Il sé libero: riscoprire l’importanza del “tempo per noi”

Sé libero

Il cervello non smette mai di cercare le risposte

A chi non è mai capitato di conoscere una persona e, poco dopo, di non ricordarne già più il nome? Quel nome, in genere, riaffiora: ma lo fa molte ore più tardi, mentre con ogni probabilità stiamo indaffarati in tutt’altro. Accade, spiega Nicoletta Romanazzi, mental coach, trainer e facilitatrice di respiro, perché il cervello non smette mai di cercare la risposta. L’attività del cervello procede sempre, anche quando non ne siamo consapevoli. Tuttavia, se le domande che ci poniamo sono “inutili”, le risposte che avremo saranno anch’esse poco utili.

Riprendiamo un esempio della mental coach:
“Come posso fare per dimagrire?” è una domanda che si presta a una risposta piuttosto ovvia.
“Come posso fare per dimagrire divertendomi?”, invece è una domanda più utile. Questa, infatti, sposta il ragionamento su un piano completamente diverso, generando apertura a risposte più creative e che, soprattutto, possono stimolarmi all’azione.

In una semplice domanda è condensato un processo molto importante: ho percepito un mio bisogno, mi sono chiesto come soddisfarlo e, nel secondo caso, l’ho fatto in modo da offrirmi spunti che mi condurranno all’azione.

Il sé libero è un esercizio quotidiano

Durante la pandemia abbiamo dovuto tenere chiuso in un cassetto quella cosa importantissima che è il nostro sé libero. Ma lui non voleva starci, lì dentro, voleva uscire: per tutta la vita, infatti, si è occupato di cercare di proteggere la nostra libertà e indipendenza.

Quando situazioni come questa si verificano, in cui sentiamo qualcosa che non vorremmo sentire, è tipico avere la tentazione di metterci subito una sorta di tappo sopra. Ci serve ad evitare che quel pensiero specifico ci infastidisca, semplicemente esistendo. E così, cosa abbiamo fatto? Ci siamo iscritti a una serie infinita di webinar, abbiamo guardato tutte le stories di Instagram e seguito gli aggiornamenti social. Tutte cose sacrosante, comunque, perché ci hanno permesso di mantenere un contatto col mondo esterno e di imparare cose nuove. Eppure, occorre considerare che anche riservarci dei momenti di silenzio ci aiuta. Le vere soluzioni ai nostri problemi, infatti, nella maggior parte dei casi vengono da dentro, non dall’esterno. Siamo noi a dover dar loro il tempo e il modo di emergere, per far sì che possiamo ascoltarle.

Ascoltare il nostro sé libero, per ascoltare le soluzioni

Il silenzio interiore ci consente di ascoltarci, di far emergere ciò che deve emergere. E se ciò che emerge è paura o tristezza, non occorre preoccuparsi: è un processo assolutamente naturale. Accorgerci di questa tristezza e darle uno spazio è vitale, perché esprimendosi le impedisce di incidere, internamente, sul nostro benessere.
Quello che è successo in modo amplificato durante la pandemia, in realtà accade su base quotidiana. Ed ecco perché l’esercizio dell’ascolto del nostro sé libero deve essere svolto sempre: il silenzio interiore, il tempo per noi, l’attenzione alla natura devono essere impegni quotidiani nella nostra vita, utili a cogliere dei segnali che possiamo mettere a disposizione della nostra autorealizzazione.

I segnali che ci suggeriscono di cambiare

Capita, ad esempio, che nei momenti di silenzio interiore affiori un bisogno legato all’ambito professionale: ci si sente insoddisfatti del proprio lavoro e si insinua in noi la voglia di cambiamento. Ecco, questo è un dono prezioso che va seguito, ascoltato, nutrito, con un atteggiamento che non sfoci nel panico, quanto nella volontà di prenderne quanto di positivo può emergerne. Riuscire, in quel contesto, ad aggiornare il curriculum, ad esempio, è un passo concreto che non stravolge la nostra vita, ma la conduce verso il prossimo passo da compiere. Ed è così che, quando leggeremo un’inserzione relativa a una posizione aperta, non incontreremo più un blocco. Al contrario, saremo rapidi nell’assecondare quella voglia di cambiamento, non cercheremo alibi: semplicemente, invieremo il curriculum a cui abbiamo già lavorato, iniziando a predisporre in noi la possibile gioia di avere un’opportunità.

Del resto, come abbiamo detto prima, il cervello risponde sempre alle nostre domande.

Il potere del linguaggio trasformazionale

“Si dice che diventiamo ciò che ci raccontiamo: per questo, utilizzare il linguaggio trasformazionale è un auto-aiuto costruttivo.
La dicotomia tra ciò che è giusto e sbagliato non aiuta; dovremmo sempre chiederci cosa è utile per noi e cosa non lo è.”
– Nicoletta Romanazzi

Dato che i pensieri negativi non si bloccano ed è sbagliato inibirli, allora è bene farli affiorare, ascoltarli e poi affrontarli, anche con ironia, giocando con noi stessi. Occorre però proiettarsi su ciò che potrebbe essere un possibile risultato e orientare, di conseguenza, le nostre azioni.

Quando ci sentiamo sommersi dalla frenesia, immersi in un flusso che ci fa schizzare da un posto all’altro, possiamo sprofondare nella negatività. Oppure, possiamo chiederci se non c’è qualcos’altro che faremmo, un altro lavoro, che ci porti a fare una vita diversa. Cambiare la percezione significa accorgerci che sì, è un momento faticoso, ma che in realtà noi faremmo quel lavoro e non un altro. Questo ci consente di non sprofondare perché siamo noi a decidere: ci appropriamo di ciò che vogliamo fare davvero.

A un passo dalla frustrazione, spesso ci accorgiamo che basta ancora uno sforzo per arrivare alla meta.

Cambiare il modo in cui guardiamo al nostro futuro

  • Imparare a visualizzare il nostro desiderio per trasformarlo in obiettivo, costruire un piano d’azione concreto per raggiungerlo.
  • Riguadagnare la concentrazione perduta e gestire ansie e pressioni (esterne ed interne), per usarle come alleati.
  • Acquisire o recuperare consapevolezza del nostro potenziale per applicarlo nel quotidiano e migliorare tutte le nostre “prestazioni” in ambito personale, relazionale e professionale.

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