Come essere Persuasivi: le tecniche del Dialogo Strategico

Se ripensiamo alle situazioni che viviamo ogni giorno, ci accorgeremo che le nostre reazioni alle stesse circostanze sono cambiate nel tempo.

Sul lavoro, magari, le riunioni che un tempo ci spaventavano ora non sono più un problema; durante le cene tra amici, invece, se qualche anno fa la presenza di sconosciuti ci intimidiva, ora la consideriamo una felice opportunità di incontrare persone con cui condividere le nostre passioni.

Certo, crescendo si fanno esperienze e si matura, tuttavia questo sviluppo non è scontato: anche la capacità di lavorare su di sé e migliorarsi continuamente va acquisita e stimolata. In questo modo le nostre azioni e reazioni agli eventi diventeranno ogni giorno più efficaci e ci aiuteranno a stare sempre meglio, sia con noi stessi che con gli altri.

Per raggiungere questo obiettivo tanto importante per il nostro benessere, possiamo intervenire su più fronti, tra cui il linguaggio che usiamo quotidianamente. Infatti:

“La realtà è il frutto del linguaggio che usiamo per descriverla.”
Ludwig Wittgenstein

Le parole con cui le persone descrivono, interpretano ed elaborano le situazioni permette loro di affrontarle con maggiore o minore successo: ecco perché, se pensiamo ad alcuni avvenimenti che ci hanno cambiato, ci accorgeremo che oggi non solo li vediamo con occhi diversi ma, nel parlarne, usiamo anche parole, espressioni e un tono di voce del tutto nuovi.

 

Il linguaggio della Persuasione

Non tutti sono consapevoli di quanto il linguaggio possa determinare sia i nostri rapporti interpersonali che quello con noi stessi, oltre che il modo con cui gestiamo la quotidianità.

In particolare, lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone vede nel linguaggio persuasorio lo strumento più potente per superare i conflitti e creare sintonia, andando ad agire sia sulla nostra mente che sulla nostra emotività.

migliorare le relazioni

 

Questo tipo di comunicazione stimola l’empatia, la reciproca comprensione, il confronto e, di conseguenza, la nostra crescita personale. Tutto ciò è possibile perché la persuasione non si avvale solo del linguaggio indicativo, con istruzioni, informazioni e spiegazioni, ma anche del linguaggio performativo, evocando sensazioni capaci di cambiare le modalità con cui interpretiamo il mondo.

Le ricerche di Nardone sulla persuasione e sulla pragmatica della comunicazione l’hanno portato a sviluppare una forma di comunicazione avanzata, che applica delle specifiche strategie ad ogni aspetto della comunicazione, sia verbale che non verbale: il Dialogo Strategico.

 

Gli strumenti del Dialogo Strategico: comunicazione verbale

Le principali strategie di comunicazione verbale usate nel Dialogo Strategico sono 3:

  1. Ingiungere, cioè usare un linguaggio che esorti l’altro a fare delle esperienze che possano cambiare la sua opinione, il suo punto di vista.
    Non si tratta di imposizioni o ordini, bensì di una comunicazione suggestiva e persuasiva, che evochi nelle persone la sensazione di poter fare qualcosa di completamente diverso da ciò a cui sono abituate, superando i propri limiti.
    Un esempio ne è la massima di Gandhi “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, che non impone nulla a chi ascolta, ma lo esorta ad azioni nuove e a migliorare se stesso.
  2. Evocare, cioè usare un linguaggio che, attraverso analogie ed immagini, aiuti a proiettarsi in situazioni concrete.
    Non occorre pensare a nulla di troppo complesso: anche la semplicissima frase “ho dormito come un bambino” assolve a pieno a questa tecnica del Dialogo Strategico, con un’immagine che evoca in chi ascolta una chiara esperienza. Un altro esempio è la frase di Fernando Pessoa: “porto addosso tutte le ferite delle battaglie che ho evitato”, grazie a cui un concetto astratto come il rinunciare evoca i contorni concreti di ferite che danneggiano, per primi, noi stessi.
    Evocare permette di trasmettere un messaggio specifico senza scambio di informazioni, persuadendo gli altri ad agire in un determinato modo.
  3. Ristrutturare, cioè cambiare la struttura e la sequenza delle parole usate da una persona per offrirle dei punti di vista diversi senza modificare il contenuto del suo discorso, in maniera indiretta.
    Per ristrutturare si possono usare parafrasi, domande strategiche che guidino l’interlocutore in una certa direzione, narrazioni, aforismi suggestivi.
    Ad esempio, per ristrutturare il comportamento iperprotettivo di due genitori si potrebbe usare l’aforisma di Oscar Wilde: “con le migliori intenzioni si producono gli effetti peggiori”. Immediatamente i due genitori avrebbero una percezione diversa del proprio atteggiamento, e questo li porterebbe a cambiare spontaneamente.

