Metti una mattina, le faccende, Igor Sibaldi ed io

Igor Sibaldi, studioso di teologia, filologia, filosofia e storia delle religioni, scrittore ma soprattutto qualcuno che mi sta mostrando una strada efficace per cambiare, per dare un senso a molte intuizioni che già avevo, dice che per uscire dai nostri confini e per andare al di là del deserto non dobbiamo essere un noi, ma dobbiamo essere un Io; abbiamo sempre saputo invece che per cambiare le cose è necessario fare gruppo, fare rete, unire le forze e utilizzare la forza delle masse. Dobbiamo essere uniti è il mantra che ci ha accompagnato fino ad oggi, ma Sibaldi ci spiazza quando dice che dobbiamo occuparci della nostra personale lotta.

Ci si può pensare, in una qualsiasi mattinata mentre passiamo l’aspirapolvere: il momento ideale per fare metafisica e porsi delle domande. Soprattutto su quanto lui dice.

 

Fare gruppo o fare l’individuo

Questa mattina mi sento un po’ giù di morale: mi sembra spesso di girare a vuoto e di non realizzare nulla.
Lavoro tanto e mi sembra di non concludere alcunché, di non arrivare da nessuna parte.
Giro attorno alle cose.

Continuo poi a fare confronti con gli altri: li guardo e mi sembrano sempre bravi, efficaci, realizzativi.
Degli altri noto che hanno la capacità di uscire dalla “zona di comfort” e anche di uscire proprio, di relazionarsi, di mettersi in gruppo e realizzare progetti. Di prendersi dei rischi.

rapporto con gli altri

 

Il fatto è che in casa propria si sta bene. Non a caso oggi mi dedico a tirarla a lucido, aspirapolvere alla mano.

Per fare passi avanti però sento, sentiamo, di dover uscire, in tutti i sensi: stare chiusi in casa non fa raggiungere alcun risultato. Giusto?

Sembra sempre che gli altri facciano meglio: nascono contatti, si fa rete, gruppo, comunità, anche affiatata. Ci si cerca.

Fare comunità non è da tutti. Costruire il noi è difficile e richiede costanza, impegno, capacità di relazione e negoziazione. Non è certo sempre “rose e fiori”.

L’individuo deve cedere il passo alla volontà del gruppo e non è per niente facile mettersi da parte per far spazio ad un obiettivo collettivo.

Tra un rumore di aspirapolvere e angolini da ripulire, rifletto sul perché mi è così difficile fare gruppo pur ritenendolo razionalmente una scelta ideale.

Mi è ostico ma sono anche un po’ allergica a tutto ciò. Sono una persona decisamente scomoda da gestire e che difficilmente si piega alle logiche imposte o suggerite da un gruppo.
Non mi piace piegarmi. Effettivamente. Sono ribelle.

 

I primi dubbi, le prime domande

Così mi è venuto in mente Igor Sibaldi, che spesso parla di disobbedienza come di un elemento importante dell’Io.

Come disobbediente vado alla grande: disobbedisco anche a ciò che io stessa reputo razionale. Mi disobbedisco da sola. Sorrido mentre ripasso con l’aspirapolvere la stessa mattonella da almeno due minuti.

Sibaldi dice chiaramente che il creare un noi, un gruppo in cui perdere una parte di sé, un concetto collettivo, non è la strada migliore. Non è la strada  per superare i nostri confini personali e ricercare la connessione con un Io molto più grande. Il contrario di ciò in cui credono in molti, me compresa. Invece, dice lui laconico: “Se c’è un ‘noi’ non esiste connessione”.

Mi fermo e spengo l’aspirapolvere. Devo solamente cambiare stanza, ma effettivamente inizio a pormi delle domande perché tutto questo mette in crisi alcune certezze.

Sicuramente non solo mie. Davvero il tema di comunità, rete, gruppo non è da perseguire?

Adesso bisogna uscirne da soli: la nostra è un’epoca di Noè. Noè non portò tanti umani sulla sua arca … si salvò da solo o quasi.

È il tema cardine del cambiamento, del costruire un mondo migliore: tornare all’Uno, connettersi, diventare un’unica cosa in un nuovo kosmos in cui non ci sarà più l’Io, con la sua individualità, ma solo un’unica entità, l’unica mente, l’unica volontà.

Sono nate filosofie, ideologie, religioni perché si pensava che da certe trappole della vita si potesse uscire in gruppo, con la forza del gruppo. Effettivamente sono due concetti opposti. Almeno all’apparenza.

Ci rifletto su, provo a guardare le cose da punti di vista differenti e inizio a pormi delle domande:

Sibaldi dice che per fare metafisica dobbiamo porci delle domande, fare come i bimbi che si chiedono sempre il perché e il senso delle cose. Farò metafisica con quello che ho ascoltato da lui. Si può fare metafisica su quello che ci dice Sibaldi? Credo non gli dispiaccia.

ascoltare se stessi

 

Non dobbiamo perderci in un gruppo, con le sue regole, il suo pensiero comune, il limitare dell’azione singola, con la sua gerarchia.

Dobbiamo essere un Io.

Un Io che si occupa della sua personale lotta, interiore, con il suo io piccolino.
Ma cosa significa?  Non sembreremmo egoisti a pensare soltanto a noi stessi?

Provo a trovare un elemento in comune, recuperandolo dal passato quando incontrai  una certa storia.

