Il potere della felicità, il cammino della vita

Tutti noi ricerchiamo, sin da bambini, un modo per essere felici. Lo facciamo a tutte le età e in ogni momento della vita, dando alla felicità sembianze sempre nuove e diverse.

C’è chi lo ritiene un diritto e chi invece lo considera un obiettivo da raggiungere a costo di molti sacrifici: essere felici è una condizione dell’esistenza alla quale tutti, indistintamente, aspiriamo.

Il 31 ottobre 1823 Giacomo Leopardi scriveva nello Zibaldone che “la felicità non è che il compimento”. Il poeta di Recanati aveva compreso che la diffusa infelicità, della sua e di altre epoche (anche la nostra, ma certo non era a noi in particolare che si riferiva quando l’ha scritto), era causata dalla mancanza di passioni felici e aveva ragione. Affamato di vita e di infinito come era, aveva compreso quale fosse il metodo per non rimanere schiacciati dalla sofferenza e in qualche modo lo praticò durante tutta la sua esistenza.

Dipinto di Giacomo Leopardi – A. Ferrazzi, 1820 circa, olio su tela

Oggi di felicità si parla ovunque, nei talk televisivi, nei social, nelle chat tra amici. Se ne parla con affanno, come se conquistarla fosse un’impresa titanica. La si racconta come una mèta inarrivabile, una qualità per pochi, un qualcosa o un qualcuno da avere, uno status economico o sociale, un amore. Tutte cose che fanno essere la felicità un derivato delle condizioni che sperimentiamo intorno, non dentro di noi. Ed è questo, probabilmente, il motivo per cui siamo tanto infelici.

La felicità è un’emozione. La compiuta esperienza di ogni appagamento (definizione che ne dà il dizionario). La “compiutezza” è la caratteristica che rende l’esperienza appagante. Proprio come scriveva Leopardi nello Zibaldone, e non c’è nulla che possa anche solo lontanamente paragonarsi ad uno stato di felicità, se non ciò che senti nel cuore come compiutamente realizzato.

Nel film “La Ricerca della Felicità”, diretto dall’italiano Gabriele Muccino, la vita di Chris Gardner, imprenditore milionario che nei primi anni ’80 visse il dramma della vera povertà, con un figlio a carico e senza una casa dove poterlo crescere, è scandito da “capitoli”. Il protagonista, che è anche voce narrante della storia, definisce ogni parte della sua esistenza alla luce dei fatti che la caratterizzano. L’ultima parte della pellicola, corrispondente alla realizzazione, alla riuscita, alla soddisfatta conquista di ciò per cui si era maggiormente impegnato, lui la chiama “felicità”. “Questa parte della mia vita, questa piccola parte della mia vita”, dice, “si può chiamare felicità”. È il senso di totale e compiuto appagamento per quel momento così intenso della vita a fargli provare la vera felicità, ma la porzione di esistenza a cui fa riferimento è “piccola”. Vuol dire che la felicità non è durevole. La felicità è legata ad un momento, a qualcosa che accade in noi. Che la vita, in fondo, è l’insieme di tanti eventi, belli e brutti. La felicità è l’apice di un cammino, il sentimento che proviamo quando ci sentiamo davvero appagati per ciò che abbiamo realizzato.

Dal film La ricerca della felicità

Ne Il Piccolo Principe, romanzo scritto da Antoine De Saint-Exupery, la felicità è legata alla contemplazione di una rosa. “Se qualcuno ama un fiore di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda”. È un pensiero struggente, carico di quell’amore vero che è fonte della più immensa delle felicità.

Quando il Piccolo Principe cerca di capire se le spine dei fiori possano avere un ruolo utile nella difesa delle rose, inizia a capire che la sua rosa è speciale. Quel fiore che fino a quel momento era stato l’unico esemplare di una varietà a lui cara, rischiava di estinguersi. Il suo timore era che una pecora potesse mangiare la rosa con tutte le spine e il solo pensiero gli generava un grande dolore. La rosa era una fonte di felicità per lui e quella felicità sarebbe scomparsa se il fiore non ci fosse stato più.

Il Piccolo Principe e la Rosa. Disegni ad acquarello originali di Saint-Exupéry

A volte dimentichiamo come si fa ad essere felici e quando lo siamo abbiamo paura di perderci. Per paura che lo stato di grazia non sia durevole, lo svuotiamo di ogni significato e finiamo per non goderne pienamente.

