A cura di Life Strategies
A fine giornata, quando tutto dovrebbe rallentare, la mente torna spesso sugli eventi appena vissuti: una risposta che si sarebbe potuta formulare meglio, la presentazione che non è andata esattamente come previsto, la mail inviata con una svista che forse nessuno ha nemmeno notato. Rileggere mentalmente ciò che è accaduto non porta sollievo, anzi, spesso alimenta solo un nuovo giro di controlli e ripensamenti.
Dall’esterno una persona perfezionista può sembrare ambiziosa, rigorosa, affidabile, e lo è. Ma dentro vive una tensione che non si allenta mai, un’asticella che si sposta verso l’alto ogni volta che sembra averla raggiunta.
L’illusione che protegge
Il perfezionismo non nasce dal nulla, bensì da un bisogno profondo e comprensibile: quello di sentirsi al sicuro dal giudizio altrui, dalla sensazione di non essere abbastanza.
È una sorta di insicurezza travestita da virtù perché chi perfeziona all’infinito sembra cercare l’eccellenza, ma in realtà cerca una protezione. Non a caso, i pensieri girano intorno a un semplice principio illusorio: se facciamo tutto alla perfezione, nessuno potrà criticarci, se non commettiamo errori, non dovremo affrontare il fallimento.
Il problema, però, è che questa protezione funziona nell’immediato, abbassando l’ansia per qualche ora, ma poi la rilancia più in alto di prima. Infatti, la perfezione assoluta non esiste, e il perfezionista lo sa, anche se non riesce a smettere di inseguirla.
La soluzione che diventa problema
Uno dei meccanismi più insidiosi di questa insicurezza sta proprio nel tentativo di eliminare l’ansia attraverso il controllo, che finisce invece per alimentarla. Chi conosce questo meccanismo sa quanto sia difficile da spiegare a chi non lo vive: sforzarsi di fare tutto bene finisce per amplificare l’attenzione verso ogni minima imperfezione.
È quello che in psicoterapia strategica viene definito un effetto paradossale della tentata soluzione ridondante, ovvero la risposta che adottiamo per risolvere il problema diventa essa stessa il problema.
Nel caso del perfezionismo, la tentata soluzione è la ricerca maniacale dell’impeccabilità e l’effetto paradossale è la paralisi, come il foglio bianco che non si riesce a riempire o la decisione che non si riesce a prendere.
Quando si tenta di controllare volontariamente qualcosa che dovrebbe essere spontaneo, ad esempio una reazione o un’emozione, si ottiene spesso l’effetto opposto, poiché il controllo, anziché ridurre la disfunzione, tende ad amplificarla.
Quando smettere di migliorare diventa impossibile
C’è una differenza importante tra il sano desiderio di fare bene e il perfezionismo patologico. Il primo è flessibile, sa quando fermarsi, sa accettare un risultato buono anche se non perfetto. Il secondo non conosce soglie: ogni traguardo raggiunto è immediatamente svalutato, ogni apprezzamento ricevuto viene filtrato attraverso un “avrei potuto fare di più”.
Il perfezionista cronico vive in uno stato di perenne insoddisfazione, anche se con gli altri è spesso tollerante, con se stesso non concede nulla. E questa inflessibilità ha un costo altissimo che logora le energie, compromette le relazioni, genera un’autocritica costante che nel tempo non resta confinata al lavoro, ma si allarga fino a diventare una fonte di ansia.
Paradossalmente, spesso produce anche risultati peggiori.
Come si esce dalla trappola
Nell’ottica della Terapia breve strategica® di Giorgio Nardone, la sola consapevolezza del problema raramente è sufficiente a produrre un cambiamento duraturo. L’intervento si concentra piuttosto sull’interruzione concreta dei circoli viziosi che mantengono il problema, attraverso tecniche che agiscono direttamente sul comportamento.
È fondamentale, prima di tutto, interrompere il bisogno di controllo attraverso esperienze guidate di esposizione all’imperfezione: consegnare deliberatamente un lavoro che si sa essere “abbastanza buono” invece di perfetto, inviare una mail senza rileggerla una quarta volta, fermarsi quando il risultato è sufficiente anche se non impeccabile.
Un’altra tecnica, tipica dell’approccio strategico, è quella del peggioramento volontario. All’interno di un contesto circoscritto e protetto, indurre il perfezionista a produrre intenzionalmente qualcosa di imperfetto lo espone a un’esperienza emozionale correttiva. In questo modo, la persona scopre che l’imperfezione è tollerabile, che non distrugge la propria immagine e che gli altri raramente notano ciò che ai suoi occhi appare come un fallimento devastante.
L’insicurezza che si trasforma
In molti casi, il perfezionismo può rappresentare un tentativo di compensare un profondo senso di insicurezza, e chi lo riconosce ha già fatto qualcosa di non scontato. Ma, da sola, la consapevolezza cambia poco. Come insegna Giorgio Nardone, il cambiamento non passa dalla consapevolezza, ma dall’azione e, a volte, l’azione più coraggiosa che possiamo compiere è fermarci un secondo prima di controllare per la quarta volta il progetto e inviarlo, anche se non è ancora perfetto.
Il perfezionismo è solo una delle forme in cui l’insicurezza può manifestarsi. Giorgio Nardone le esplorerà tutte nel prossimo appuntamento di Life Strategies, mostrando come trasformare i meccanismi che ci bloccano in risorse concrete. Scopri come partecipare, cliccando qui!





