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L’importanza delle parole e l’umile arte del “non-capire”

Siamo abituati ad avere a che fare con tante persone che dicono di aver capito e compreso tutto. I social hanno amplificato questa percezione, ma non solo. Se litighiamo con il partner, con un familiare, con il collega di lavoro o con un amico e cerchiamo di mettere in dubbio qualcosa che “non torna”, spesso ci sentiamo dire: “Ho capito come sei fatto/a”, “Conosco la persona che sei”.

Eppure… non è mica così male non-capire!

Cerchiamo di approfondire bene questo aspetto, affidandoci soprattutto all’approccio di Igor Sibaldi, traduttore e filologo.

“Perché”. È una parola che utilizzano tantissimo i bambini. Man mano che si diventa adulti la si utilizza sempre meno, perché un adulto bravo è quello che non chiede “perché” e che non si fa domande.
Igor Sibaldi

Chiederci “perché?”, ci spiega il filologo, vuol dire che tutto quello che ci è stato spiegato non ci è sufficiente, così come non lo è ciò che abbiamo capito fino ad ora.

Ma partiamo dalle basi, ovvero dalla termologia stessa di alcuni termini che usiamo quotidianamente. Ne prendiamo come esempio tre, che Igor ha spogliato dei significati più banali che possiamo pensare e donato loro una luce nuova, che serve a noi per riflettere su come sta andando avanti il mondo, la società, noi stessi.

Le parole sono:

  • Capire
  • Afferrare
  • Comprendere

Sono, in effetti, tre verbi che utilizziamo tutti i giorni. In ambito lavorativo, familiare e nei contesti più disparati.

Ora ti chiederai: ma non chiediamo “perché” per capire? Certo, ci dice Sibaldi, ma è anche vero che, da piccoli, per farci smettere di porre domande, ci facevano capire. Comprendere è quasi un sinonimo di capire. Afferrare è un modo di capire.

Sembrerebbero verbi innocenti; eppure, andando a guardare la loro etimologia, possiamo cogliere sfumature che ci servono per mettere in discussione cose che ritenevamo vere e per non smettere di fare domande.

Proprio a proposito di questi tre verbi, da dove vengono queste parole?

Capire: quando i “perché” richiedono coraggio

“Capire”, dal latino capĕre, che letteralmente vuol dire “far stare dentro”, “Avere la possibilità di entrare o stare in un luogo, poter entrare, essere contenuto”. Quando noi capiamo, facciamo stare qualcosa all’interno di uno “spazio” che si trova nella nostra mente. Uno spazio che, ci piaccia o no, non è illimitato e infinito.

Se ci pensi bene, quando chiediamo “perché”? Quando qualcosa non la capiamo o non la sappiamo. Ha a che fare con il nostro renderci conto che alcune cose non le capiamo, non le comprendiamo, non le afferriamo. Per accorgersi di non sapere qualcosa occorre coraggio.

Le persone che credono di sapere tutto non chiedono.

“Se non sappiamo, cresciamo.”
Igor Sibaldi

C’è un esempio bellissimo a proposito di questo argomento: quando ci innamoriamo di qualcuno, ci dice Sibaldi, ci innamoriamo del futuro di quella persona. Se desideriamo impegnarci con qualcuno, è perché in quella persona scorgiamo un “avvenire”. E quando una storia finisce, è perché molto spesso uno dei due non riesce più a vedere il futuro dell’altra persona oppure perché i due futuri sono incompatibili. Ad attrarci è qualcosa che è più grande di ciò che limitiamo alla conoscenza attuale, è qualcosa di molto, molto più grande, che va oltre, si proietta e si allarga all’infinito.

“È il futuro – delle cose, delle scelte, delle persone, che attrae”.
Igor Sibaldi

Ogni volta che capiamo, riduciamo ciò che potrebbe presentarsi davanti a noi. Se capiamo, afferriamo o comprendiamo qualcosa, spegniamo la fiamma ardente della ricerca di ciò che è oltre quello che vediamo.

Anche gli altri due verbi – comprendere ed afferrare – non sono di meno.