Seguimi. Intendo seguimi mentre passo l’aspirapolvere lungo le stanze di casa mia.

La storia è questa:

Dobbiamo tornare al Tutto perché è successo che un tempo il Tutto decidesse di scendere in questo mondo in cui sperimentare il concetto di separazione. Si è frammentato in varie individualità per capire come poteva sentirsi non essendo connesso. Decise quindi di vivere e sperimentare questo “gioco”, con gioia e piacere. Essendo quindi separati e giocando di vero impegno, le individualità si sono immedesimate in questa realtà perdendo memoria della connessione da cui provenivano e credendo infine di essere state in origine creature separate da tutto il resto.

Il “velo” di cui si sente parlare spesso è questa separazione che crediamo sia reale. Stiamo ancora giocando, convinti che sia estremamente serio, e cercando una maniera per tornare ad un’origine che in qualche modo sentiamo, in lontananza, essere nostra.

In una realtà di individualità, cerchiamo di sperimentare la connessione creando gruppi, comunità, reti e tutto quello che ci dà la possibilità di provare il tema dell’unione.
Un gioco che stiamo giocando troppo bene. Per noi non è più un gioco.

È una storia che ho sentito diversi anni fa e ogni tanto mi torna alla memoria.

Cosa c’entra con Sibaldi e con l’indicazione di curarci del nostro Io
Perché se è un gioco, penso, allora il nostro compito è giocare bene.
Non ci dice, forse, Sibaldi, di vivere e ricercare il nostro piacere? Cosa c’è di più piacevole che giocare un gioco e farlo con il piacere di giocarlo fino in fondo, sapendo che è un gioco? Dobbiamo sperimentare l’individualità, dice la mia storiella, e dobbiamo occuparci dell’Io, dice Sibaldi. Qui c’è il punto in comune.

Eureka!

Eureka nel senso che ho terminato di passare l’aspirapolvere. Farlo è un gioco che non mi piace per niente…

 

Il torto dell’aver ragione

Allora giochiamo, ma diventiamo consapevoli che è un gioco. E se è un gioco possiamo spingerci sempre un po’ più in là, tentare, sbagliare, riprovare, godere di ciò che scopriamo, immedesimarci in giochi sempre diversi: il nostro sperimentare prima o poi avrà fine; nel frattempo divertiamoci.

E’ quello che Sibaldi definisce come l’accorgersi e poi perseguire ciò che ci piace, come elemento di grande e fortissima connessione.

Adesso è il tempo in cui le tue scoperte le fai da te.

Toh! Più gioco e più mi connetto. E più mi connetto e più giocherò finché quel Tutto… mah, forse lo ritroverò. Non so… ho ancora molto da imparare, mi mancano alcuni elementi.

Ho però capito che dobbiamo vivere il gioco ponendoci un obiettivo diverso da quello che ci siamo posti fino ad ora: dobbiamo scoprire l’Io e se siamo qui è per concederci questa esperienza di Io che diventa sempre più grande ed esce dai suoi confini. Senza disperarci ma orientandoci verso ciò che è bello e piacevole, verso l’immaginazione e la capacità di desiderare sempre più in grande.

superare i propri limiti

 

Sarà proprio così?

Dobbiamo avere aspirazioni personali senza perdere la nostra identità nei vari gruppi che incrociamo lungo la strada. Quale strada?

Quella nel deserto.
Nel deserto non mi basterà il mio aspirapolvere… troppa sabbia…
Quando ci accorgiamo che la vita è come un gioco possiamo iniziare ad astrarci e a guardarla a distanza, da punti di vista differenti e meno coinvolti. Magari da un centro, fisso come il perno di un orologio.

Sono riuscita ad unire ciò che Sibaldi dice con il tema del noi a quegli argomenti tanto cari all’esoterismo e nei quali ho visto troppe volte le persone perdersi sotto l’ala protettrice del guru di turno, delegando se stessi.

Fortunatamente Sibaldi non verrà mai a conoscere i miei pensieri mattutini, in tuta e ciabatte.

Ho fatto metafisica ponendomi delle domande e cercando le risposte.
Ho trovato il modo di dare un senso a due temi che sembrano in contrapposizione. Ora ho un punto fermo da cui ripartire.

Ecco. La metafisica sibaldiana dice anche che se hai delle certezze, se hai trovato delle risposte, se pensi di essere nella verità è il momento in cui sei lontano dalla connessione e dall’uscire dai tuoi confini, dal diventare più grande.

Sono quindi ancora dentro al mio deserto? Ho semplicemente fatto un esercizio per “avere ragione”?

Iniziamo ad uscire dal nostro deserto, i nostri confini personali, quando capiamo di avere avuto torto su tutto e rimettiamo in discussione ogni cosa che prima sapevamo essere giusta.

Oggi ho messo in discussione un tema importante ma ho voluto aver ragione. Ho voluto per forza di cose trovare quel punto in comune che salvasse le mie vecchie convinzioni, informazioni, certezze.
Accidenti! Ho avuto torto sul mio aver ragione.

Mi ci vorrà ancora un po’ di metafisica, di sane domande e di cammino mentre ancora passeggio nel mio deserto e cerco di andare oltre. Ma almeno ho iniziato a passeggiare.

Tu non sai niente: è il segreto per poter cominciare a muoversi nel deserto.

