“La verità vi renderà liberi” è scritto nel Vangelo Secondo Giovanni.

Ma quale Verità?

“Verità” è una di quelle parole dal significato sfuggente.

Cerchiamo di approfondire cosa significa parlare oggi di Verità e di come questo aspetto possa accompagnarci nella nostra crescita personale.

I diversi significati di Verità

“Verità” è una parola latina ma il Vangelo, ricordiamo, è scritto in greco.

Verità in ebraico è 'emmeth che in geroglifico significa “qualcosa che tu tieni dentro di te”.

È la stessa parola, in ebraico, di mamma perché la mamma è colei che tiene dentro di sé il bambino: 'emmeth significa quindi “tira fuori quello che hai dentro”. È un'esortazione importante e di grande aiuto, specie nei momenti più difficili.

Quante volte abbiamo sentito il bisogno di non tenerci dentro ciò che ci faceva soffrire, ribollire o elucubrare all'infinito?

Ci è capitato talvolta di sentirci incalzare “Dimmi la verità!”: un'esortazione a tirar fuori ciò che celiamo dentro di noi. La verità: il racconto personale che ci portiamo dentro. La nostra versione degli eventi.

In quei momenti possiamo mettere in pratica l'esercizio della narrazione: “raccontiamo” ciò che abbiamo custodito interiormente a un interlocutore che ci ascolta, non implicato negli eventi. Esterniamo, portiamo al di fuori, o al di là di noi stessi, e possiamo trarne un effetto benefico: le nostre problematiche prendono una forma nuova, differente, meno intense di come apparivano se osservate dall'interno.

In latino verità è veritas , che significa “quello che è creduto”.

Non da noi, ma dagli altri. Tutti gli altri.

Questa veritas è di natura sociale. È quella che taluni raccontano a tutti gli altri. Spesso incontestabile.

È ciò a cui dobbiamo credere ( il mondo del dovere) e a cui è richiesto che ci conformiamo. Tramite la veritas si crea un “noi” conformante, privo di identità singole, che distingue in gruppi e spesso li mette in contrapposizione.

Non è possibile avanzare domande o proposte di cambiamento. Non sarà possibile essere scettici e mettere in discussione ciò che la nostra individualità sente incongruente, distante da sé o semplicemente che si desidera approfondire.

È un mondo poco libero.

Dunque arriviamo al greco, la lingua dei Vangeli, nei quali verità si dice alìtheia, che significa “togliere il velo”. La verità di cui parla Gesù è il togliere il velo.

velo

Se togliamo il velo noi a un certo punto ci sentiamo liberi.

Perché “il velo” rappresenta le verità, le storie degli altri che ci nascondono la nostra verità. Se togliamo il velo comincia la nostra verità.

Attenzione: comincia.

Esiste la verità assoluta?

Giovanni, nel suo Vangelo, scrive anche:

Io sono la via, la verità, la vita

che nella nostra lingua significa “quello che noi chiamiamo IO, è una verità – una storia - che ha una forma di via e una forma di vita”. E questo vuol dire che dobbiamo renderci conto che la verità assoluta non esiste.

La verità è una via che noi percorriamo individualmente.

Su questa personale strada vediamo solo per un poco cosa abbiamo davanti ma non possiamo sapere cosa accadrà tra breve, le diverse svolte, i cambi di direzione, cosa ci aspetta all'orizzonte.

Questo percorso è personale e riguarda la nostra vita e quella di nessun altro. Ed è misterioso, pieno di sorprese. L'IO è una vita che percorriamo e non sappiamo cosa ci capiterà, lo scopriremo man mano: questa è la verità.

Questa verità si incontra con il concetto di “libertà”. Essere liberi vuol dire non dover rispondere a nessuno. Libertà vuol dire “fare quello che piace”.

La maggior parte dei nostri contemporanei non sa ciò che gli piace. Conosce quello che deve piacere, concetto ben diverso.  Ricade nel mondo dei “doveri” e richiama al significato di veritas latina.

La verità personale è una narrazione

La verità, secondo l'espressione greca utilizzata anche nei Vangeli, fa riferimento al concetto di “punto di vista”, ovvero il modo in cui ci guardiamo attorno, la via che percorriamo e che costruisce, situazione dopo situazione, la nostra verità: gli occhi con i quali osserviamo ciò che ci accade creano una via, una narrazione, che man mano costruisce la nostra personale verità. Questa sarà tanto più libera quanto più sapremo scoprire e scegliere ciò che ci piace e ciò che desideriamo.

Immaginiamo per un momento di guardarci da fuori. Non preoccupiamoci del risultato che produrremo: l'importante è che scopriamo di poterlo fare. Realizziamo quel famoso detto di Archimede:

“Datemi un punto d'appoggio e solleverò il mondo”.

Il punto d'appoggio è fuori dal nostro mondo personale, dalla nostra verità e per utilizzarlo dobbiamo "uscire" da noi stessi, dal nostro punto di vista e dalla nostra attuale strada di vita.

Esiste la possibilità di avere un punto di vista dal di fuori, in un mondo in cui esiste una verità ulteriore rispetto a quella che altri ci impongono (veritas) o rispetto a quella che ci raccontiamo (alìtheia)

Come possiamo fare?

Immaginiamo di essere in questo punto di appoggio al di fuori ed iniziamo a raccontare la storia come la stiamo vedendo in quel momento: quei problemi che prima sembravano insormontabili, visti da un “altrove” al di là del nostro mondo, non sono poi così grandi. Anche perché quegli stessi enormi problemi, ugualmente, sono storie raccontate, ma da dentro: è la visuale che cambia.

Noi siamo i padroni del racconto e possiamo cambiarlo quando vogliamo.

Cambiamo la visuale!

Impariamo a vivere il mondo come una narrazione e saremo liberi.

Potremo far avverare i nostri desideri e realizzare quelli che ancora non hanno trovato la via giusta, il giusto racconto, affinché prendano forma nella nostra vita.