FOMO: la paura di essere tagliati fuori ai tempi della pandemia

FOMO

FOMO: il tasto “pausa” con il Covid-19

Se c’è una cosa che ha accomunato l’intera umanità nell’ultimo anno è l’esclusione, la separazione. L’essere tagliati fuori da qualsiasi cosa, per proteggerci da una minaccia invisibile, ma reale. Rinchiusi in casa, abbiamo premuto il tasto “pausa” su molti aspetti della nostra vita. E quel tasto è, per certi versi, ancora in azione, perché non siamo ancora tornati alla completa normalità.

Di storie di separazione ne abbiamo lette tante e vissute noi stessi: genitori separati divisi dai loro figli, figli separati dai loro genitori, nonni da nipoti. In un modo o in un altro, nell’ambito personale o professionale, ognuno di noi ha messo in pausa la propria vita.

Quanti momenti di unione e condivisione ci siamo persi!

Il virus ci ha sottratto tempo sociale, divertimento, affetti. Ci è stato sottratto qualcosa, qualcuno, per più di un anno. Ecco il nostro attuale comune denominatore. Questa sensazione di perdita è ora comune a buona parte dell’umanità, ma di certo non è una sensazione nuova né tantomeno ha fatto capolino con il COVID-19.

Se in passato ti è capitato di provare stress o ansia di fronte alle foto meravigliose postate da amici, parenti o conoscenti o anche sconosciuti, sai di cosa stiamo parlando. Ed è una sensazione più frequente di quanto si possa credere: a chi non è successo, in fondo, almeno una volta?

Fear Of Missing Out

Foto di coppie felici, vacanze paradisiache, ferie all’insegna dell’avventura, cibi esotici e ristoranti di lusso. Sicuramente, questa fobia, la FOMO, c’è sempre stata. Una paura, capirete bene, non proprio bizzarra e tutt’altro che rara. La sigla, dall’inglese Fear of missing out”, sta per paura di rimanere esclusi, di essere tagliati fuori. Ha a che fare con la spiacevole sensazione che la nostra esistenza sia tagliata fuori da qualcosa di straordinario.

Si sa, i social mostrano solo ciò che “ognuno vuole mostrare”, con immagini che spesso sono “photoshoppate” o filtrate. Quanto ci sia di vero dietro queste foto è stato spesso al centro di dibattiti, studi e riflessioni. Basti citare l’organizzazione benefica contro il bullismo e i pregiudizi Ditch the Label, che tempo fa ha creato un video per denunciare l’incompatibilità tra la vita reale e quella che mostriamo nei social.

Ditch the Label

Quando cadiamo nel meccanismo del confronto e pensiamo di non essere all’altezza di ciò che fanno, sono o mostrano le altre persone, la trappola in cui spesso rischiamo di cadere è quella della menzogna, più o meno innocua. Nel video in questione questo aspetto è forse portato all’estremo, ma non è così lontano dalla realtà come possiamo credere.

Lo psicologo Richard Sherry sottolinea ad esempio che “il desiderio di presentare la migliore versione di se stessi è comprensibile, ma può portare gravi problemi. Il lato oscuro di questo conformismo sociale arriva quando perdiamo noi stessi o neghiamo ciò che autenticamente siamo, a un livello in cui a volte non ci riconosciamo più”. Quando questo comincia ad accadere – avverte l’esperto – prendono vita sentimenti di colpa e disgusto verso noi stessi, che possono creare una trappola cognitiva di alienazione e anche un senso di distacco e di paranoia”.

Al di là del dibattito sulla pericolosità del conformismo a tutti i costi e sul confronto con i social media, la spiacevole sensazione che ci stiamo perdendo qualcosa di importante va oltre il mezzo di comunicazione in sé. Tant’è vero che per alcune persone over 30-40-50 anni, questo sentimento è nato ai tempi delle scuole medie (a quel tempo i social non avevano ancora modificato la percezione della quotidianità).

Fomo Sapiens: non solo nativi digitali

Nel libro Fomo Sapiens, l’autore Patrick J. McGinnis, il primo a usare l’acronimo FOMO, che è entrato nell’Oxford Dictionary nel 2013, e quello di FOBO, di cui parleremo nel prossimo articolo, scrive:

“Così come l’Homo sapiens rimpiazzò l’Homo erectus, l’umanità moderna sta cedendo il passo a una nuova specie: il FOMO sapiens. […] E come l’Homo habilis era definito dai suoi utensili di pietra, il FOMO sapiens esibisce alcune caratteristiche distintive. Osservandolo nel suo habitat naturale, lo vedrete affannarsi a seguire tutte le cose reali o immaginarie che potrebbero rendere la sua vita perfetta, se solo si potessero fare o ottenere all’istante.”