 

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Il Paese più Felice del mondo: qual è e come raggiungerlo

Google parla chiaro: ogni mese sono parecchi gli italiani che consultano il web per scoprire quale sia il Paese (o la regione) più felice del mondo.

Il tema non interessa solo gli italiani, a dire il vero, ma anche le Nazioni Unite, che nell’ambito dell’iniziativa Sustainable Development Solutions Network stilano ogni anno la classifica dei Paesi più felici del mondo.
Se siete curiosi di conoscerli, questo è il posto giusto!

 

Paese che vai, felicità che trovi

Lo scorso 20 marzo, in occasione della Giornata mondiale della felicità, è stato pubblicato il World Happiness Report 2017, documento che prende in esame ben 155 Paesi per stabilire quale sia il loro “indice di felicità”.

“Come è possibile quantificare uno stato emotivo come la felicità?” potrebbe chiedersi qualcuno. In effetti, non è così semplice: per farlo, Sdsn si basa su fattori come il prodotto interno lordo pro capite, la speranza di vita, la libertà, il sostegno sociale e l’assenza di corruzione nel governo o nel business. Ed ecco qui la lista dei 10 Paesi più felici del mondo:

  1. Norvegia
  2. Danimarca
  3. Islanda
  4. Svizzera
  5. Finlandia
  6. Olanda
  7. Canada
  8. Nuova Zelanda
  9. Australia
  10. Svezia

Un primato tutto nord europeo quindi, con l’Italia che si colloca solo al 48esimo posto dopo Polonia e Uzbekistan, appena sopra la Russia.

 

Italiani alla ricerca della felicità perduta?

Forse, a noi italiani sembrerà incredibile che la nostra terra, conosciuta in tutto il mondo per le bellezze paesaggistiche, le ricchezze artistiche, il clima mite, il buon cibo e la qualità della vita, tanto da essersi guadagnata l’appellativo di Bel Paese, possa trovarsi così in basso nella lista, mentre nazioni che non possono vantare simili punti di forza siano salite sul podio.

Tuttavia, a ben vedere, questa classifica non vuole stabilire quale stato sia migliore o più bello rispetto agli altri, e tanto meno ha la presunzione di determinare in modo scientifico l’effettiva felicità delle persone che lo abitano.

Come ha spiegato Jeffrey Sachs, direttore del Sdsn, il World Happiness Report ha lo scopo di mettere in luce quali Paesi godono di un sano equilibrio tra prosperità e capitale sociale, perché è questo a produrre una maggior fiducia nella società e nel governo. Si tratta, dunque, di una classifica che vuole soprattutto sensibilizzare la politica verso la creazione di più solide fondamenta sociali, indispensabili per incrementare il benessere e le aspettative delle persone, da cui deriva anche la loro felicità.

Ecco perché la Norvegia è stata dichiarata il Paese più felice del mondo: per merito delle sue politiche a favore delle future generazioni, che si accompagnano a elevati livelli di fiducia reciproca, obiettivi condivisi, generosità e buona gestione dello Stato. Tutti elementi che si ritrovano anche negli altri Stati nord europei poco sotto nella classifica.

felicità

 

A questo punto, se è vero che la politica ha il potere e il dovere di attuare le azioni più efficaci per migliorare la vita e accrescere la serenità della popolazione, tenendo conto anche di questa statistica, resta però un dubbio:

cosa possiamo fare noi, nella piccola dimensione della nostra quotidianità, per riempire ogni giornata di gioia e soddisfazione e trovare così la strada che conduce al nostro Paese felice, quello racchiuso nello spirito di ciascuno di noi?

 

La felicità si nasconde nelle piccole cose

Troppo spesso, quando immaginiamo un cambiamento nella nostra vita, fantastichiamo su stravolgimenti sensazionali o su rotture nette col passato, in seguito ai quali tutta la nostra vita dovrebbe diventare totalmente diversa. Allo stesso modo, quando riflettiamo sulla nostra quotidianità, siamo abituati a paragonarla con quella di altre persone che non hanno nulla a che vedere con noi, magari persino con quella di personaggi famosi, dei quali ammiriamo i successi e la fama.

Al contrario, questa è la strategia meno efficace per ottenere dei veri cambiamenti, perché non fa che allontanarci dalla vita reale, concreta, quella su cui possiamo agire realmente.

Perciò, quando ci accorgiamo di essere caduti in questo tranello, dobbiamo invertire la rotta e cercare la felicità nelle piccole cose di ogni giorno, quelle che da tempo abbiamo smesso di notare. Facciamo alcuni esempi:

  • quand’è stata l’ultima volta che ci siamo sentiti orgogliosi per aver appreso qualcosa di nuovo, superando una piccola sfida con noi stessi?
  • perché continuiamo a rimandare quella decisione tanto importante, eppure siamo sempre lì che ci rimuginiamo su, e non riusciamo a smetterla?
  • quante volte ci siamo detti che dovremmo ritagliarci del tempo solo per noi, e coltivare quelle passioni e quegli hobby che ormai, tra lavoro e impegni vari, abbiamo totalmente accantonato? “Mi basterebbe il tempo di una passeggiata…” ci diciamo, eppure troviamo sempre qualcosa di più urgente da fare, e i nostri desideri rimangono in secondo piano.

