Saper Comunicare stimola l’Intelligenza, ecco perché

Sono diverse le branche della scienza che, nel corso del tempo, hanno analizzato e cercato di misurare l’intelligenza umana: dalle neuroscienze alla psicologia, dagli studi sulla cognizione a quelli sociologici, le ricerche hanno definito l’intelligenza in più modi e identificato numerosi elementi capaci di influenzarla.

Se, in una prima fase, si credeva che l’intelligenza si limitasse alle abilità di apprendimento e che dipendesse perlopiù da fattori genetici, ora sappiamo che essa ha molteplici espressioni e che sia l’ambiente, sia l’educazione giocano un ruolo fondamentale nel suo sviluppo.

Questo può essere notato, ad esempio, nel caso di fratelli adottati da famiglie diverse, nei quali a fare la differenza non è il corredo genetico bensì lo stile di vita e il contesto circostante. Lo stesso vale anche per i fratelli che, pur essendo stati educati nello stesso ambiente, sviluppano tipi d’intelligenza diversi in virtù di esperienze differenti, oltre che delle specifiche inclinazioni personali.

Sono perciò gli stimoli esterni (cultura, relazioni, circostanze a cui adattarsi e a cui reagire) a determinare gran parte della nostra intelligenza.

 

Misurare l’intelligenza: QI e QE

Negli studi, uno dei parametri più usati per misurare l’intelligenza è l’ormai noto QI, cioè Quoziente Intellettivo, concetto elaborato dallo psicologo William Stern, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento. Il QI misura il livello di sviluppo dell’intelligenza di una persona in rapporto alla sua età anagrafica: questo dato resta stabile finché non si superano gli 80 anni, momento in cui la rapidità di reazione inizia a declinare.
Ciò significa che le nostre capacità intellettive restano sostanzialmente le stesse nel corso della vita.

Ricerche più recenti hanno poi introdotto un secondo parametro di misurazione: il QE, cioè Quoziente Emotivo, valore che, al contrario del QI, può variare significativamente nel tempo. Il QE misura il livello di sviluppo di un tipo di intelligenza diversa rispetto a quella intellettiva: anziché valutare le capacità cognitive di analisi, ragionamento, apprendimento e logica, si concentra sulle abilità tipiche dell’Intelligenza Emotiva.

Di questo tipo d’intelligenza hanno iniziato a parlare gli psicologi Peter Salovey e John D. Mayer alla fine del Novecento, descrivendola come l’insieme di abilità di relazione, empatia, gestione di stress ed emozioni, di espressione e consapevolezza di sé.
L’aspetto più interessante dell’Intelligenza Emotiva è che essa, al contrario di quella cognitiva, può essere appresa e allenata, permettendoci di fare la differenza in moltissime situazioni quotidiane.

Comunicazione e emozioni

 

Come usare la Comunicazione per sviluppare l’Intelligenza Emotiva

L’Intelligenza Emotiva, una volta sviluppata, consente di acquisire competenze applicabili sia sul piano personale, sia su quello sociale, migliorando tanto il nostro autocontrollo quanto la comprensione dei bisogni altrui, aiutandoci ad entrare in sintonia con le altre persone.

Ciò spiega perché uno degli elementi attraverso cui possiamo esprimere e sviluppare l’Intelligenza Emotiva sia la comunicazione: comunicare nel modo giusto significa, prima di tutto, sapersi ascoltare, capire quali siano le nostre esigenze ed aspirazioni e diventare consapevoli delle sensazioni che proviamo, senza lasciare che queste prendano il sopravvento su di noi.

Stimolare questi aspetti della comunicazione con noi stessi permette di applicare tali abilità anche ai nostri rapporti interpersonali, diventando capaci di interpretare in maniera efficace piccole tensioni quotidiane che, a volte, non sappiamo gestire al meglio.

A chi non è mai capitato, ad esempio, di partecipare con un po’ di preoccupazione ad una riunione di lavoro perché non sapeva come esprimere le proprie richieste in maniera costruttiva e collaborativa, così da trovare un accordo?

Quante volte, rientrando a casa dopo una lunga giornata, abbiamo involontariamente alimentato malumori in famiglia o con il partner anziché trasmettere loro il nostro interesse?

Chi non si è mai trovato a dover giustificare i propri atteggiamenti o comportamenti in seguito ad un malinteso con qualcuno, cercando le parole adatte per farsi capire?

Si tratta di circostanze ricorrenti nella vita quotidiana di ciascuno di noi e che, in mancanza della giusta comunicazione, possono ostacolare la serenità della nostra vita, sia privata, sia professionale.

 

Comunicare meglio con il Dialogo Strategico

Molti pensano che comunicare significhi semplicemente scambiarsi informazioni. In realtà, gli studi sull’Intelligenza Emotiva mostrano che la comunicazione è uno degli strumenti più potenti a nostra disposizione per stabilire un contatto autentico con le persone, facendo in modo che le relazioni che coltiviamo ogni giorno diventino il solido sostegno della vita che abbiamo sempre desiderato.

Saper comunicare ci aiuta a cooperare con gli altri verso il raggiungimento di obiettivi comuni, stimola la resilienza e ci rende capaci di trasformare i conflitti in opportunità di crescita e comprensione reciproca.

Per ottenere questi risultati bisogna essere in grado di padroneggiare tutte le componenti della comunicazione: dal linguaggio alla gestualità, dalle espressioni del viso al tono di voce, dall’uso di domande per comprendere davvero se stessi e gli altri all’utilizzo di parafrasi che propongano a chi abbiamo davanti un punto di vista diverso dal proprio.

Si tratta di acquisire strategie definite attraverso l’analisi concreta delle nostre interazioni quotidiane, attività a cui lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone si è dedicato per decenni, fino alla formulazione di un’avanzata tecnica di comunicazione: il Dialogo Strategico.

I metodi del Dialogo Strategico possono essere applicati da tutti nelle situazioni più disparate, perché permettono di adattare la propria comunicazione al contesto e all’obiettivo da raggiungere.
Queste strategie, inoltre, vanno ad agire tanto sull’aspetto verbale quanto su quello non verbale della comunicazione, sviluppando sia la capacità di controllare le proprie emozioni, sia quella di suscitare determinate sensazioni negli altri, creando empatia, come spiegato dallo stesso Nardone in questo video.

 

Il Dialogo Strategico stimola, in chi lo applica, un approccio flessibile alla realtà, permettendogli di individuare soluzioni alternative a problemi ricorrenti e di vivere relazioni felici e soddisfacenti.

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Come farsi Capire dagli altri quando Spiegare non basta

Ognuno di noi si confronta ogni giorno con decine di persone: alcune sono conoscenti, altre colleghi, altre ancora familiari e, infine, amici. A queste categorie si aggiungono, poi, persone con cui intratteniamo rapporti su social network, forum online e applicazioni di messaggistica, divise tra chi conosciamo anche nella vita quotidiana e chi, invece, no.

Relazioni di vario genere che si svolgono su livelli differenti, in cui adottiamo comportamenti diversi. Tuttavia, gli elementi che entrano in gioco nella comunicazione sono sempre gli stessi: contenuto, forma e relazione.

Il contenuto riguarda il messaggio della comunicazione, ciò che vogliamo trasmettere agli altri; la forma ha a che fare con il modo in cui il messaggio viene veicolato, cioè con quali parole, espressioni, tono di voce e gestualità; la relazione è qualcosa di molto più sottile e sfuggente, perché coinvolge non solo il modo in cui il messaggio è costruito, ma anche quello in cui viene recepito, determinando il tipo di rapporto che si instaura tra noi e un’altra persona.