Gli strumenti del Dialogo Strategico: comunicazione non verbale

Il Dialogo Strategico si avvale anche di chiare strategie di comunicazione non verbale:

  • musicalità delle parole e modulazione della voce: Nardone spiega che, ai fini della persuasione, le emozioni suscitate da un messaggio sono importanti tanto quanto il contenuto. Per questo motivo è fondamentale l’uso di un linguaggio musicale e armonico, che faccia largo uso di assonanze e dissonanze.
    Nardone porta come esempio la frase “ognuno costruisce ciò che poi subisce” che, attraverso l’assonanza dei suoni, invita a riflettere sul contenuto del messaggio.
    A seconda della sensazione da evocare, si dovranno prediligere alcuni suoi su altri, così come modulare le pause, il tono e il volume della voce, in modo da affascinare chi ascolta. Inoltre, la modulazione della voce rende la comunicazione più viva: pensate alle conferenze in cui gli speaker usano sempre lo stesso tono, ritmo e volume di voce, perdendo in fretta l’attenzione del pubblico. Questo è proprio quello che va evitato se vogliamo persuadere gli altri ed entrare in sintonia con loro.
    sguardo
  • sguardo e mimica: secondo alcuni studi, per fare una buona prima impressione sugli altri abbiamo circa 30 secondi, giusto il tempo necessario per salutare, dire il nostro nome e poco altro.
    Perciò lo sguardo e la mimica sono necessari per evocare le giuste sensazioni: mantenere il contatto visivo aiuta a instaurare empatia e suscitare simpatia, mentre guardare qualcuno in modo troppo insistente potrebbe metterlo a disagio e incrinare la sintonia.
    Lo stesso vale per le espressioni del viso: una mimica forzata e innaturale suscita diffidenza, invece un sorriso rilassato trasmette un senso di accoglienza e comprensione.
  • postura e movimenti: una delle strategie più efficaci per stabilire una connessione con gli altri è rispecchiare le loro posture e i loro movimenti, sempre in modo naturale.
    Ad esempio, inclinare la testa dallo stesso lato del nostro interlocutore o incrociare le gambe nella stessa direzione, inconsciamente, ci aiuta a stabilire un rapporto, a prescindere dal contenuto del discorso.
    Anche la distanza può aumentare la sintonia, ma attenzione: se siamo troppo vicini rischiamo di creare disagio, se siamo troppo distanti trasmetteremo una sensazione di distacco. Sta a noi capire, di volta in volta, la giusta misura.

 

Le strategie e le tecniche del Dialogo Strategico definite da Giorgio Nardone, tuttavia, non si esauriscono in questi punti.

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Chiedere o non chiedere? Come Collaborare per Vivere Meglio

È risaputo che proverbi e detti popolari racchiudano una conoscenza tanto antica da perdersi nel tempo ma sempre attuale, perché basata su esperienze comuni; per questo, a volte, ci stupiamo di quanto riescano ad esprimere ciò che proviamo. Un esempio ne è il proverbio:

“il dare è onore, il chiedere è dolore.”

Questa massima dichiara in modo semplice e diretto una verità vissuta da tutti, cioè la difficoltà che incontriamo nel chiedere qualcosa a qualcuno. Tale sensazione non ci impedisce effettivamente di fare delle richieste, però ci porta a prevedere tutte le possibili obiezioni dell’altra persona, in modo da valutare le mosse migliori in caso di rifiuto.