Sono proprio queste le piccole cose a cui non prestiamo la dovuta attenzione, proprio perché non vediamo la connessione tra le nostre abitudini quotidiane e la concreta differenza che possono apportare nella vita di ciascuno di noi, per quanto sciocche possano sembrare.
Esattamente come una minuscola goccia cade nell’acqua, generando increspature che si allargano in lontananza, diventando sempre più ampie, così anche noi possiamo ottenere molto iniziando con poco.

Non dimentichiamo che la felicità è un tesoro nascosto dentro di noi, da riportare alla luce grazie alla cura e alla conoscenza di sé, proprio come ricorda Roberto Benigni in questo video:

 

 

Questo vale per tutti, anche per chi potrebbe sembrare la persona più felice del mondo ai nostri occhi, perciò non dobbiamo sentirci soli in questa ricerca: ognuno dovrebbe affrontare il proprio percorso alla ricerca di se stesso e della propria serenità, affidandosi alla guida delle figure in grado di fornire gli strumenti, le tecniche e le strategie più adatte a raggiungere con successo questo scopo tanto importante per il benessere personale!

 

Proprio di questo parleranno Robert Dilts, Giorgio Nardone e Jeffrey Zeig, in occasione di Il Coraggio di Cambiare. I 3 esperti di Programmazione Neurolinguistica, Terapia Breve Strategica e Ipnosi Ericksoniana saranno insieme per un evento unico in Italia, che ti darà l’opportunità di approfondire questi argomenti anche attraverso esercizi mirati a sviluppare le tue potenzialità.

Muovi il primo passo verso una vita nuova e più consapevole dei tuoi desideri!

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Il Coraggio di Cambiare Life Strategies

COSA POSSIAMO IMPARARE DAL BLUE MONDAY?

Dopo il Black Friday di novembre, appuntamento imperdibile per chiunque fosse a caccia di sconti, ieri, 16 gennaio, è stato il turno del Blue Monday: il giorno più triste dell’anno.

Stando allo psicologo dell’Università di Cardiff Cliff Arnall, le cause dell’umore nero che ieri ci avrebbero afflitto sono:

  • rigide condizioni meteo: freddo, grigiore, sole pallido e scarse ore di luce non infondono certo allegria, tantomeno a noi italiani;
  • stress: siamo da poco rientrati a lavoro dalle ferie natalizie e ci ritroviamo con una pila di urgenze e scadenze arretrate da smaltire, di cui sentiamo la pressione;
  • sensi di colpa: dopo le festività, durante le quali ci siamo lasciati andare a qualche eccesso, ora dobbiamo fare i conti sia con i soldi spesi tra regali e bagordi, sia con i peccati di gola;
  • ansia: anche quest’anno abbiamo stilato una lunga lista di buoni propositi che adesso ci angoscia perché metterli in pratica risulta molto più difficile che non il semplice elencarli su carta o digitarli al cellulare.

Non sembra proprio una bella ricorrenza da celebrare, vero?
Eppure il Blue Monday può rivelare un lato meno negativo del previsto.

La tristezza non è che un muro tra due gradini”.
Questa frase del celebre poeta Khalil Gibran coglie in pieno il concetto di tristezza come stimolo ad avanzare.

 

Quando una persona è triste, infatti, è molto più concentrata su di sé rispetto al solito: preferisce starsene in solitudine a riflettere, ripercorrendo mentalmente gli episodi che l’hanno portata a sentirsi così e analizzando cosa avrebbe potuto fare per evitarli.
Si tratta di uno stato psicoemotivo delicato ma anche molto produttivo, tanto che studi scientifici hanno dimostrato che malinconia e silenzio, caratteristiche tipiche della tristezza, favoriscono le attività che richiedono una profonda concentrazione.

 

 

Una persona triste, perciò, non è passiva, anzi: si trova nella condizione di raccoglimento ideale per ritrovare dentro di sé gli elementi che le permetteranno di passare da una fase della propria vita ad un’altra.

Anche lo psicanalista James Hillman conferma questa idea, sottolineando che la tristezza viene oggi demonizzata proprio a causa della tranquillità e della riflessione che la accompagnano: “ognuno di noi è soggetto alla tirannia di una vita che va in fretta. E la malinconia è diventata un oltraggio, in questa società che corre senza sapere dove”.

 

Tuttavia, per essere certi di arrivare da qualche parte, sapere dove si sta correndo è fondamentale!
Persino la tristezza, con il bisogno di ascoltarsi che la caratterizza, può essere utile al nostro cambiamento.

Perciò, non serve necessariamente scappare dalle emozioni “negative” : il modo migliore per affrontarle ed evitare che ci rendano apatici è imparare a riconoscerle, accettarle e gestirle, traendone stimoli in grado di risvegliare le nostre risorse personali di cui non siamo ancora consapevoli.

Tutti possiamo riuscirci: basta applicare quelle strategie che ci permettono di scavare a fondo nel nostro spirito e nella nostra mente, rimettendo in contatto coscienza e desideri dimenticati o inascoltati. Capire se stessi è il passaggio fondamentale per imparare a gestire le emozioni: solo in seguito potremo indirizzarle nella direzione giusta per raggiungere cambiamenti concreti nelle nostre vite.

 

Una tecnica che aiuta a rimettersi in ascolto dei propri sentimenti e a trasformare le reazioni che ne conseguono è la riassociazione, molto usata nell’Ipnosi Ericksoniana.