Ciò significa che la comunicazione incide in maniera determinante sulle nostre relazioni, sul modo in cui gli altri ci vedono e su come si pongono nei nostri confronti.

 

Entrare in sintonia con gli altri

Fare in modo che gli altri ci vedano come vogliamo non è semplice: a tutti capita di non riuscire ad entrare in sintonia con qualcuno nonostante l’impegno nel mostrare cortesia e disponibilità. Quando ciò accade, siamo soliti dire che “non siamo sulla stessa lunghezza d’onda”, come se le nostre relazioni dipendessero dal caso o dalla fortuna più che dalla nostra abilità di coltivarle.

La reciproca comprensione, invece, va costruita. Se vogliamo che gli altri ci capiscano dobbiamo comunicare con loro in modo da superare 3 ostacoli che la nostra mente ci pone davanti:

  1. L’effetto del falso consenso, a causa del quale pensiamo che tutti ragionino come noi e condividano le nostre opinioni
  2. L’effetto di falsa unicità, che ci fa credere che, in quanto unici, nessuno provi emozioni affini alle nostre o si comporti in maniera simile a noi
  3. L’illusione della trasparenza, in base a cui riteniamo che i nostri sentimenti siano facilmente intuibili, senza bisogno di fare luce su ciò che sentiamo o su ciò che vorremmo.

È vero che non sempre è possibile andare d’accordo con tutti nella stessa misura, ma ciò non toglie che la giusta comunicazione può aiutarci a migliorare qualsiasi genere di rapporto, anche quello apparentemente più conflittuale, stimolando chi abbiamo davanti ad accogliere il nostro punto di vista e a collaborare volentieri con noi verso obiettivi comuni, sia nella vita personale sia nel lavoro.

comunicazione come farsi capire

 

Come comunicare per capire gli altri e per farsi capire

Secondo le ricerche di Giorgio Nardone, considerato uno dei massimi rappresentanti della Scuola di Palo Alto, tra le tecniche più efficaci per entrare in sintonia con gli altri vi è l’uso del linguaggio performativo.

Il linguaggio performativo non ha lo scopo di fornire informazioni, come avviene nella maggior parte delle conversazioni quotidiane, bensì quello di suscitare negli altri sensazioni che li avvicinino a noi, al nostro modo di sentire e di pensare.

Nardone mostra come l’uso di determinate parole, espressioni, toni di voce e persino pause nel discorso sia in grado di far provare agli altri, in maniera diretta, ciò che vorremmo evocare in loro, ottenendo effetti che una semplice spiegazione non è in grado di raggiungere. Grazie a questa strategia le persone sono più propense ad ascoltarci, ci comprendono meglio e si immedesimano in noi più facilmente, agendo così in modo favorevole nei nostri confronti, senza bisogno di convincerle a cambiare idea o atteggiamento verso di noi.

Ripensiamo, ad esempio, alle discussioni ed ai conflitti che in adolescenza abbiamo affrontato con i nostri genitori. L’esperienza comune mostra che, in questi casi, le spiegazioni logiche e lineari non sempre agevolano la reciproca comprensione e che, di conseguenza, l’accordo tra punti di vista diversi viene difficilmente raggiunto. È proprio in simili situazioni che il linguaggio performativo può rivelare tutta la sua efficacia, grazie all’uso di espressioni e formule che toccano corde molto più profonde di quelle raggiungibili tramite semplici informazioni.

Questo tipo di linguaggio è solo uno degli elementi che caratterizzano il Dialogo Strategico, forma di comunicazione avanzata che riprende i metodi della dialettica antica unendoli alle moderne scoperte della psicologia e della pragmatica della comunicazione.

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Supera l’indecisione con le domande giuste!

Ambivalenza è un termine che spesso assume un’accezione negativa.

Nel pensiero comune un comportamento ambivalente denota indecisione, caratteristica poco apprezzata in una società come la nostra, che ci vorrebbe sempre pronti a reagire con freddezza e rapidità ad ogni circostanza, senza esitare un istante di fronte a quelle più insolite o per le quali non ci sentiamo preparati.

Cambiare città, mettersi alla prova con un nuovo lavoro, frequentare persone diverse dalla solita cerchia di amici, cimentarsi in hobby o sport che non abbiamo mai provato prima: molte persone nutrono in sé desideri simili e si dicono pronte a “mollare gli ormeggi” del porto sicuro per mettersi in discussione.

Come mai, se tante persone lo dicono, in poche lo fanno?

Perché tutti noi, in fondo, siamo un po’ ambivalenti.

Tutti siamo affascinati dall’idea di esplorare posti nuovi ma abbiamo paura di ciò che non conosciamo.
Tutti vorremmo accrescere le nostre conoscenze e migliorare le nostre abilità, salvo poi chiederci se saremo in grado di superare le sfide che incontreremo lungo il percorso.
E che dire del momento in cui ci troviamo tra sconosciuti su cui vorremmo fare una buona impressione, ma timidezza e insicurezza ci ammutoliscono, bloccando tutta l’intraprendenza che avremmo voluto sfoggiare?

In casi come questi l’indecisione può portarci ad evitare ciò che vorremmo ma, in altre situazioni, essa può anche aiutarci a comprendere meglio la complessità del reale.

È proprio per merito di un atteggiamento ambivalente che molti si prendono il tempo necessario per valutare pro e contro di una situazione, capire i propri punti di forza e debolezza, definire quali siano le priorità del momento e, così facendo, diventano consapevoli degli sforzi necessari per raggiungere i cambiamenti desiderati.

In altre parole, ambivalenza e indecisione possono anche essere sinonimo di riflessione, attenzione verso le proprie esigenze ed ascolto delle proprie emozioni: aspetti fondamentali per vivere con serenità ed equilibrio.

superare indecisione

 

Capire se stessi con le domande del Dialogo Strategico

Ascoltarsi implica anche sapersi parlare: quante volte, ad esempio, ci siamo ritrovati a rimuginare su una scelta importante, proiettando nella nostra mente tutti gli scenari possibili, fino a non sapere più che strada intraprendere?

Può capitare in ufficio, al cospetto di una promozione che implica maggiori responsabilità e un maggior carico di lavoro, oppure nel dover decidere se trasferirsi per frequentare un corso di studi o restare vicino ai propri affetti. In entrambi i casi siamo davanti a situazioni ambivalenti, dall’esito incerto, che offrono opportunità, ma nascondono anche difficoltà.

Per non esitare all’infinito e superare i dubbi su noi stessi e sul nostro futuro, porsi le domande giuste può aiutarci a fare chiarezza e a superare l’impasse dell’indecisione, come dimostrato dalle tecniche del Dialogo Strategico.

Si tratta di un metodo sviluppato dallo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone, in seguito all’osservazione diretta delle forme di interazione che intercorrono negli ambiti più disparati, dai contesti professionali e sportivi fino a quelli più comuni della vita quotidiana.

Tali ricerche sul campo hanno permesso al professore di individuare le strategie di comunicazione che meglio agiscono sulle nostre modalità di pensiero, consentendoci di raggiungere più efficacemente gli obiettivi, di migliorare i rapporti con gli altri e di correggere spontaneamente alcuni comportamenti di cui non sempre siamo consapevoli ma che, a volte, ci impediscono di agire con maggior decisione e fiducia in noi stessi.