Pensiamo, ad esempio, a quando vorremmo chiedere un permesso, un aumento o un cambio di orario a lavoro, oppure a quando avremmo bisogno di qualcuno che curi il nostro animale domestico mentre noi siamo lontani da casa per alcuni giorni, o ancora a quando siamo troppo stanchi per sbrigare le faccende domestiche e speriamo che il partner se ne sia già occupato.

Altri esempi, in cui la difficoltà a chiedere potrebbe essere ancora maggiore, sono quei momenti in cui vorremmo che i nostri amici ci stessero più vicini, o quando avremmo bisogno di un consiglio da un collega più esperto di noi, o ancora quando ci sembra di non riuscire a risolvere i problemi di comunicazione con i nostri figli.

Si tratta di situazioni che tutti vivono nella quotidianità, eppure chiedere aiuto o assistenza ci sembra, nella maggior parte dei casi, sconveniente. Perché?

chiedere

 

La Paura di Chiedere

Se, finché siamo piccoli e dipendiamo dalla nostra famiglia, chiedere è un atto spontaneo, l’unico che ci permetta di soddisfare i nostri bisogni, crescendo impariamo che chiedere ci rende vulnerabili, perché significa riconoscere la superiorità di qualcun altro. Inoltre, la possibilità di scontrarci con un rifiuto mina la nostra autostima, motivo in più per chiedere il meno possibile.

Una volta adulti “forti e indipendenti”, chiedere diventa un’azione da limitare solo a circostanze di estrema necessità e, quando non possiamo proprio evitarla, cerchiamo sempre di ottenere una risposta positiva. Infatti, in caso contrario, ci sentiremmo sminuiti.

Questa, tuttavia, è una concezione sbagliata del chiedere, che la rende più simile a un pretendere: ho bisogno di questo e tu sei tenuto a provvedere.
Nel chiedere, invece, entrano in gioco la fiducia nell’altro, il rispetto della sua libertà e volontà ad assisterci o meno e, soprattutto, la nostra considerazione di noi stessi come persone meritevoli, a prescindere dal riscontro che riceveremo.

In questo senso, chiedere non ha nulla a che fare con il convincere: per chiedere liberamente dobbiamo prima di tutto creare rapporti sereni con gli altri e con noi stessi attraverso tecniche che stimolino il “venirsi incontro” spontaneo, la collaborazione volontaria tra le persone. Proprio quello che ci permette di fare la persuasione.

 

Manipolare, convincere, persuadere

Della distinzione tra manipolare, convincere e persuadere parla anche lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone, esponente di spicco della Scuola di Palo Alto, che a partire dagli anni Ottanta ha studiato la pragmatica della comunicazione umana in stretta collaborazione con Paul Watzlawick, autore di uno dei testi più importanti in questo campo.

Vediamone insieme le differenze:

  • Manipolare significa costringere qualcuno a compiere certe azioni e ad assumere precise opinioni. La manipolazione implica la distorsione delle informazioni, come accade nei regimi totalitari che, ad esempio, filtrano l’accesso ad alcuni siti web ritenuti pericolosi per il pubblico consenso. Inoltre, chi manipola vuole soggiogare l’altro alla propria volontà, e per farlo lo obbliga a compiere rituali appositamente studiati che incanalino i suoi pensieri in una determinata direzione. È il caso, ad esempio, delle sette religiose o di organizzazioni estremiste di vario genere.
  • Convincere viene dal latino cum-vincere e significa vincere sugli altri in virtù della ragione. Chi vuole convincere qualcuno lo fa portando più argomentazioni possibili a proprio sostegno, affidandosi a dati, statistiche, ricerche. A questo si accompagna un linguaggio diretto, oggettivo e privo di artifici retorici. Questa forma di comunicazione si incontra, ad esempio, in convegni, riviste scientifiche, nella didattica e nelle istituzioni.
    Chi convince è certo che la propria tesi sia quella giusta e porta dimostrazioni a suo favore, pensando che questo sia sufficiente a trovare sostenitori. Chi convince non è interessato a discutere e confrontarsi con l’altro: il suo unico scopo è quello di diffondere la propria posizione in forza della razionalità.convincere
  • Persuadere, etimologicamente, significa condurre soavemente a sé. La caratteristica principale di questa forma di comunicazione non sta nel contrapporre una tesi ad un’altra, come nel convincere, bensì nel portare il proprio interlocutore a cambiare spontaneamente la propria opinione, come se fosse una sua decisione volontaria e non indotta da qualcun altro, senza forzature né inganni di alcun genere.

