Piacere, dolore, stimoli e reazioni: il meccanismo dell’equilibrio

Piacere, dolore, stimoli e reazioni: il meccanismo dell'equilibrio

A cura di Life Strategies

Un altro pezzo di cioccolata, un altro calice di vino, un ultimo sguardo su Facebook. Siamo sempre alla ricerca di un altro pezzettino di felicità. E poi?

Piacere e dolore: una incessante ricerca di equilibrio

Oggi, più che mai, siamo “drogati di piacere”.

Una delle più importanti scoperte neuroscientifiche degli ultimi cento anni riguarda il nostro cervello: abbiamo appreso che l’area del piacere e quella del dolore sono collegate tra loro e occupano la medesima zona.

Per comprenderne meglio il funzionamento, possiamo immaginarle come i due piatti di una bilancia: ogni volta che viviamo un evento positivo, che ci gratifica e ci soddisfa, la bilancia si inclina dalla parte del piacere; al contrario, tutte gli episodi negativi di cui facciamo esperienza, spostano l’equilibrio verso il lato opposto, ossia quello del dolore.

L’obiettivo a cui tutti dovremmo mirare, quindi, è quello di raggiungere e mantenere un equilibrio tra i due estremi del piacere e del dolore.

Questo equilibrio si chiama omeostasi ed è essenziale per comprendere uno dei principali problemi della società moderna, in cui domina la logica del tutto e subito.

Il concetto di piacere sta perdendo sempre più la sua accezione positiva.

Ogni secondo siamo letteralmente bombardati da milioni di stimoli e distrazioni. Per questo, siamo assuefatti ad una realtà che ci fornisce una mole infinita di piaceri diversi tra loro. Data la facilità con cui è possibile saltare da un piacere all’altro, finiamo per sentirci sempre più spesso annoiati ed incapaci di cogliere gli aspetti positivi di ciò che già possediamo.

“La vita è come un pendolo che oscilla tra dolore e noia, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, di piacere e gioia”

– Arthur Schopenhauer

Queste parole sono ancora oggi molto attuali e descrivono perfettamente la natura incompleta ed imperfetta di noi esseri umani: siamo dominati dai desideri, che cerchiamo continuamente ed incessantemente di soddisfare, senza però sentirci mai realmente appagati.

Il desiderio stesso, infatti, nasce dalla consapevolezza di una mancanza, di una distanza tra noi e l’oggetto anelato, qualunque esso sia, che ci spinge ad individuare tutti i modi possibili per poterlo rendere nostro.

In questo modo, però, finiamo in una sorta di loop infinito, in cui siamo siamo ossessionati dall’idea della conquista, perché una volta ottenuto il premio si genera in noi una sensazione di guadagno immediato e di piacere istantaneo che, apparentemente, sembra esserci sufficiente. Questo senso di ricompensa è però effimero: dura solo per un breve lasso temporale, dopo il quale scivoliamo nuovamente in una condizione di dolore e profonda insoddisfazione perché vorremmo provare nuovamente quella sensazione di piacere.

Quindi, inconsapevolmente, alimentiamo senza sosta questo circolo vizioso, diventando a tutti gli effetti vittime dei piaceri che ci conducono allo sviluppo di comportamenti dipendenti.

Nel suo libro L’Era della Dopamina: come mantenere l’equilibrio nella società del “tutto e subito”, Anna Lembke, psichiatra, docente e medical director di Medicina delle dipendenze alla Stanford University, analizza il meccanismo paradossale per cui l’uomo contemporaneo è sempre più succube dei piaceri tossici, analizzandoli quasi fossero una vera e propria droga.

La forza di volontà: l’argine all’eccesso di stimoli

“È come se fossimo dei cactus nella foresta pluviale”

Con questa metafora, la dottoressa Lembke paragona noi esseri umani a dei cactus che non riescono ad accontentarsi: per nostra natura, sarebbe sufficiente appagare un piacere ogni tanto per sentirsi soddisfatti, così come ad un cactus basta solo una goccia d’acqua per sopravvivere nel deserto. Ma viviamo nell’era del consumismo, la cui logica di base ci incentiva a consumare molto più di quanto avremmo realmente bisogno.