Porre domande in modo strategico, infatti, permette alla nostra mente di considerare alternative prima nascoste, portando alla luce bisogni inespressi. In questo modo i nostri ragionamenti giungono spontaneamente ad una scelta chiara anziché vagare in modo confuso.

L’innovazione del Dialogo Strategico sta proprio nella capacità di guidare il libero sviluppo delle nostre idee senza mai forzarle: il suo scopo non è quello di spingerci in una direzione piuttosto che un’altra, bensì di mostrarci, attraverso il potere delle parole e delle espressioni non verbali (come gesti e toni di voce), possibilità fino a quel momento rimaste nell’ombra.
Grazie a queste strategie l’orizzonte delle nostre valutazioni si allarga e il processo decisionale viene agevolato.

“La maggioranza dei problemi non deriva dalle risposte che ci diamo ma dalle domande che ci poniamo”.
Immanuel Kant

 

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Amicizia e Relazioni: come usare il Dialogo per Migliorare i Rapporti con gli altri

Il 30 luglio si festeggia la Giornata Mondiale dell’Amicizia, istituita dall’Onu allo scopo di promuovere la reciproca comprensione tra popoli e culture e di stimolare il confronto e l’arricchimento sia della persona, sia della società nel suo complesso.

 

Amicizia e Relazioni

L’amicizia è un valore fondamentale che ci accompagna in ogni fase della vita, evolvendo insieme a noi e trasformandosi nel tempo: se da bambini essere amici significa giocare e divertirsi insieme, con l’adolescenza l’amico diventa nostro complice, ci ascolta e supporta.

L’amicizia insegna a crescere insieme, a collaborare nelle difficoltà, a superare i conflitti per il bene dell’altro, a entrare in empatia con chi abbiamo davanti.

Instaurare e mantenere vivi dei rapporti d’amicizia autentici può rivelarsi difficile: prima di incontrare persone capaci di restare al nostro fianco anche in periodi complicati si potrebbe inciampare in qualche delusione, a dimostrazione che gli amici vanno scelti con cura, ma anche che noi per primi dobbiamo impegnarci a essere dei buoni amici per gli altri.

amicizia e relazioni

 

Come superare le incomprensioni con il Dialogo Strategico

A volte le amicizie si incrinano senza chiari motivi. Non sempre le persone si allontanano per ragioni precise, anzi, spesso ciò avviene in modo silenzioso, senza un vero e proprio confronto.

Forse a qualcuno sarà capitato di rimuginare sui propri comportamenti, chiedendosi quali siano stati i propri errori, ma di non riuscire a rispondere a questa domanda.

Non è semplice gestire le relazioni con gli altri: parole, gesti, sguardi, silenzi, toni di voce e atteggiamenti sono tutti elementi che possono determinare reazioni inaspettate.
Imparare a controllare la nostra comunicazione può aiutarci a stabilire una nuova sintonia con gli altri, evitare malintesi, superare facilmente le incomprensioni e prevenire conflitti non desiderati.

A questo scopo, le tecniche del Dialogo Strategico sviluppate dallo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone si rivelano strumenti efficaci che tutti possiamo applicare nella nostra vita quotidiana.

Si tratta di metodi definiti in decenni di ricerche sul campo, durante cui Nardone ha attentamente analizzato le dinamiche delle interazioni interpersonali, individuando le strategie che favoriscono la collaborazione reciproca e che permettono di adattare la propria comunicazione a diversi contesti, aiutandoci a costruire relazioni serene, attraverso cui raggiungere più facilmente i nostri obiettivi e migliorare la qualità della nostra vita.

Ad esempio, vi è mai capitato di non sapere cosa fare quando un amico vi chiede un consiglio riguardo una questione delicata, temendo che le vostre parole possano ferirlo o allontanarlo da voi?

La soluzione non è assecondarlo, quanto piuttosto dire ciò che riteniamo giusto.

 

“Un amico può dirti cose che tu non vuoi dire a te stesso.”
Frances Ward Weller

 

Dobbiamo essere abbastanza abili da offrire al nostro amico delle prospettive diverse da quelle che ha considerato finora, aiutandolo a scoprire autonomamente la soluzione, senza forzature.

migliorare le relazioni con il dialogo

 

Per fare questo, possiamo usare alcune tecniche del Dialogo Strategico:

  • Non indaghiamo in modo troppo diretto le idee del nostro amico, altrimenti rischiamo di apparire aggressivi. Meglio adottare un atteggiamento rassicurante, che lo metta a suo agio e lo inviti a parlare spontaneamente: sguardo aperto e rilassato, sorriso naturale, mento abbassato come quando annuiamo, a dimostrargli assenso e disponibilità, palmi delle mani leggermente rivolti verso l’alto, per trasmettergli un senso d’accoglienza

 

  • Una volta che il nostro amico ha concluso il discorso, usiamo le cosiddette domande ad alternativa di risposta, offrendogli due possibili alternative.
    Questo tipo di quesiti permette, da un lato, di creare un’atmosfera di comfort e fiducia, mettendo in sintonia le persone, dall’altro, di guidare il nostro amico in una sequenza di domande e risposte che lo condurranno a scoprire, in modo spontaneo, delle opzioni ancora non valutate, senza accorgersi del nostro intervento.
    Ad esempio, invece di domandare “Cosa ne pensi di questa situazione?” domandiamo “Pensi che questa situazione sia frutto di una tua mancanza o che sia dovuta alle azioni di qualcun altro?”

 

  • Al termine di ogni spiegazione, parafrasiamo le parole del nostro amico, in modo da manifestare ulteriormente il nostro interesse e di evitare fraintendimenti.
    Iniziamo la frase con “Quindi, se ho ben capito, vuoi dire che …” e riformuliamo ciò che abbiamo ascoltato, riorganizzandolo in uno schema chiaro. Le parafrasi non hanno lo scopo di correggere l’altro, bensì di farlo sentire compreso e, al contempo, di mettere in luce i punti poco coerenti del suo discorso, permettendogli di risolverli sempre in modo spontaneo.

 

Usando queste strategie riusciremo a comunicare meglio in ogni ambito della vita, trasformando le difficoltà in occasioni per rafforzare i nostri rapporti interpersonali, sia privati sia professionali.

Le tecniche del Dialogo Strategico definite da Giorgio Nardone possono essere applicate alle circostanze più disparate e riguardano molti altri aspetti tipici delle nostre interazioni abituali.

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Comunicazione e lavoro di gruppo: le tecniche per Collaborare meglio

Il mondo del lavoro oggi ci pone davanti a sfide continue: qualunque sia l’ambito in cui ci muoviamo e la posizione che ricopriamo, a tutti noi vengono richieste non solo le competenze necessarie per svolgere al meglio le nostre attività, ma anche capacità che vanno al di là della sfera strettamente professionale.

Non si tratta più, semplicemente, di essere qualificati ed esperti nel proprio settore: oggi, per rispondere alle esigenze di un mercato del lavoro sempre più esigente, dobbiamo sviluppare doti che ci permettano di interagire al meglio con gli altri, in modo da raggiungere risultati che, da soli, sarebbe più difficile ottenere.

Stiamo parlando delle cosiddette “competenze trasversali”, caratteristiche personali che giocano un ruolo importante nelle modalità di pensiero e di comportamento, sia in contesti sociali sia di lavoro.
Esempi di competenze trasversali sono: capacità di diagnosi, di relazione, di problem solving, di decisione, di comunicazione, di organizzazione del proprio lavoro, di gestione del tempo e dello stress, spirito di iniziativa, flessibilità. Tali abilità sono determinanti per la nostra crescita professionale e personale.