La riassociazione può essere definita come la capacità di associare sensazioni positive a gesti, situazioni, frasi o altri elementi che solitamente suscitano in noi sensazioni negative.

 

Jeffrey Zeig, fondatore e direttore della Milton Erickson Foundation, racconta il caso di una donna di religione ebraica la cui famiglia scampò alle persecuzioni naziste. Questa donna si lacerava le unghie a causa del senso di colpa: il fatto che avesse una vita apparentemente felice la tormentava nei confronti dei propri genitori, i quali avevano tanto sofferto, perciò lacerarsi le unghie era per lei un modo di punirsi.

In casi come questo, una volta compresi i sentimenti alla base di certe azioni controproducenti, si potrebbe riassociare gli elementi collegati alle emozioni negative con altri che suscitino sensazioni positive.

Ad esempio, le mani, e di conseguenza anche le unghie, che per la donna di cui sopra erano oggetti carichi di e colpevolezza, potrebbero essere riassociate a tutte quelle immagini che, al contrario, ne fanno dei simboli di protezione, accompagnamento, sostegno: le mani che si accarezzano l’un l’altra e che accarezzano quelle di chi amiamo, oppure le mani che si stringono in segno di saluto e accoglienza, o ancora le mani di una madre che si prende cura del proprio figlio.

Si tratta quindi di un allenamento finalizzato a far scattare emozioni gratificanti e piacevoli di fronte a elementi o gesti che, in precedenza, suscitavano sentimenti negativi.

 

Ovviamente, dato che la nostra sfera emotiva non è regolata da meccanismi razionali, secondo questa strategia è molto più efficace usare metafore, raccontare storie e fornire esempi indiretti per far sì che le risorse sopite dentro di noi vengono risvegliate, piuttosto che fornire indicazioni chiare, precise e dirette su come riassociare tra loro gli elementi.

Uno degli scopi dell’Ipnosi Ericksoniana, che tanto usa la riassociazione, è proprio questo: fornire suggestioni attraverso cui le persone possano assumere nuovi occhi nei confronti della vita e delle relazioni, senza quasi rendersene conto, solo grazie all’attivazione delle potenzialità nascoste in loro stesse.

Questa è solo una breve anticipazione sulle tecniche che l’Ipnosi Ericksoniana utilizza per superare la paura delle emozioni e del cambiamento.

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Potrai apprendere nuovi strumenti che ti porteranno a gestire meglio le tue emozioni e prendere il controllo della tua vita, direttamente da Jeffrey Zeig, che insieme a Giorgio Nardone e Robert Dilts sarà protagonista de Il Coraggio di Cambiare, un evento unico in Europa grazie al quale potrai capire davvero te stesso, i tuoi obiettivi e scoprire come affrontare i dubbi che non ti hanno ancora permesso di raggiungerli!
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Immagini tratte da Google immagini

 

E vissero per sempre felici e stressati

Lo stress è il male della nostra epoca

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha dovuto fare i conti con un intenso periodo di stress e non abbia sperato di potersi disfare al più presto di questa pesante zavorra. Dello stress faremmo volentieri a meno, eppure i ritmi di vita che oggi ci vengono imposti decretano l’esatto contrario tanto da farlo apparire come il male dell’epoca contemporanea.

Saremmo anche disposti ad accettarlo se il prezzo da pagare non fosse una diminuzione della nostra felicità. E allora, quale soluzione ci resta? Essere stressati e quindi infelici?

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Rinunciare alla felicità non è un’ipotesi contemplabile

Rinunciare alla felicità non è un’ipotesi contemplabile. Già Aristotele, diversi secoli orsono, sosteneva che lo scopo ultimo della vita terrena è il raggiungimento della felicità personale e la realizzazione di sé stessi.

Ad ogni modo, negare che lo stress non abbia alcun peso sul conseguimento di questo obiettivo è pura illusione ed eliminarlo dalla quotidianità delle nostre giornate, sia nella vita privata che nel contesto lavorativo, non solo non è possibile ma non è nemmeno auspicabile.

Una certa dose di stress non solo non mina la nostra felicità ma addirittura può contribuire alla crescita personale

Tutto sta nel riuscire a individuare la giusta dose di stress che siamo in grado di gestire e tollerare così da trasformare lo stress da ostacolo ad opportunità. Per spiegare questo concetto è utile ricorrere alla metafora dell’arco e della freccia elaborata da Theo Compernolle. Il neuropsichiatra belga, specialista e consulente nella gestione dello stress in particolare per il mondo del business, sostiene che la tensione dell’arco è necessaria affinché la freccia arrivi al suo obiettivo. Senza lo stress dell’arco, la freccia non può arrivare da nessuna parte. Esagerando con la tensione, l’arco si rompe. Ciò sta a significare che una certa dose di stress non solo non mina la nostra felicità ma addirittura può contribuire alla nostra crescita personale.

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Senza una certa quantità di stress non si raggiunge niente. I riconoscimenti, i premi e i traguardi che si raggiungono nella vita sono sempre accompagnati da momenti emotivamente intensi e stressanti. Ce lo insegna anche il mondo dello sport. Dopo aver vinto la medaglia d’argento nel trampolino tre metri dei tuffi sincro alle recenti Olimpiadi di Rio, Tania Cagnotto ha dato l’annuncio del suo ritiro “Arrivare a questo argento è stato feroce, scortica, toglie la pelle. So che rimpiangerò lo sport ma sono a pezzi. Stanca di soffrire. Smetto per questo, perché è un fuoco che riscalda ma che consuma anche. Non solo te ma anche quelli che ti stanno attorno”.  Eccessiva tensione e l’arco si è rotto.

