Meglio un inferno noto o un orizzonte sconosciuto?
Può succedere a tutti di trovarsi incastrati in una situazione che palesemente non ci rende felici. Un ambiente di lavoro logorante, una relazione che si trascina stancamente, o una dinamica familiare che ci svuota di energie. Ne siamo consapevoli, ci lamentiamo del malessere che proviamo e, magari, ci si presenta anche un’occasione concreta per voltare pagina e ricominciare altrove. Eppure, al momento di fare il salto, ci blocchiamo.
Troviamo mille motivi razionali per restare dove siamo. È una reazione comprensibile: per quanto dolorosa possa essere la nostra situazione attuale, è un dolore che conosciamo. Abbiamo imparato a gestirlo. L’alternativa, invece, è un territorio inesplorato. Per cercare di proteggerci dall’incertezza, ci aggrappiamo disperatamente a ciò che ci è familiare. Scegliamo un “inferno noto” piuttosto che rischiare di scoprire un orizzonte migliore ma sconosciuto. Ma più ci rifugiamo nel passato per sentirci al sicuro, più alimentiamo la nostra infelicità.
Vittime dei confini di un mondo che conosciamo già
A voler guardare da una prospettiva insolita, è quello che succede anche a Ulisse. Nel celebre poema, Ulisse arriva sull’isola di Ogigia, dove la ninfa Calipso si innamora di lui. Calipso non è una creatura qualsiasi: gli offre l’immortalità, l’eterna giovinezza e un futuro luminoso, fuori dal tempo e dalle miserie umane. Ma Ulisse rifiuta. Passa le sue giornate a piangere sugli scogli, guardando il mare, perché desidera tornare a Itaca. Rivuole la sua vecchia vita, i suoi limiti, i confini di un mondo che conosce già.
Normalmente leggiamo questo desiderio di Ulisse come un atto di nobile eroismo e fedeltà nei confronti della sua terra e della sua famiglia. E se invece osservassimo questa situazione sotto un’altra luce? E se Ulisse fosse in realtà vittima della “nostalgia”? Guardando da questa prospettiva, potremmo immaginare di scorgere quel meccanismo che ci spinge a rifiutare l’evoluzione, il salto verso una versione più grande di noi (l’immortalità nel caso di Ulisse) per tornare ostinatamente verso il passato.
Come smettere di preferire lo scoglio noto e limitato di Itaca all’infinito potenziale dell’isola di Ogigia?
Quando il ritorno a casa è un limite: come liberare la nostra personale magia
Innanzitutto, riconoscerci in questo meccanismo è un passaggio cruciale. Quante volte ci comportiamo come Ulisse? Quante volte la vita ci offre un’occasione per spezzare il legame con i nostri vecchi limiti e diventare qualcosa di nuovo, ma noi la rifiutiamo perché sentiamo il dolore del ritorno verso ciò che eravamo ieri?
Un secondo importante cambio di prospettiva consiste nel guardare in faccia la nostalgia e questo pattern limitante. Quando ci sentiamo bloccati, possiamo chiederci: resto qui perché ci credo ancora, o perché sono terrorizzato da chi potrei diventare se lasciassi andare la mia Itaca?
Comprendere che spesso siamo legati non all’amore per il passato, ma alla paura del futuro, è il primo passo. Ma imparare a spezzare l’ancora della nostalgia e a lasciarsi guidare verso l’ignoto richiede di mettere in discussione automatismi radicati nel profondo.
Con Igor Sibaldi continueremo a esplorare questi meccanismi, provando a comprendere più da vicino come superare il nostro bisogno di certezze, per imparare a riscoprire e abitare il nostro Io più autentico e liberarne l’immenso potenziale. Puoi scoprire il prossimo appuntamento con Igor Sibaldi cliccando qui.