 

Il lavoro di gruppo

Una situazione concreta che richiede l’uso di queste competenze, ormai parte della routine lavorativa di molti di noi, è il lavoro di gruppo.

In realtà, il lavoro di gruppo fa parte delle nostre attività quotidiane fin dall’infanzia: già all’asilo, infatti, veniamo coinvolti in giochi di squadra e in compiti educativi che stimolano la nostra capacità di collaborare con gli altri. Crescendo, poi, questi compiti si trasformano in ricerche scolastiche da svolgere con i propri compagni di classe, colloqui di lavoro di gruppo e così via, fino all’interazione con team in cui possono rientrare anche esperti esterni al proprio ambiente di lavoro abituale.

 

collaborare

Poco importa che si lavori in una grande azienda, che si gestisca una piccola impresa o che si svolga una libera professione: a prescindere dal nostro ruolo e settore riferimento, ci ritroveremo più o meno frequentemente a collaborare con i colleghi per sviluppare un progetto, a confrontarci con i clienti per soddisfare le più disparate esigenze, a partecipare a riunioni di fronte a responsabili e superiori.

Ognuna di queste circostanze rappresenta, in modo diverso, un lavoro di gruppo in cui dovremo adoperare diverse competenze trasversali. I lavori di gruppo, infatti, non sono tutti uguali e non hanno tutti le stesse finalità:

  • Ci sono i gruppi creativi in cui diverse professionalità collaborano a un obiettivo comune, per raggiungere un risultato il cui valore sia maggiore della somma delle singole parti. Questi gruppi sono stimolati a produrre nuove idee, pensare fuori dagli schemi e mettere insieme le varie proposte in modo coerente e costruttivo
  • Ci sono i gruppi chiamati a risolvere problemi specifici e urgenti, che hanno lo scopo di snellire i processi e la comunicazione in modo da giungere a una soluzione in modo più efficace e tempestivo
  • Ci sono i gruppi che si riuniscono periodicamente per valutare insieme l’andamento di un progetto, di un processo, di un’attività particolare, analizzandone criticità e definendo sistemi di miglioramento.

Come lavorare in gruppo e migliorare le relazioni con gli altri: il Dialogo Strategico

Se, da un lato, lavorare in gruppo permette di tirare fuori il meglio da ciascun componente e di cooperare ad un progetto di ampio respiro, che esalti e accresca le abilità di tutti grazie all’apprendimento reciproco, raggiungere questo obiettivo può rivelarsi difficile.

Nelle relazioni con gli altri, infatti, possono sorgere dei conflitti dovuti al confronto tra modi di pensare e di agire diversi tra loro. Questo avviene naturalmente, a prescindere dal tipo di legame: che siano rapporti professionali, familiari, sentimentali o di amicizia, ogni forma di interazione richiede la capacità di superare le piccole incomprensioni e di giungere a compromessi.

 

Il Dialogo Strategico di Giorgio Nardone, psicologo e psicoterapeuta considerato il più illustre esponente della Scuola di Palo Alto, rappresenta una tecnica di comunicazione avanzata che può aiutarci a raggiungere questi obiettivi.

Infatti le tecniche del Dialogo Strategico, sviluppate in decenni di ricerche negli ambiti più disparati, si rivelano efficaci tanto nella sfera professionale quanto in quella personale, permettendoci di adattare la nostra comunicazione ad ogni circostanza della vita quotidiana.

Tutti sappiamo quanto siano delicati gli equilibri tra le persone: a volte basta una parola detta con leggerezza, un tono di voce percepito come troppo severo o uno sguardo mal interpretato a rovinare il clima di sintonia costruito con impegno nel tempo.
Per creare solide relazioni interpersonali, grazie a cui raggiungere più facilmente i nostri obiettivi, è quindi fondamentale padroneggiare i vari livelli della comunicazione e imparare come fare le domande giuste per ottenere in modo spontaneo le risposte che vogliamo.

 

migliorare le relazioni

A questo scopo, una delle tecniche usate nel Dialogo Strategico è il linguaggio performativo o suggestivo.
Si tratta di un linguaggio che non si limita a fornire informazioni o istruzioni, bensì mira a suscitare emozioni precise, che stimolino gli altri a compiere determinate azioni in modo del tutto volontario, senza nessuna forzatura.
Questo è possibile attraverso l’uso di analogie, aforismi e metafore che evochino delle immagini concrete, dando vita e forza alle parole anche grazie al giusto tono di voce, delle pause e del volume con cui le espressioni vengono formulate.

Ad esempio, quando ci troviamo di fronte a una persona molto introversa e chiusa in se stessa, può essere difficile coinvolgerla nelle attività di un gruppo semplicemente chiedendoglielo o spiegandole gli effetti negativi dei suoi comportamenti sul gruppo. Al contrario, una frase come “questo atteggiamento è simile a quello di una marionetta rotta, con gli occhi rivolti al suo interno anziché al mondo che ha di fronte”, se detta nel modo più efficace e seguendo i giusti accorgimenti, potrebbe suscitare una reazione immediata e destare il cambiamento necessario in tempi brevi.

Il Dialogo Strategico, grazie a strategie di comunicazione appositamente studiate, è perciò capace di far percepire sia agli altri sia a noi stessi ogni situazione da una nuova prospettiva, aiutandoci a superare le difficoltà quotidiane nei rapporti interpersonali.

 

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Come essere Persuasivi: le tecniche del Dialogo Strategico

Se ripensiamo alle situazioni che viviamo ogni giorno, ci accorgeremo che le nostre reazioni alle stesse circostanze sono cambiate nel tempo.

Sul lavoro, magari, le riunioni che un tempo ci spaventavano ora non sono più un problema; durante le cene tra amici, invece, se qualche anno fa la presenza di sconosciuti ci intimidiva, ora la consideriamo una felice opportunità di incontrare persone con cui condividere le nostre passioni.

Certo, crescendo si fanno esperienze e si matura, tuttavia questo sviluppo non è scontato: anche la capacità di lavorare su di sé e migliorarsi continuamente va acquisita e stimolata. In questo modo le nostre azioni e reazioni agli eventi diventeranno ogni giorno più efficaci e ci aiuteranno a stare sempre meglio, sia con noi stessi che con gli altri.

Per raggiungere questo obiettivo tanto importante per il nostro benessere, possiamo intervenire su più fronti, tra cui il linguaggio che usiamo quotidianamente. Infatti:

“La realtà è il frutto del linguaggio che usiamo per descriverla.”
Ludwig Wittgenstein

Le parole con cui le persone descrivono, interpretano ed elaborano le situazioni permette loro di affrontarle con maggiore o minore successo: ecco perché, se pensiamo ad alcuni avvenimenti che ci hanno cambiato, ci accorgeremo che oggi non solo li vediamo con occhi diversi ma, nel parlarne, usiamo anche parole, espressioni e un tono di voce del tutto nuovi.

 

Il linguaggio della Persuasione

Non tutti sono consapevoli di quanto il linguaggio possa determinare sia i nostri rapporti interpersonali che quello con noi stessi, oltre che il modo con cui gestiamo la quotidianità.

In particolare, lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone vede nel linguaggio persuasorio lo strumento più potente per superare i conflitti e creare sintonia, andando ad agire sia sulla nostra mente che sulla nostra emotività.

migliorare le relazioni

 

Questo tipo di comunicazione stimola l’empatia, la reciproca comprensione, il confronto e, di conseguenza, la nostra crescita personale. Tutto ciò è possibile perché la persuasione non si avvale solo del linguaggio indicativo, con istruzioni, informazioni e spiegazioni, ma anche del linguaggio performativo, evocando sensazioni capaci di cambiare le modalità con cui interpretiamo il mondo.