Nonostante si tenda a credere il contrario, la FOMO non appartiene – come dicevamo – solo ai nativi digitali. Per McGinnis, i Millennial o i Gen Z possiedono certo una predisposizione innata a divenire FOMO sapiens, ma il fenomeno è troppo complesso e profondo da essere relegato esclusivamente al mondo social. Può colpire tanto la casalinga sessantenne “assalita dalle prodezze dei nipotini delle amiche” quanto un CEO di mezza età, che guarda con invidia le trasferte lavorative dei colleghi più giovani. Nonostante il termine sia diventato quasi di moda, gli effetti sono tutt’altro che piacevoli: ansia, insicurezza, depressione, tristezza, invidia perenne di sottofondo. Come ci ricorda lo psicologo e psicoterapeuta Giulio Cesare Giacobbe, come individui siamo soliti basare la nostra autostima sui nostri successi, qualcosa di esterno a noi, che può capitare e non capitare e che è facilissimo dimenticare al primo momento buio. Se possediamo tante belle cose, ma ci sentiamo falliti e non di valore, non riusciamo né ad amarci, né a perdonarci, né ad accettarci per quello che siamo. La FOMO, in questo senso, è solamente una delle conseguenze visibili di questo meccanismo psicologico.

E ora? La FOMO è scomparsa?

In un articolo apparso su La Stampa, il giornalista Fabio Sindici ne dà una definizione molto esaustiva: la FOMO, scrive, è “la paura di perdersi qualcosa. O qualcuno. Il posto giusto, il momento migliore, il bell’incontro, la comitiva più cool. Insomma: l’ansia di essere ubiqui”. E nonostante l’epoca contemporanea abbia avvicinato l’inavvicinabile, riducendo in modo drastico tempistiche e distanze, quello dell’ubiquità non è (ancora) un dono su cui possiamo far affidamento. La domanda che in molti si sono posti è questa: durante la pandemia, in cui nessuno – in ogni parte del Pianeta – poteva invidiare le feste, le vacanze, i momenti wow altrui, la FOMO è scomparsa?

Certo che no: semmai è cambiata, come siamo cambiati noi.

Già in un precedente articolo del nostro blog, abbiamo visto come paure più o meno sempre esistite abbiano subito variazioni o si siano maggiormente diffuse con la pandemia. Per quel che riguarda la FOMO, è interessante il punto di vista raccolto in un articolo di Mashable. Il titolo del pezzo è: “Tutti impegnati in video call e aperitivi, mentre io resto sempre indietro”. Lo abbiamo visto soprattutto all’inizio della pandemia, durante le primissime settimane del lockdown, italiano prima, mondiale dopo. Ciò a cui abbiamo assistito è stata una frenesia di attività, una gara a chi si mostrava più attivo: con la lettura, con la ginnastica, in cucina, con gli aperitivi su Zoom o con il bricolage. Nell’articolo si legge:

“In una sola serata una mia collega ha studiato francese, suonato la chitarra, preparato la pizza con suo marito e partecipato al flash mob delle lucine accese contro il coronavirus. Nella stessa sera, io ho mangiato una pasta preparata in velocità e… Non saprei dire cosa altro ho fatto”.

In effetti, sui social (ma non solo) le persone sembravano divise in due grandi filoni, ben distinti: 1. Chi faceva cose e lo scriveva e 2. Chi non faceva niente e lo scriveva.

La parola d’ordine era ed è stata per parecchio “Mai fermarsi!”, che ha alimentato pian piano la paura di “perdere tempo”, il timore di mostrarci noiosi, fermi e poco interessanti agli occhi altrui. La paura, cioè, di esibire al mondo la nostra vita rinchiusa all’interno di quattro mura e di scoprirla non “all’altezza” della clausura delle altre persone.

Sempre Patrick J. Mc Ginnis, in una recente intervista di HuffingtonPost, mette in luce un aspetto molto interessante:

“Dopo aver guardato tutte le serie tv che avevamo tenuto da parte e aver letto libri per alcune settimane, ci siamo resi conto che non avevamo solo la paura di essere tagliati fuori dagli eventi divertenti. Avevamo anche e soprattutto la paura di perdere tutta quella vita che avremmo potuto vivere se non ci fosse stato il Covid-19: la possibilità di vedere parenti e amici, per esempio.”

Sono in molti a credere che la FOMO più grande la dobbiamo ancora vivere, che si spalancherà non appena torneremo a una situazione di normalità: l’ansia da prestazione per vivere tutto ciò che non abbiamo potuto finora. Un desiderio profondo di recuperare ciò che abbiamo perso e che il virus ci ha strappato e che ci metterà davanti all’ondata di FOMO più potente mai sperimentata. Secondo Patrick J.Mc Ginnis, si legge nell’intervista, questa ondata non avrà solo conseguenze negative, ma renderà visibile un aspetto molto positivo: se non invalidante e patologica, la FOMO può trasformarsi in una straordinaria leva di crescita personale. Può diventare quella vocina incoraggiante che ti sprona a migliorarti, a cercare nuovi stimoli e sperimentare nuove cose. La speranza, per ognuno di noi, è quella di essere capaci di trasformare la FOMO in una sorta di Lucignolo “buono”, che ci aiuti a uscire dalla zona di comfort, abbandonando sentimenti di invidia e abbracciando un nuovo modo sereno di cavalcare le opportunità che la vita può presentarci.

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