E capire come è vero quanto detto da Paul Valery:

“Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle.”

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