Le ricerche di Nardone sulla persuasione e sulla pragmatica della comunicazione l’hanno portato a sviluppare una forma di comunicazione avanzata, che applica delle specifiche strategie ad ogni aspetto della comunicazione, sia verbale che non verbale: il Dialogo Strategico.

 

Gli strumenti del Dialogo Strategico: comunicazione verbale

Le principali strategie di comunicazione verbale usate nel Dialogo Strategico sono 3:

  1. Ingiungere, cioè usare un linguaggio che esorti l’altro a fare delle esperienze che possano cambiare la sua opinione, il suo punto di vista.
    Non si tratta di imposizioni o ordini, bensì di una comunicazione suggestiva e persuasiva, che evochi nelle persone la sensazione di poter fare qualcosa di completamente diverso da ciò a cui sono abituate, superando i propri limiti.
    Un esempio ne è la massima di Gandhi “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, che non impone nulla a chi ascolta, ma lo esorta ad azioni nuove e a migliorare se stesso.
  2. Evocare, cioè usare un linguaggio che, attraverso analogie ed immagini, aiuti a proiettarsi in situazioni concrete.
    Non occorre pensare a nulla di troppo complesso: anche la semplicissima frase “ho dormito come un bambino” assolve a pieno a questa tecnica del Dialogo Strategico, con un’immagine che evoca in chi ascolta una chiara esperienza. Un altro esempio è la frase di Fernando Pessoa: “porto addosso tutte le ferite delle battaglie che ho evitato”, grazie a cui un concetto astratto come il rinunciare evoca i contorni concreti di ferite che danneggiano, per primi, noi stessi.
    Evocare permette di trasmettere un messaggio specifico senza scambio di informazioni, persuadendo gli altri ad agire in un determinato modo.
  3. Ristrutturare, cioè cambiare la struttura e la sequenza delle parole usate da una persona per offrirle dei punti di vista diversi senza modificare il contenuto del suo discorso, in maniera indiretta.
    Per ristrutturare si possono usare parafrasi, domande strategiche che guidino l’interlocutore in una certa direzione, narrazioni, aforismi suggestivi.
    Ad esempio, per ristrutturare il comportamento iperprotettivo di due genitori si potrebbe usare l’aforisma di Oscar Wilde: “con le migliori intenzioni si producono gli effetti peggiori”. Immediatamente i due genitori avrebbero una percezione diversa del proprio atteggiamento, e questo li porterebbe a cambiare spontaneamente.

Gli strumenti del Dialogo Strategico: comunicazione non verbale

Il Dialogo Strategico si avvale anche di chiare strategie di comunicazione non verbale:

  • musicalità delle parole e modulazione della voce: Nardone spiega che, ai fini della persuasione, le emozioni suscitate da un messaggio sono importanti tanto quanto il contenuto. Per questo motivo è fondamentale l’uso di un linguaggio musicale e armonico, che faccia largo uso di assonanze e dissonanze.
    Nardone porta come esempio la frase “ognuno costruisce ciò che poi subisce” che, attraverso l’assonanza dei suoni, invita a riflettere sul contenuto del messaggio.
    A seconda della sensazione da evocare, si dovranno prediligere alcuni suoi su altri, così come modulare le pause, il tono e il volume della voce, in modo da affascinare chi ascolta. Inoltre, la modulazione della voce rende la comunicazione più viva: pensate alle conferenze in cui gli speaker usano sempre lo stesso tono, ritmo e volume di voce, perdendo in fretta l’attenzione del pubblico. Questo è proprio quello che va evitato se vogliamo persuadere gli altri ed entrare in sintonia con loro.
    sguardo
  • sguardo e mimica: secondo alcuni studi, per fare una buona prima impressione sugli altri abbiamo circa 30 secondi, giusto il tempo necessario per salutare, dire il nostro nome e poco altro.
    Perciò lo sguardo e la mimica sono necessari per evocare le giuste sensazioni: mantenere il contatto visivo aiuta a instaurare empatia e suscitare simpatia, mentre guardare qualcuno in modo troppo insistente potrebbe metterlo a disagio e incrinare la sintonia.
    Lo stesso vale per le espressioni del viso: una mimica forzata e innaturale suscita diffidenza, invece un sorriso rilassato trasmette un senso di accoglienza e comprensione.
  • postura e movimenti: una delle strategie più efficaci per stabilire una connessione con gli altri è rispecchiare le loro posture e i loro movimenti, sempre in modo naturale.
    Ad esempio, inclinare la testa dallo stesso lato del nostro interlocutore o incrociare le gambe nella stessa direzione, inconsciamente, ci aiuta a stabilire un rapporto, a prescindere dal contenuto del discorso.
    Anche la distanza può aumentare la sintonia, ma attenzione: se siamo troppo vicini rischiamo di creare disagio, se siamo troppo distanti trasmetteremo una sensazione di distacco. Sta a noi capire, di volta in volta, la giusta misura.

 

Le strategie e le tecniche del Dialogo Strategico definite da Giorgio Nardone, tuttavia, non si esauriscono in questi punti.

Per conoscere gli altri metodi con cui sviluppare le tue abilità di persuasione e modellare la tua comunicazione a diversi contesti, clicca qui.

Scoprirai tutti i dettagli del corso L’arte di Dialogare Strategicamente, in cui imparerai, insieme a Nardone, come mettere in pratica il Dialogo Strategico nella tua vita quotidiana.
Grazie ai suoi insegnamenti potrai migliorare le tue relazioni, conoscere a fondo te stesso ed agire in modo più efficace sia nella vita personale, che nel lavoro.

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Chiedere o non chiedere? Come Collaborare per Vivere Meglio

È risaputo che proverbi e detti popolari racchiudano una conoscenza tanto antica da perdersi nel tempo ma sempre attuale, perché basata su esperienze comuni; per questo, a volte, ci stupiamo di quanto riescano ad esprimere ciò che proviamo. Un esempio ne è il proverbio:

“il dare è onore, il chiedere è dolore.”

Questa massima dichiara in modo semplice e diretto una verità vissuta da tutti, cioè la difficoltà che incontriamo nel chiedere qualcosa a qualcuno. Tale sensazione non ci impedisce effettivamente di fare delle richieste, però ci porta a prevedere tutte le possibili obiezioni dell’altra persona, in modo da valutare le mosse migliori in caso di rifiuto.

Pensiamo, ad esempio, a quando vorremmo chiedere un permesso, un aumento o un cambio di orario a lavoro, oppure a quando avremmo bisogno di qualcuno che curi il nostro animale domestico mentre noi siamo lontani da casa per alcuni giorni, o ancora a quando siamo troppo stanchi per sbrigare le faccende domestiche e speriamo che il partner se ne sia già occupato.

Altri esempi, in cui la difficoltà a chiedere potrebbe essere ancora maggiore, sono quei momenti in cui vorremmo che i nostri amici ci stessero più vicini, o quando avremmo bisogno di un consiglio da un collega più esperto di noi, o ancora quando ci sembra di non riuscire a risolvere i problemi di comunicazione con i nostri figli.