Lo stress non è qualcosa che appartiene a noi soltanto, ma logora anche ci sta intorno. Per questo è importante saper riconoscere quando il partner è stressato e comprendere qual è il  modo di affrontarlo

La confessione della pluripremiata tuffatrice ci offre anche un’altra importante lezione: lo stress non è qualcosa che appartiene a noi soltanto e che non influisce su chi ci sta intorno, specie nell’ambito delle relazioni di coppia. Saper intuire e comprendere quando il partner è snervato e qual è il suo modo di affrontare lo stress evita buona parte delle incomprensioni di un rapporto.

John Gray, psicologo e psicosessuologo, nel suo best- seller Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, spiega che uomini e donne reagiscono in modo differente allo stress e, pertanto, in queste circostanze le necessità dei due sessi divergono. Mentre gli uomini tendono a chiudersi sempre di più in sé stessi focalizzandosi sul problema, le donne si sentono più coinvolte in ciò che le angustia e sopraffa. “L’uomo si sente meglio se risolve i problemi, la donna se ne parla”. Capire queste differenze e imparare a rispettarle riduce in modo netto le confusioni e i conflitti che improntano i rapporti con l’altro sesso. Senza qualcuno che sappia supportarci (e non solo sopportarci!) anche nei momenti di maggiore stress e tensione, la strada verso la felicità è di certo più lontana e tortuosa.

 

Cos’è veramente la Felicità?

La ricerca della felicità!
Spesso usiamo questa espressione pensando alla felicità come a qualcosa di alto e di irraggiungibile, che si può ottenere solo dopo un grande sforzo e che al contempo ci ripaga di tutte le pene sofferte. Fateci caso: la nostra idea di felicità è stata influenzata dall’idea di paradiso terrestre. Lo zampino della Chiesa, in questo caso, ha portato ad una distorsione delle nostre percezioni, cosicché tendiamo ad avere una cieca speranza nel futuro, sopportando allo stesso tempo le angherie del presente. Questo atteggiamento da un lato è molto utile e ci motiva nella ricerca di stimoli futuri, dall’altro però ci impedisce di godere appieno degli attimi fuggenti che viviamo.

Dov’è scritto che la felicità debba arrivare di colpo, che tutto ad un tratto e quasi senza possibilità di scelta irrompa nella nostra vita? In nessun luogo, però spesso ci comportiamo come se così fosse, riducendo il nostro presente ad una spasmodica attesa. Ora non voglio dire che dovete lasciare tutto, vendere la casa e partire per un improbabile giro del mondo, non è questo il punto. La felicità va trovata in noi stessi e non nei posti che visitiamo. Va trovata nella vita che abbiamo ogni giorno e che spesso sottovalutiamo. Ma anche qui: chi l’ha detto che vada cercata la Felicità maiuscola e assoluta? Non è forse vero che tanti tipi di felicità contribuiscono al nostro benessere totale? Sono moltissime le piccole cose che ci danno piacere e che spesso valutiamo come effimere. Ma da queste bisogna partire per cercare quel sentimento totalizzante che è sulla bocca di tutti e che al contempo nessuno sembra saper trovare.

Tra le tante felicità di cui possiamo godere, Paolo Crepet, noto autore e psichiatra italiano, ne fa un cospicuo elenco nel suo libro “Impara ad essere Felice”. Qui riporto 3 esempi per iniziare subito a mettere insieme i pezzi di puzzle che compongono la nostra felicità, sempre ricordando però come ci si possa divertire non solo alla fine dell’opera, ma anche e soprattutto per ogni pezzo che vediamo combaciare perfettamente con l’altro e che ci avvicina sempre di più alla meta finale.

 

La felicità dell’outsider outs

 

“Felice chi è diverso

essendo egli diverso.

Ma guai a chi è diverso

essendo egli comune”

Sandro Penna

 

 

 

La diversità spesso non paga. Chi non si sente parte del pensiero dominante viene spesso escluso e ciò provoca certamente malessere e può condurre all’infelicità. Ma non è sempre così. L’essere “outsider” infatti può rappresentare anche una grande opportunità. Se Tim Burton non fosse stato un ragazzo timido e impacciato che invece di uscire coi suoi coetanei passava i pomeriggi in casa disegnando e guardando vecchi film, oggi non potremmo godere dei suoi personaggi melanconici e sognanti, del frutto di quell’immaginazione coltivata in modo del tutto non convenzionale. E in questo caso vale anche l’esempio di Steve Jobs, licenziato dalla stessa azienda che aveva contribuito a creare, perché portatore di idee troppo rivoluzionarie che però avrebbero fatto la sua fortuna e la gioia di tutti i fan Apple. Essere diversi non è sbagliato, e la non omologazione col gruppo è un prezzo irrisorio da pagare per ottenere una propria vision che sia differente da quella degli altri.

