A cura di Life Strategies
Ci sono momenti, nella vita di ciascuno di noi, in cui ci sentiamo con le spalle al muro.
Accade quando perdiamo una persona amata, quando viviamo il fallimento di una relazione o il rifiuto da parte di qualcuno a cui teniamo profondamente.
Accade ai nostri figli quando entrano nell’adolescenza, una fase in cui il senso di infallibilità tipico dell’infanzia si scontra con fragilità, limiti e sofferenze fino a quel momento sconosciuti.
Che cosa accomuna tutti questi momenti?
Il dolore, immenso e profondo, ci impedisce di accettare la nostra imperfetta umanità, di vivere all’interno di una dimensione fatta di cambiamenti che non sempre siamo noi a scegliere.
Quando diciamo a noi stessi e agli altri che il tempo guarisce tutte le ferite, dovremmo specificare un passaggio fondamentale: concederci il tempo di accettare il dolore, senza reagire immediatamente ad esso, è la vera chiave per riuscire ad attraversarlo.
Negandolo, invece, non facciamo altro che attivare meccanismi di compensazione narcisistica o, nei casi più estremi, difese psicotiche. L’inconscio rifiuta la vulnerabilità e, per reazione, innesca un profondo senso di superiorità e di controllo assoluto. Quando la sicurezza personale crolla, si attiva una spinta estrema a controllare tutto per evitare di essere feriti, fino a sfociare nell’illusione dell’onnipotenza.
La trappola dell’onnipotenza
Ma se questa illusione nasce per tenere sotto controllo l’ansia, la verità è che finisce per alimentarla in modo ancora più subdolo, mantenendoci in uno stato costante di allerta.
Succede a molti di noi quando, sul lavoro, cadiamo nella trappola della perfezione, dell’ipercontrollo e dell’incapacità di delegare. Ogni errore diventa la prova della nostra inadeguatezza e alimenta cicli continui di preoccupazione e autocritica.
L’illusione di onnipotenza alterna momenti in cui ci sentiamo infallibili a crolli profondi, quando la realtà ci mette inevitabilmente di fronte ai nostri limiti, generando una forte instabilità emotiva. Il bisogno di prevedere e prevenire ogni possibile falla logora progressivamente le nostre risorse cognitive, producendo ruminazioni e preoccupazioni costanti su scenari impossibili da controllare.
E così ci ritroviamo tormentati da domande come: «Perché è successo proprio a me?» oppure «Che cosa ho fatto per meritarmi questo?».
Oltre l’illusione del controllo
Secondo Giorgio Nardone, in casi come questi è poco utile lavorare sul passato. Risulta invece più efficace un intervento pratico orientato al cambiamento rapido.
Si può iniziare concedendosi di sperimentare piccoli rischi all’interno di un contesto protetto. Quando facciamo esperienza del fatto che l’esposizione non conduce a crolli irreparabili, viviamo un’esperienza correttiva capace di spezzare il circolo vizioso del controllo e di ridurre la resistenza difensiva.
Un’altra possibilità consiste nell’intensificare volontariamente un comportamento di controllo, ad esempio verificare continuamente la posta elettronica, per un intervallo di tempo definito. Questo tipo di esasperazione rende evidente l’inefficacia e l’inutilità del comportamento stesso, riducendone progressivamente il potere.
Quando constatiamo concretamente quanto il controllo esasperato aumenti l’ansia senza risolvere alcun problema, interrompere quel comportamento diventa quasi inevitabile.
Si tratta di strategie a effetto paradossale che producono rapide esperienze correttive e permettono di costruire fiducia nella nostra capacità di tollerare la vulnerabilità che stiamo vivendo.
Continueremo a parlare di tecniche utili per una gestione più sana delle paure e delle insicurezze nel prossimo appuntamento con il professor Giorgio Nardone. Scopri come iscriverti, cliccando qui!