In tal modo, però, non facciamo altro che addentrarci sempre più in profondità in un labirinto fatto solamente di illusioni che, dopo averci affascinato per un periodo di tempo molto breve, producono in noi ancora più frustrazione e inappagamento.

Ecco, quindi, che quelle che dovrebbero essere occasioni di piacere – come mangiare un cibo che ci piace o guardare un episodio della nostra serie preferita – si trasformano in situazioni estremamente stressanti. Si genera la cosiddetta “reazione del processo avversario”.

Una volta che la bilancia è inclinata dal lato del piacere, infatti, per generare l’omeostasi e portare nuovamente l’equilibrio, il nostro cervello non solo cerca di ripristinare il livello iniziale di piacere, ma produce anche uno stimolo doloroso uguale ed opposto.

Questo è il meccanismo che è alla base delle dipendenze e del desiderio perenne e insaziabile che ci spinge a bramare sempre un “pezzettino” in più di piacere.

Se però, invece di assecondare immediatamente questo desiderio fisiologico, ci fermassimo un istante e semplicemente aspettassimo, noteremmo che da un momento all’altro la sensazione di desiderio sparirebbe, ripristinando l’omeostasi, che è ciò di cui davvero abbiamo necessità.

Inoltre, è bene tenere a mente anche un’altra regola generale: più siamo esposti ad uno stesso stimolo e più la nostra risposta è debole e meno duratura.

Questo è il paradosso fondamentale che ci troviamo a vivere oggi, perché siamo passati dall’omeostasi all’allostasi.

L’allostasi avviene quando il nostro corpo deve lavorare duramente per provare a ristabilire l’omeostasi, ma non è in grado di farlo attraverso l’utilizzo dei meccanismi che usa solitamente. Così, arriva a cambiare le nostre “impostazioni di base”.

È sempre più probabile che l’equilibrio si sposti verso il lato del dolore, mentre diventa molto difficile fare esperienza del piacere.

Oggigiorno, viviamo tutti in uno stato di ansia perenne. Il tasso globale di depressione e ansia sta aumentando, come mai prima. Sono proprio i Paesi più ricchi e sviluppati quelli che hanno la più alta percentuale di suicidi e i maggiori livelli di ansia e depressione.

È chiaro, quindi, che sta accadendo qualcosa di molto strano. Più cresce la quantità di beni e servizi che abbiamo a disposizione, di cibo, di medicine per proteggerci dalle malattie, più ci troviamo a vivere in una condizione di infelicità.

Moltiplichiamo i piaceri senza accorgerci che stiamo facendo lo stesso anche con i dolori.

C’è qualcosa che potremmo iniziare a fare per contrastare concretamente questo processo apparentemente inarrestabile?

Esiste un “muscolo” che molto spesso sottovalutiamo e che invece non bisognerebbe mai smettere di allenare: la forza di volontà.

Se da un lato, infatti, non possiamo sottrarci al bombardamento ininterrotto di stimoli esterni a cui siamo esposti, dall’altro, possiamo essere noi a stabilire quali accogliere e soprattutto in che modo farlo.

Spetta soltanto a noi il compito di decidere per le nostre vite.

Ma non solo. È anche necessario esercitare la nostra forte volontà in modo da riuscire a conoscerci davvero.

Infatti, molta dell’infelicità dilagante nel mondo contemporaneo deriva proprio dal continuo inseguimento di un piacere che finisce per distrarci da noi stessi. Ciò accade poiché temiamo il confronto con la nostra interiorità più intima e profonda.

Se, invece, trovassimo il coraggio di fare un esame di coscienza, sarebbe più facile individuare quali sono i nostri veri bisogni, realizzando che proprio ciò che rincorriamo con affanno spesso non è quello che davvero desideriamo.

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