La diffusa infelicità del nostro tempo è dovuta all’incapacità di farsi carico di chi e cosa si ama. È quella che viviamo l’epoca delle emozioni di superficie, delle amicizie su Facebook, dei destini costruiti sulle orme dei grandi monopoli tecnologici che hanno modellato l’umanità nell’ultimo decennio. In un mondo che sta perseguendo l’ambizioso progetto di fondere uomo e macchina, che cosa significherà essere felici?

Gli antichi dicevano che le stelle influenzano i fatti della vita. Se in una notte qualunque contemplassimo il cielo ci sentiremmo probabilmente inadeguati al cospetto dell’immensità.

Questo non sentirci all’altezza ha reso la felicità più difficile da raggiungere. Abbiamo smesso, in un certo senso, di desiderare qualcosa che vada oltre noi stessi.

L’assenza di desideri è tra le maggiori cause di infelicità per l’uomo. Lo scrittore Igor Sibaldi, che di questo tema ha fatto un cavallo di battaglia, è convinto che i desideri siano uno strumento potentissimo di conoscenza, l’unico in grado di farci trovare la via della felicità. E non una felicità qualunque, ma la nostra! L’unica per cui valga la pena vivere.

Anche lui, esperto di filologia, come gli antichi, guarda alle stelle, ma non per ammirarle come un appassionato di astronomia. Le guarda pensando che il “desiderare”, in italiano, sia un atto bellissimo. De-sidera, letteralmente mancanza di stelle, significa accorgersi che nel nostro cuore c’è qualcosa di più di quel che, fino a quel momento, le stelle ci stanno concedendo.

Quando scopriamo i nostri veri desideri, non quelli alla superficie, ma quelli alle pendici del nostro animo, una scia di fuoco penetra attraverso gli occhi nel fondo del nostro IO e lo fa sentire meritevole di bellezza. È allora che si fa strada in noi la fiducia che sia possibile cambiare tutto, il senso stesso della nostra vita.

È questo il momento in cui siamo “rapiti” dallo stupore di scoprire chi siamo davvero, al di là dei giudizi altrui.

Quando iniziamo a desiderare diventiamo frequentatori di spazi celesti e ci sentiamo parte di quel tutto che è la trama vivente sulla quale si intesse l’insieme degli eventi della nostra vita.

Secondo il ricercatore americano Gregg Braden la gratitudine e l’apprezzamento che ne derivano sono così potenti da rilasciare nell’organismo ormoni che sostengono la vita e rafforzano perfino il sistema immunitario.

Solo la fedeltà ai nostri più intimi desideri ci rende in grado di afferrare la felicità quando arriva.

Occorre allora trasformare ciò che ci è capitato fino ad allora in scelta, ciò che è presente nella nostra vita in desiderio, ciò che abbiamo intrapreso in passione. Per farlo dobbiamo parlarci in modo franco, utilizzare le parole nel modo giusto. La programmazione neuro-linguistica ci indica il modo per cambiare i pensieri e i comportamenti e raggiungere gli obiettivi desiderati.

Robert Dilts, uno dei maggiori esponenti della Pnl a livello mondiale, sostiene che “reagire al bene e al male e affrontarli adeguatamente è la vera gioia della vita”.

Il suo richiamo alla gioia non è casuale. Solo i più superficiali possono credere che la felicità e la gioia siano la stessa cosa. Ecco che allora occorre coltivare noi stessi, prenderci cura di noi come esseri viventi, essere capaci di un destino inedito ogni giorno della vita. In altre parole è necessario, direbbe lo scrittore Alessandro D’Avenia, adottare “un metodo per la felicità duratura, uno stare al mondo che dia il più ampio consenso possibile alla vita senza rimanere schiacciati dalla sua forza di gravità, senza soccombere a sconfitte, fallimenti, sofferenze, anzi trasformando questi ultimi in ingredienti indispensabili a nutrire l’esistenza”.

Quando e se ciò avviene il nostro spazio interiore si amplia a dismisura, fino a farci toccare il cielo. È allora che le stelle entrano in noi, che tutto diventa più comprensibile, che ritroviamo intatti, nel fondo del cuore, i sogni e i desideri di quando eravamo bambini, incredibilmente immuni al logorio del pensiero adulto.

Ciascuno di noi, prima o poi, nella vita, ha a disposizione quel minuto di chiarezza necessario a capire chi si è e dove si vuole andare. La felicità appartiene a chi accetta di percorrere la via della consapevolezza, che è crescita interiore e percorso di conoscenza. Del resto, come dice D’Avenia, “trovando l’infinito fuori, si scopre di averlo dentro”. È questo il senso della vita, è questa la vera felicità.

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