Si tratta di situazioni che tutti vivono nella quotidianità, eppure chiedere aiuto o assistenza ci sembra, nella maggior parte dei casi, sconveniente. Perché?

chiedere

 

La Paura di Chiedere

Se, finché siamo piccoli e dipendiamo dalla nostra famiglia, chiedere è un atto spontaneo, l’unico che ci permetta di soddisfare i nostri bisogni, crescendo impariamo che chiedere ci rende vulnerabili, perché significa riconoscere la superiorità di qualcun altro. Inoltre, la possibilità di scontrarci con un rifiuto mina la nostra autostima, motivo in più per chiedere il meno possibile.

Una volta adulti “forti e indipendenti”, chiedere diventa un’azione da limitare solo a circostanze di estrema necessità e, quando non possiamo proprio evitarla, cerchiamo sempre di ottenere una risposta positiva. Infatti, in caso contrario, ci sentiremmo sminuiti.

Questa, tuttavia, è una concezione sbagliata del chiedere, che la rende più simile a un pretendere: ho bisogno di questo e tu sei tenuto a provvedere.
Nel chiedere, invece, entrano in gioco la fiducia nell’altro, il rispetto della sua libertà e volontà ad assisterci o meno e, soprattutto, la nostra considerazione di noi stessi come persone meritevoli, a prescindere dal riscontro che riceveremo.

In questo senso, chiedere non ha nulla a che fare con il convincere: per chiedere liberamente dobbiamo prima di tutto creare rapporti sereni con gli altri e con noi stessi attraverso tecniche che stimolino il “venirsi incontro” spontaneo, la collaborazione volontaria tra le persone. Proprio quello che ci permette di fare la persuasione.

 

Manipolare, convincere, persuadere

Della distinzione tra manipolare, convincere e persuadere parla anche lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone, esponente di spicco della Scuola di Palo Alto, che a partire dagli anni Ottanta ha studiato la pragmatica della comunicazione umana in stretta collaborazione con Paul Watzlawick, autore di uno dei testi più importanti in questo campo.

Vediamone insieme le differenze:

  • Manipolare significa costringere qualcuno a compiere certe azioni e ad assumere precise opinioni. La manipolazione implica la distorsione delle informazioni, come accade nei regimi totalitari che, ad esempio, filtrano l’accesso ad alcuni siti web ritenuti pericolosi per il pubblico consenso. Inoltre, chi manipola vuole soggiogare l’altro alla propria volontà, e per farlo lo obbliga a compiere rituali appositamente studiati che incanalino i suoi pensieri in una determinata direzione. È il caso, ad esempio, delle sette religiose o di organizzazioni estremiste di vario genere.
  • Convincere viene dal latino cum-vincere e significa vincere sugli altri in virtù della ragione. Chi vuole convincere qualcuno lo fa portando più argomentazioni possibili a proprio sostegno, affidandosi a dati, statistiche, ricerche. A questo si accompagna un linguaggio diretto, oggettivo e privo di artifici retorici. Questa forma di comunicazione si incontra, ad esempio, in convegni, riviste scientifiche, nella didattica e nelle istituzioni.
    Chi convince è certo che la propria tesi sia quella giusta e porta dimostrazioni a suo favore, pensando che questo sia sufficiente a trovare sostenitori. Chi convince non è interessato a discutere e confrontarsi con l’altro: il suo unico scopo è quello di diffondere la propria posizione in forza della razionalità.convincere
  • Persuadere, etimologicamente, significa condurre soavemente a sé. La caratteristica principale di questa forma di comunicazione non sta nel contrapporre una tesi ad un’altra, come nel convincere, bensì nel portare il proprio interlocutore a cambiare spontaneamente la propria opinione, come se fosse una sua decisione volontaria e non indotta da qualcun altro, senza forzature né inganni di alcun genere.

Vediamo, quindi, che la persuasione è agli antipodi della manipolazione, nonostante il pregiudizio diffuso che persuadere significhi “abbindolare”: chi persuade non distorce alcuna informazione né obbliga nessuno a fare nulla, bensì usa le stesse modalità di espressione e parte dallo stesso punto di vista del proprio interlocutore per ampliarne naturalmente lo sguardo su opzioni che non aveva ancora considerato.
Nel fare questo, usa delle tecniche specifiche che coinvolgano tanto la ragione, quanto le emozioni.

In questo modo, la persuasione stimola gli altri a collaborare con noi, aiuta a superare i conflitti quotidiani, crea maggior sintonia e pone le basi per relazioni serene nella vita privata e accordi duraturi nel lavoro.

 

Nel corso delle sue ricerche, Nardone ha sviluppato un modello avanzato di comunicazione che unisce l’antica arte della persuasione con il moderno Problem Solving strategico e con le più recenti scoperte delle neuroscienze: il Dialogo Strategico.

Le tecniche e le strategie di questo modello possono essere applicate non solo ai rapporti interpersonali, ma anche per comprendere meglio noi stessi e per raggiungere più facilmente i nostri obiettivi. Infatti, i metodi del Dialogo Strategico intervengono sul modo in cui percepiamo e intendiamo la realtà che ci circonda, rendendo le nostre reazioni e le nostre decisioni più efficaci in tutte le situazioni quotidiane.

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Come Risolvere i Problemi (anche i più complessi) in 7 passi

Tutti noi, nella nostra vita quotidiana, siamo alle prese con difficoltà più o meno grandi.

Qualcuno forse si ritrova a gestire alcune tensioni sul posto di lavoro; altri, magari, vorrebbero capire come migliorare i propri rapporti familiari, o quale sia il modo più rapido per raggiungere un obiettivo personale.

Qualunque sia il problema che vorremmo superare in questo momento della nostra vita, quel che è certo è che tutti abbiamo bisogno di trovare soluzioni semplici anche ai problemi più complessi, per non lasciare che questi ci impediscano di vivere in modo sereno, ostacolando la nostra crescita.

Il Problem Solving Strategico® e il Dialogo Strategico, sviluppati dallo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone, rappresentano tecniche avanzate che ci aiutano a risolvere in modo efficace anche le situazioni più complicate, davanti a cui, a volte, rischiamo di bloccarci.

 

Per fare questo, Nardone suggerisce di utilizzare degli autoinganni strategici che ci spingano oltre le solite forme di ragionamento e i soliti tentativi ripetuti, consentendo alle risorse della nostra mente di emergere e di esprimere a pieno la nostra creatività.

Infatti, quando ci troviamo di fronte a una difficoltà – sia essa personale, relazionale o professionale – di solito utilizziamo qualche strategia già sperimentata con successo in passato.

Se la strategia scelta funziona, la difficoltà si risolve in breve tempo.

Se, invece, la nostra strategia non funziona come ci saremmo aspettati, continuiamo ad insistere, complicando ulteriormente la situazione iniziale. Così facendo, le tentate soluzioni messe in atto finiscono per alimentare il problema.

Per impedire che ciò accada, bisogna rompere questo circolo vizioso lavorando su come funziona il problema piuttosto che sul perché esiste, sulla ricerca delle soluzioni piuttosto che delle cause.
In questo modo, il nostro punto di osservazione si sposta verso una prospettiva più elastica e funzionale, con maggiori possibilità di scelta.

 

Ecco i 7 passi da seguire secondo Giorgio Nardone.

 

1. Definire il problema concretamente

L’accento va posto su come il problema si presenta ora, in questo preciso momento, e su come funziona. Chiediamoci: cos’è effettivamente il problema? Chi ne è coinvolto? Dove si verifica? Quando appare? Come funziona?