 

La felicità della tartaruga

Vi ricordate quel vecchio spot della mozzarella in cui lo slogan era “la vita va assaporata…lentamente”?
Ebbene da quella pubblicità, oltre ad una “gran voglia di caprese”, possiamo trarre un importante insegnamento, e cioè non confondere la lentezza con la pigrizia. In tal senso pensate ai monaci tibetani che centellinano i granelli di sabbia dei loro mandala, e piano, giorno per giorno portano a compimento la loro opera. Non si può certo definirli inoperosi, ma neanche delle schegge. Oggigiorno il concetto di lentezza è stato accomunato a quello di inefficienza, come se ci fosse un incolmabile iato tra produttività e minuziosità. Lato che però è solo nella nostra testa, come scrive Primo Levi ne “La chiave a stella”: “se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che molti non conoscono”.
E proprio perché molti non conoscono la lentezza, l’accuratezza e la perfezione dei gesti che compongono un lavoro vengono scambiate per pigrizia e inezia. Ma non è così, è vero semmai l’opposto: quanto più tempo si impiega per fare qualcosa, tanto più questa ci sta a cuore. Occorrerebbe quindi prendersi qualche minuto in più per godere di qualche istante di felicità.

 

La felicità dell’artigiano

 

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Questa è difficile da spiegare, ma sfido chiunque a non sentirsi felice dopo aver portato a termine qualcosa con le proprie mani. Ogni volta che poggiamo le nostra dita sulla materia per farne qualcosa, percepiamo una sensazione di benessere. Gli artigiani hanno una particolare tenerezza nel toccare le superfici del proprio lavoro, le accarezzano quasi fossero pelle umana e con tale rispetto le trattano. Anche se burbero, un artigiano è difficilmente triste. Il suo agire, il dono di costruire, riparare e rimettere in moto costituiscono un formidabile antidoto alla tristezza. Invece oggi pensiamo che la felicità non debba arrivare altro che da esercizi mentali, e invece basterebbe essere un poco più umili e riappropriarci della nostra dimensione sensoriale per vivere più sereni e più felici. E capire come è vero quanto detto da Paul Valery:

Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle.”

I segni sono sintomi, oppure è vero il contrario? Te lo rivela Igor Sibaldi

A me sì, è capitato. Poi non so a voi.

Mi spiego: di alzarmi un giorno e di notare come ad un certo punto, uno dei tanti rituali che normalmente compio durante la giornata non sia quello che esattamente mi aspetto, ma qualcosa di differente, di anomalo. Di notare, ad esempio, come la mia giacca preferita, quella un po’ sgualcita sui gomiti, non mi stia indosso più come prima. Mi tira alla schiena, le maniche mi sembrano corte, è anche un po’ troppo lisa. Ecco, mi capita a volte di alzarmi e notare che le mie certezze presentino un cambiamento o peggio una stortura.

Ora non è che mi cambi l’umore il sapere che la mia vecchia giacca sia diventata ancor più vecchia, o che il caffè la mattina non abbia lo stesso sapore, chissà che ci mettono nell’acqua mi dico. Questo non è davvero un problema. I guai arrivano quando queste percezioni distorte involvono cose un po’ più rilevanti, cose come le mie idee su giustizia, morale e amore. Su diritti e doveri. Sulla spiritualità e sul sesso. Insomma, quando mi sveglio con le idee scombussolate riguardo alla vita. E il fatto strano, è che con buonissime probabilità, il giorno che il caffè mi sembra più amaro del solito è anche il giorno in cui penso di non aver capito niente di uno dei tanti argomenti sui quali fino a poco prima dispensavo agevolmente pareri con i miei commensali o con chicchessia.

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Al punto che mi porgo la domanda: i segni sono sintomi? E cioè: è colpa del caffè se oggi penso che la politica in Italia non funzioni, che ci sia bisogno di un nuovo tipo di premura nei confronti dell’ambiente, che la nostra morale non basti a migliorare il mondo? Sarebbe difficile però incolpare il caffè, non se lo merita dopotutto. Ma se y non è funzione di x allora può darsi che x sia funzione di y. Per cui sarebbe la mia sfiducia nell’attuale stato politico italiano a farmi percepire il caffè come amaro.

C’è un ultimo punto da chiarire però. Io prima bevo il caffè e poi penso. Se non bevessi il caffè non potrei pensare perché con buona probabilità mi sarei rimesso a dormire. Ma allora com’è possibile che le mie idee mi facciano restringere la giacca o mi guastino il caffè se ancora non le ho pensate?

Da dove vengono le mie idee? Così pure: da dove vengono quelle di tutti? Ora la risposta non è cosa semplice, storicamente ci hanno provato in molti. Platone e la caverna, Cartesio e i suoi dubbi e così via. E sono tutte buone idee le loro. Ma può un’idea spiegare cosa sia un’idea?

A dirla tutta c’è un’altra idea, ancora più vecchia di Platone, ed è questa: cantami o musa.

Cosa sta facendo Omero? Dove sta procacciando le idee? Omero a quanto lui stesso afferma, sta attingendo ad un’altra dimensione, quella delle nove muse. Ora l’aedo, per attingere a questa nuova dimensione usa l’immaginazione. Anzi l’Immaginazione. Questa nostra facoltà spesso confusa con la fantasia e con la creatività, sembrerebbe in realtà tutt’altro. Come sapientemente esplicato da Igor Sibaldi l’immaginazione non è una qualsiasi facoltà umana, ma è la capacità principe della nostra psiche. La capacità tramite la quale possiamo credere che il caffè sia più o meno buono, pur avendolo bevuto nel solito bar con la solita barista.