Comprendere e afferrare

“Comprendere” viene dal latino cum, con, e prehendere, prendere. Significa “contenere in sé, circondare”. “Afferrare”, invece, deriva dal latino tardo adferrare, ovvero “impugnare il ferro, l’arma.”

Per poter chiedere “perché?” dobbiamo non capire. Meno capiamo, meno comprendiamo, meno afferriamo, meglio è, e ci vuole coraggio. Sembrerà strano, ma questo concetto, nella filosofia antica, si chiamava “scetticismo”.
Igor Sibaldi

Sii scettico: andare sempre oltre l’apparenza

Il termine scetticismo viene dalla parola greca σκέψις (sképsis), che significa “ricerca”, “dubbio”, stessa radice del verbo sképtesthai che significa “osservare attentamente”, “esaminare”, “guardar bene”. Lo scettico è colui che va un po’ controcorrente: mentre il mondo intero crede di aver capito tutto, a lui qualcosa che va stretto. Capisce che ci sono tante cose in più, non può fermarsi, non può essere tutto lì. Anche essere scettici richiede coraggio, perché si tratta di fare un salto esistenziale di un certo tipo.

Se conosci già gli studi di Igor Sibaldi, sai che questo concetto rappresenta un po’ le fondamenta per desiderare. Un concetto semplice, in realtà, ma rivoluzionario. Le persone che smettono di desiderare sono quelle che si accontentano, che non vanno oltre e che si limitano a scegliere. Desiderare è accorgersi di qualcos’altro, e questo richiede profondità, coraggio, audacia.

Ponendoci delle domande su noi stessi – dei perché su noi stessi – potremo allargare il numero delle possibilità che abbiamo davanti, semplicemente accorgendoci che non abbiamo capito tutto di noi.

Quando una persona ha capito qualcosa di sé, comincia ad essere quello che ha capito.
Igor Sibaldi

Luigi Pirandello scriveva che ciò che conosciamo di noi è solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa. Questo, per Sibaldi, è tutt’altro che negativo.

Quando ammettiamo di non aver capito alcune cose che ci riguardano significa renderci conto di una parte di noi che “non sappiamo”, che “non ha nome”, ma che è pronta a sprigionare tutta la sua potenzialità.

Ma allora, ti chiederai, come possiamo esprimerci?

Igor ci fa così riflettere sul verbo “intendere”, che viene dal latino intendĕre, derivato di tendĕre, ovvero “tendere”. Tendere è volgersi in avanti, entrare dentro qualcosa, crescendo.

“Conoscere.
Comprendere.
Confessare.
Concetto.
Consapevolezza.
Consenso.
Questi “con” entrano ogni giorno nella nostra mente e ci con-stringono a con-dividerci con gli altri per avere il loro con-senso.
A volte bisogna, sì. Ma ogni tanto prova a cambiare parole: a cercare la SAPIENZA invece della conoscenza, a INTENDERE invece di comprendere, ad avere IDEE invece di concetti, ad ACCORGERTI invece di essere consapevole, a SCOPRIRE invece di confessare. E invece di badare al consenso, datti il PERMESSO di diventare quello che vuoi tu e basta”.

Igor Sibaldi

Le parole, dice Sibaldi, sono le dita, gli occhi, le orecchie, gli organi di gusto e di olfatto, sono sia il microscopio, sia il telescopio della realtà. È per questo che abbiamo chiesto a Igor un seminario pensato e studiato proprio sulle parole, sul linguaggio e sulla filologia: perché tutto parte da lì. Il seminario si terrà sabato 20 febbraio, in diretta streaming: se desideri maggiori informazioni puoi scriverci a seminari.sibaldi@lifestrategies.it oppure cliccando QUI puoi leggere tutte le informazioni riguardanti questa straordinaria giornata!

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Abbiamo deciso pertanto di spostare le date dei nostri seminari nell’ultima parte dell’anno, quando saremo sicuri che condividere l’esperienza della formazione sia in armonia con il nostro e vostro star bene.