In questa fase è utile anche immaginare come potrebbero percepire il problema altre persone che conosciamo bene, assumendo il loro punto di vista. Ciò apre la strada ad una percezione diversa e più ampia, dando al problema delle nuove prospettive.

 

2. Stabilire l’obiettivo

Una volta definito il problema, il passo successivo è quello di stabilire concretamente i cambiamenti che, una volta realizzati, risolveranno il problema. In questo modo avremo chiaro davanti a noi l’obiettivo e la realtà concreta che vogliamo raggiungere.
Chiediamoci: cosa è necessario toccare, vedere, sentire e provare affinché si possa dire effettivamente che il problema è risolto.

 

3. Valutare tutte le soluzioni fallimentari tentate fino ad ora

L’analisi di tutte le soluzioni tentate finora per risolvere il problema senza successo non è casuale. Cos’è, infatti, che mantiene alimentato un problema se non il suo tentativo fallimentare di combatterlo?
Detto in altri termini, sono proprio le tentate soluzioni che mettiamo in atto ripetutamente ad alimentare il problema che vorremmo risolvere.

Concentrando l’attenzione su questi aspetti, capiremo cosa non fare e cercheremo soluzioni alternative.

 

4. La tecnica del come peggiorare

Questa tecnica consiste nel rispondere alla domanda: se volessi peggiorare ulteriormente la situazione invece di migliorarla, come potrei fare? Questo quesito gioca un ruolo importantissimo nella risoluzione, in quanto ha l’effetto di creare un’avversione verso tutte le possibili azioni fallimentari compiute in precedenza, aumentando la nostra motivazione al cambiamento.

 

5. La tecnica dello scenario oltre il problema

Grazie a questa tecnica possiamo immaginare nei dettagli lo scenario che si presenterebbe al di là del problema, una volta che questo sarà pienamente risolto o una volta che il nostro obiettivo sarà raggiunto. Dobbiamo visualizzare quali sarebbero tutte le caratteristiche della situazione ideale che si presenterà dopo aver realizzato il cambiamento strategico.

In questa fase l’immaginazione viene lasciata libera di costruire lo scenario, per poi selezionare gli aspetti realizzabili concretamente in seguito.

 

6. La tecnica dello scalatore o dei piccoli passi

La successiva cosa da fare è concentrarsi sempre sul più piccolo cambiamento da realizzare, proseguendo per piccoli passi.

Questa tecnica è definita “dello scalatore” perché segue il ragionamento di uno scalatore che vuole raggiungere la vetta: invece di studiare il percorso partendo dalla base della montagna, lo scalatore parte dalla vetta e procede a ritroso fino al punto di partenza. Questo serve per evitare percorsi fuorvianti rispetto all’obiettivo da raggiungere.

raggiungere gli obiettivi

 

7. Aggiustare progressivamente il tiro

Se il problema fosse complesso al punto da richiedere un insieme di soluzioni in sequenza, è fondamentale non affrontare insieme tutti i problemi e iniziare, invece, da quello più accessibile sul momento. Una volta risolto il primo, si passerà al secondo e così via.

Sarà così possibile aggiustare progressivamente il tiro, tenendo sempre bene a mente dove si vuole arrivare in concreto e agendo in modo dinamico per far fronte a tutti i cambiamenti che si potrebbero presentare lungo il percorso, fino a giungere alla soluzione stabilita.

 

Questi sono i 7 passi del Problem Solving Strategico® di Giorgio Nardone, attraverso cui possiamo trovare, in tempi brevi, soluzioni alle difficoltà che ognuno di noi affronta in ogni ambito della propria vita, sia personale che privata.

Oltre a questi 7 step, Nardone ha sviluppato anche una serie di tecniche avanzate di Dialogo Strategico per adattare la nostra comunicazione a diverse situazioni, così da entrare facilmente in sintonia con gli altri e superare velocemente i conflitti quotidiani, migliorando la qualità delle nostre relazioni.

 

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Come Cambiare in tempi brevi: il Dialogo Strategico di Giorgio Nardone

L’interazione è una costante della nostra vita che accompagna ogni nostra azione e decisione, dalla più piccola alla più importante. Per interazione non si intende solo lo scambio di informazioni tra noi e gli altri, ma pure il dialogo interiore che, ad ogni istante, abbiamo con noi stessi.

Pensiamo, ad esempio, a tutte le volte che la collaborazione con i colleghi è fondamentale per concludere un progetto di lavoro, o a tutte le volte che dobbiamo gestire le obiezioni dei clienti in modo costruttivo per trasformare le loro critiche in spunti per crescere e migliorare.

Il modo in cui ci rapportiamo con gli altri non determina solo le nostre relazioni professionali, ma anche la nostra vita privata: è il caso dei normali conflitti quotidiani che possono sorgere tra genitori e figli, o delle piccole incomprensioni all’interno della coppia, o ancora dei dubbi su noi stessi e sulle nostre capacità che, a volte, ci frenano, ponendo dei limiti al nostro desiderio di cambiamento.

Uno degli errori più comuni sta nel ritenere che la realtà circostante non dipenda da noi. Questo è vero solo in parte: infatti, anche se non possiamo controllare il mondo esterno, possiamo cambiare la nostra percezione di esso e di tutto ciò che ne fa parte, comprese le nostre interazioni con gli altri e con noi stessi.

Questo è proprio uno degli obiettivi del Dialogo Strategico ideato da Giorgio Nardone, psicologo e psicoterapeuta, fondatore insieme a Paul Watzlawick del Centro di Terapia Strategica di Arezzo.

 

Il Dialogo Strategico

Il Dialogo Strategico si fonda sul principio del “conoscere cambiando”: se la terapia tradizionale sostiene che, per raggiungere nuovi traguardi, bisogna prima analizzare i propri comportamenti, indagarne le cause, capire perché il nostro modo di agire e di pensare non è il più efficace a raggiungere i nostri scopi, l’approccio strategico di Nardone è molto più pragmatico.

Questo metodo non è incentrato sulla spiegazione logica di un problema e sulle istruzioni da seguire per risolverlo, bensì su una serie di tecniche che permettono a ciascuno di noi di vivere, fin da subito, nuove esperienze, cambiando già dal primo momento la nostra percezione delle difficoltà.
In questo modo, il Dialogo Strategico ci accompagna lungo un percorso di conoscenza esperienziale, durante cui, passo dopo passo, facciamo luce sui meccanismi che compongono i problemi, proprio mentre scopriamo anche la loro soluzione.

soluzione

 

Le tentate soluzioni ripetute

Questo è possibile perché il Dialogo Strategico agisce direttamente su quelle che Nardone definisce tentate soluzioni ripetute, cioè le azioni e i comportamenti che siamo abituati a replicare in varie situazioni, anche se non sono quelli più funzionali.

Ciò avviene perché la nostra mente tende naturalmente a ritenere corretto quello che in passato ci ha permesso di raggiungere un obiettivo o superare un ostacolo.
In realtà, per quanto due situazioni possano essere simili, non saranno mai identiche tra loro, perciò è necessario adattare continuamente le nostre azioni e i nostri pensieri alle diverse condizioni che affrontiamo nel corso della vita.

Il Dialogo Strategico, attraverso le sue tecniche innovative, ci permette proprio di percepire direttamente la disfunzionalità di cui eravamo inconsapevoli fino ad un attimo prima, stimolandoci automaticamente a correggere i nostri comportamenti abituali con altri più adatti al nuovo contesto.

Ecco perché il Dialogo Strategico è una delle forme di comunicazione più avanzate ed efficaci sia per conoscere meglio noi stessi, che per migliorare i nostri rapporti con gli altri!