Come possiamo sviluppare l’immaginazione? Come possiamo riuscire ad arrivare dove finora non siamo arrivati? A vivere quello che non abbiamo finora vissuto? Perché di questo si tratta: rendere i segni, sintomi di un malessere e fare di tutto per mutare quel malessere in benessere. I problemi sono positivi, ci permettono di progredire, di migliorare. Se l’uomo non avesse avuto problemi non sarebbe quello che è oggi. La parte delicata qui è quindi trovare un giusto approccio ai problemi, non vederli soltanto come ostacoli ma riuscire ad IMMAGINARE vie nuove per superarli. Questo processo può essere pericoloso, proprio come per Vitangelo Moscarda, protagonista di ‘’Uno, nessuno, centomila’’ che spinto dalla moglie ad una riflessione cui forse non era pronto, finisce per non riuscire a gestire le conseguenze del cambio di paradigma nei suoi pensieri. Per abbattere i muri, per gettare ponti, ci vuole perizia, e allenamento. Il nostro pensiero va allenato tanto quanto il nostro corpo. E proprio come il nostro corpo, per farlo al meglio, è necessaria l’attenzione di un personal trainer che ci segua.

 

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Il Metodo Metafisico Life Strategies

 

ESSERE FELICI CON LA MINDFULNESS

Tutti siamo d’accordo nel sostenere che lo scopo dell’uomo, in qualunque parte del globo viva, sia raggiungere la felicità. Tutto ciò che facciamo, le azioni che mettiamo in campo, le nostre scelte e i nostri valori convergono nell’unica volontà di essere felici.

La felicità a cui aspiriamo non è data dai beni materiali. E’ piuttosto uno stato del cuore e della mente. Spiegano bene questo concetto le parole della scrittrice Susanna Tamaro. Nel libro “Va dove ti porta il cuore” la nota autrice scrive che “la felicità sta alla lanterna come la gioia sta al sole”, indicando nella prima uno stato d’animo positivo, ma fugace, come la flebile fiammella di una lanterna, che deve essere ben protetta dal vento per non spegnersi. Nella seconda, la gioia, un’emozione di contentezza che pervade il cuore in ogni istante della vita, anche quando ci si trova dinanzi a situazioni dolorose e impreviste. Una forza positiva talmente potente da riscaldare il nostro cuore come il sole riscalda la Terra.

Essere felici, possedere la gioia del cuore, è prerogativa dell’ ”essere” e non dell’ ”avere”. E per fortuna non è un fatto congenito. Coltivarla è possibile, per esempio, attraverso la mindfulness, un termine di importazione anglosassone che significa “pienezza mentale” e sta ad indicare un modello cognitivo sviluppato quando le neuroscienze hanno confermato il potere miracoloso della meditazione. Capire cos’è e iniziare a praticarla è all’origine di un percorso di benessere profondo.

Recenti Studi condotti negli Stati Uniti, nell’ambito della Acceptance and Commitment Therapy, una nuova forma di psicoterapia che fa parte della cosiddetta “terza onda” della terapia cognitivo-comportamentale, hanno confermato l’importanza della Mindfulness per la risoluzione di disturbi come ansia, stress, panico e depressione. La messa in pratica di semplici esercizi basterebbe infatti a farci essere mentalmente presenti e consapevoli in ogni attività, fino a renderci capaci di cogliere sul nascere quei pensieri negativi che contribuiscono al malessere emotivo.

Praticare la mindfulness significa innanzitutto imparare a meditare e quindi essere presenti alle circostanze, alle emozioni e agli stati corporei che avvengono in noi e attorno a noi. Il percorso, già noto al mondo orientale e in particolare al buddhismo, è stato inserito dai medici di tutto il mondo nelle terapie contro lo stress, con enormi benefici.

Tra i primi a sviluppare un protocollo capace di ridurre in maniera significativa ansia e attacchi di panico è stato Jon Kabat-Zinn, il quale, nel 1979, presso il Medical Center della University Of Massachusetts, elaborò il Mindfulness Based Stress Reduction: cicli di otto settimane in cui praticare otto differenti esercizi di meditazione della durata, al massimo, di trenta minuti e una serie di momenti cosiddetti “informali” per la promozione della consapevolezza di sé in ogni ambito della vita quotidiana.

La Mindfulness è un viaggio che porta a gioire della vita, perché, come dicono molti maestri orientali, la meditazione non è solo quell’atto che si compie stando a gambe incrociate e mani congiunte, ma uno stato dell’essere, una pratica che permette di raggiungere una maggiore padronanza delle attività della mente. Si tratta, in definitiva, di un viaggio nei luoghi più intimi della propria interiorità e la si può praticare ovunque, in una stanza o in mezzo ai boschi, a contatto con la natura incontaminata. Ciò che conta è il risvolto positivo che dal suo esercizio deriva alla salute del corpo e della mente. La felicità è nel “qui ed ora” ed ha, parafrasando il titolo di un noto libro di Eckhart Tolle, il potere dell’adesso.

Ricercarla è non solo una naturale predisposizione, ma un percorso a tappe segnate che passa, direbbe Anthony De Mello, nella “scomparsa totale dei sensi di insicurezza” che impediscono di possedere “quella benedetta capacità degli uccelli del cielo e dei fiori del campo di vivere pienamente, momento per momento, nel presente, per quanto insopportabile questo possa apparire”.

di Sara Pagnanelli