A cura di Life Strategies
Ogni giorno, prima di compiere una scelta abbiamo due alternative: prendere una decisione oppure no. Parliamo con nostro figlio, che ci chiede di poter andare a vivere da solo: possiamo approfondire le motivazioni oppure chiudere il discorso perché ci spaventa.
Ma volendo semplificare ancora: entriamo in un bar, vediamo l’uomo della nostra vita, la donna dei nostri sogni, ma non riusciamo nemmeno a dire “Ciao!”. Se non conosciamo una persona, possiamo riuscire almeno a salutarla? È una domanda che tocca il cuore di quella che Giorgio Nardone chiama la trappola dell’evitamento. La tentazione di scappare è la risposta più naturale del mondo: il nostro cervello cerca di proteggerci da una situazione che percepisce come una minaccia al nostro valore o al nostro equilibrio. Eppure, quella apparente semplice scelta, o non scelta, di uscire dal bar determina una serie di conseguenze importanti.
La “conferma” dell’incapacità
Ogni volta che evitiamo una situazione perché ci sentiamo a disagio, mandiamo un messaggio potentissimo al nostro subconscio: “Scappo perché non sono in grado di gestire questa cosa”. Invece di proteggerci, l’evitamento alimenta l’insicurezza. La prossima volta che vedremo quella persona (o un’altra situazione simile), la nostra ansia non sarà uguale a prima, sarà leggermente superiore, perché avremo “allenato” il muscolo della fuga invece di quello della presenza.
Il paradosso della paura
Nardone ricorre spesso a una metafora: “La paura guardata in faccia diventa coraggio, la paura evitata diventa panico”. Cambiare bar trasforma un piccolo disagio sociale in un “mostro” imbattibile. Se cambiamo bar oggi per lui, domani potremmo farlo per un collega che ci mette soggezione, o per un impegno sociale che ci spaventa. Il nostro mondo rischia di restringersi sempre di più.
Cosa succede se rimaniamo
Se non riusciamo a salutare e non riusciamo nemmeno a fare quel cenno col capo, va bene lo stesso. L’importante è il semplice fatto di restare. Rimanere nel bar, ordinare il nostro caffè e berlo guardando fuori dalla finestra o leggendo qualcosa, senza scappare, è già una vittoria. Stiamo dimostrando al nostro sistema nervoso che siamo in grado di tollerare il disagio. Non dobbiamo “vincere” su di lui, ma dobbiamo solo “vincere” sul nostro impulso di scappare.
La strategia del passo indietro
Se l’idea di restare ci blocca completamente, invece di forzarci a compiere gesti “eroici”, possiamo provare la tecnica della riduzione dell’obiettivo. Entriamo e restiamo solo 2 minuti: promettiamo a noi stessi che entreremo, ordineremo un caffè veloce al bancone e usciremo. Non dobbiamo guardare nessuno, non dobbiamo parlare con nessuno, solo stare fisicamente lì per il tempo di un espresso. L’obiettivo minimo: il successo non è conoscere l’altra persona, ma non cambiare le nostre abitudini a causa sua. Se quel bar ci piace, abbiamo il diritto di starci indipendentemente da chi c’è dentro. Cambiare bar ci dà un sollievo immediato (breve periodo), ma consolida la nostra insicurezza (lungo periodo). Restare dà un fastidio immediato, ma costruisce la nostra capacità futura.
“L’eroe non è colui che non ha paura, ma colui che la attraversa.”
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