 

Giorgio Nardone, con le proprie ricerche nell’ambito della Terapia Breve Strategica, ha sviluppato dei protocolli specifici per il trattamento di particolari patologie e disturbi (tra cui, ad esempio, fobie, ossessioni, disturbi alimentari). Inoltre, il Dialogo Strategico è molto efficace anche in ambito sportivo e in situazioni quotidiane, aiutando tutti noi a raggiungere una maggior consapevolezza di noi stessi, delle nostre risorse e a sviluppare le nostre capacità sia in ambito personale che professionale.

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Come superare la paura dell’ignoto

Domenica 21 maggio si celebra la Giornata mondiale della diversità culturale, istituita allo scopo di promuovere il dialogo tra culture, popoli e nazioni, nel rispetto della diversità e dell’unicità di ciascuno.

Anche noi italiani veniamo a contatto ogni giorno con la diversità culturale: il nostro Paese è conosciuto in tutto il mondo per la ricchezza di usi, costumi e tradizioni che cambiano non solo tra regioni, ma anche da paese a paese.

Nonostante ciò, non sempre tale ricchezza viene percepita come un punto di forza, anzi, per alcuni rappresenta quasi una minaccia: chi è diverso da noi può spaventarci, e meno ne sappiamo, più suscita la nostra diffidenza.

Allo stesso modo, anche il futuro e le situazioni inesplorate possono destare in noi una certa preoccupazione. Il meccanismo è lo stesso: tendiamo ad allontanarci da ciò che non conosciamo piuttosto che cogliere le possibilità di arricchire le nostre esperienze.

 

La paura del diverso e dell’ignoto

Simili timori sono controproducenti per la nostra serenità e per le nostre relazioni.

Ricordiamoci che viviamo in una società multietnica e globalizzata, in cui le distanze sono sempre più brevi e i confini nazionali sempre meno netti: nascere in uno Stato, vivere in un altro e viaggiare da un punto all’altro del mondo è all’ordine del giorno.
Il dialogo e la cooperazione diventano quindi fondamentali sia per arricchire la nostra identità e la nostra vita personale, che per lo sviluppo della società nel suo complesso.

paura dell'ignoto

 

Uno studio condotto dalla Ucla su un gruppo di bambini ha rivelato che la paura del diverso e dell’ignoto non è innata nell’uomo, perché le differenze non li spaventano.
Questo dimostra che siamo naturalmente inclini al confronto e all’apertura verso ciò che non conosciamo, tuttavia, a mano a mano che sviluppiamo un senso di appartenenza a una precisa identità culturale, tale predisposizione può indebolirsi.

 

Il dialogo e il confronto aiutano a crescere

Nel contesto odierno è fondamentale guardare alle differenze e alle novità come stimoli per migliorare se stessi, la propria capacità di adattamento a situazioni inaspettate e il dialogo. Si tratta di strumenti indispensabili per allargare i propri orizzonti e reinventarsi ogni giorno senza pregiudizi, raggiungendo soddisfazione e felicità!

Scenari sconosciuti come trasferimenti, nuovi lavori o rotture sentimentali possono comportare dei momenti di crisi personale delicati, accompagnati da una lenta trasformazione dei propri valori, delle proprie convinzioni e della propria identità.
Imparare a gestire tali evoluzioni, adattandosi alle circostanze che la vita ci pone davanti, permette di acquisire una mentalità più elastica e aperta.  

 

Stimolare lo sviluppo personale: come cambiare le convinzioni

Robert Dilts, che ha contribuito fin dalle origini ad innovare la Programmazione Neuroliguistica, collaborando con John Grinder e Richard Bandler, ha studiato una tecnica molto efficace per favorire la trasformazione personale.
Questa tecnica si basa sul ciclo naturale di cambiamento delle convinzioni, costituito da 6 fasi:

  1. Voler essere convinti di qualcosa di nuovo, ad esempio, della propria capacità di affrontare una nuova sfida professionale. In questa fase la convinzione è desiderabile;
  2. Diventare aperti alla convinzione, cioè mettere in discussione le idee precedenti e prepararsi ad un processo di evoluzione personale. In questa fase pensiamo che la nuova convinzione sia possibile;
  3. Essere convinti, fase in cui la nuova convinzione inizia a radicarsi nella nostra mente e iniziamo a credere pienamente nelle nostre capacità di raggiungere l’obiettivo. Qui la convinzione diventa appropriata;
  4. Diventare aperti al dubbio, momento in cui la nuova e le vecchie convinzioni vengono confrontate, fino ad abbandonare del tutto queste ultime, che altrimenti ostacolerebbero il nostro percorso di crescita. Ora crediamo che siamo in grado di raggiungere il cambiamento;
  5. Ricordare ciò di cui si era convinti, vedendone tutti i limiti rispetto alla situazione presente e rendendoci conto che il cambiamento sta avvenendo concretamente;
  6. Avere fiducia, cioè la fase finale, quella in cui raggiungiamo una piena fiducia nella nuova convinzione e cominciamo a trarne i vantaggi desiderati. Finalmente vediamo che meritiamo i risultati che volevamo.superare la paura

Per attraversare questo ciclo ogni volta che abbiamo bisogno di essere più efficaci e di risvegliare le nostre doti personali, Robert Dilts suggerisce di seguire questo esercizio con l’aiuto dell’ancoraggio:

  1. State in piedi nello spazio scelto per la fase “essere convinti” e pensate alla nuova convinzione che vorreste acquisire, fino a quando non siete completamente ancorati a questo stato;
  2. Passate nello spazio della fase “aperti alla convinzione” e fate attenzione alle emozioni che provate nel sentirvi meglio predisposti verso di essa, grazie anche all’aiuto di mentori, fino a quando non siete pronti per proseguire;
  3. Affrontate i dubbi e i timori che potrebbero sorgere nello spazio “aperti al dubbio”, valutando se ci sono vecchi elementi che vorreste conservare o se ci sono nuovi elementi che vorreste modificare, finché non sentite che ogni conflitto tra vecchie e nuove convinzioni è risolto;
  4. Spostatevi nello spazio “si era convinti” ed esaminate le differenze tra il vostro vecchio modo di affrontare la situazione e le nuove risorse personali che stanno emergendo in voi, grazie a cui agirete in modo più efficace d’ora in avanti;
  5. Raggiungete lo spazio “fiducia” e abbracciate pienamente il vostro nuovo stato emotivo, in cui vi sentirete più sicuri di voi stessi e pronti al raggiungimento dell’obiettivo.

Questo ciclo di cambiamento delle convinzioni dimostra che non esistono idee e situazioni immutabili nella vita, perché il nostro modo di reagire alle circostanze può essere adattato e potenziato attraverso le giuste strategie.

Aprirci al cambiamento e acquisire una mentalità più elastica può aiutarci tanto nel raggiungimento dei nostri obiettivi personali, quanto nel confronto con gli altri. Ogni situazione può rivelarsi un’occasione di crescita e trasformazione, avvicinandoci sempre più alla persona che vogliamo essere.

 

Per esercitarti personalmente con Robert Dilts in questa e molte altre tecniche che favoriranno il tuo sviluppo personale, clicca qui.

Potrai partecipare a Il Coraggio di Cambiare e incontrare, oltre a Robert Dilts, anche Giorgio Nardone e Jeffrey Zeig, esperti internazionali di Terapia Breve Strategica e Ipnosi Ericksoniana.

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