Vediamo, quindi, che la persuasione è agli antipodi della manipolazione, nonostante il pregiudizio diffuso che persuadere significhi “abbindolare”: chi persuade non distorce alcuna informazione né obbliga nessuno a fare nulla, bensì usa le stesse modalità di espressione e parte dallo stesso punto di vista del proprio interlocutore per ampliarne naturalmente lo sguardo su opzioni che non aveva ancora considerato.
Nel fare questo, usa delle tecniche specifiche che coinvolgano tanto la ragione, quanto le emozioni.

In questo modo, la persuasione stimola gli altri a collaborare con noi, aiuta a superare i conflitti quotidiani, crea maggior sintonia e pone le basi per relazioni serene nella vita privata e accordi duraturi nel lavoro.

 

Nel corso delle sue ricerche, Nardone ha sviluppato un modello avanzato di comunicazione che unisce l’antica arte della persuasione con il moderno Problem Solving strategico e con le più recenti scoperte delle neuroscienze: il Dialogo Strategico.

Le tecniche e le strategie di questo modello possono essere applicate non solo ai rapporti interpersonali, ma anche per comprendere meglio noi stessi e per raggiungere più facilmente i nostri obiettivi. Infatti, i metodi del Dialogo Strategico intervengono sul modo in cui percepiamo e intendiamo la realtà che ci circonda, rendendo le nostre reazioni e le nostre decisioni più efficaci in tutte le situazioni quotidiane.

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Come Risolvere i Problemi (anche i più complessi) in 7 passi

Tutti noi, nella nostra vita quotidiana, siamo alle prese con difficoltà più o meno grandi.

Qualcuno forse si ritrova a gestire alcune tensioni sul posto di lavoro; altri, magari, vorrebbero capire come migliorare i propri rapporti familiari, o quale sia il modo più rapido per raggiungere un obiettivo personale.

Qualunque sia il problema che vorremmo superare in questo momento della nostra vita, quel che è certo è che tutti abbiamo bisogno di trovare soluzioni semplici anche ai problemi più complessi, per non lasciare che questi ci impediscano di vivere in modo sereno, ostacolando la nostra crescita.

Il Problem Solving Strategico® e il Dialogo Strategico, sviluppati dallo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone, rappresentano tecniche avanzate che ci aiutano a risolvere in modo efficace anche le situazioni più complicate, davanti a cui, a volte, rischiamo di bloccarci.

 

Per fare questo, Nardone suggerisce di utilizzare degli autoinganni strategici che ci spingano oltre le solite forme di ragionamento e i soliti tentativi ripetuti, consentendo alle risorse della nostra mente di emergere e di esprimere a pieno la nostra creatività.

Infatti, quando ci troviamo di fronte a una difficoltà – sia essa personale, relazionale o professionale – di solito utilizziamo qualche strategia già sperimentata con successo in passato.

Se la strategia scelta funziona, la difficoltà si risolve in breve tempo.

Se, invece, la nostra strategia non funziona come ci saremmo aspettati, continuiamo ad insistere, complicando ulteriormente la situazione iniziale. Così facendo, le tentate soluzioni messe in atto finiscono per alimentare il problema.

Per impedire che ciò accada, bisogna rompere questo circolo vizioso lavorando su come funziona il problema piuttosto che sul perché esiste, sulla ricerca delle soluzioni piuttosto che delle cause.
In questo modo, il nostro punto di osservazione si sposta verso una prospettiva più elastica e funzionale, con maggiori possibilità di scelta.

 

Ecco i 7 passi da seguire secondo Giorgio Nardone.

 

1. Definire il problema concretamente

L’accento va posto su come il problema si presenta ora, in questo preciso momento, e su come funziona. Chiediamoci: cos’è effettivamente il problema? Chi ne è coinvolto? Dove si verifica? Quando appare? Come funziona?

In questa fase è utile anche immaginare come potrebbero percepire il problema altre persone che conosciamo bene, assumendo il loro punto di vista. Ciò apre la strada ad una percezione diversa e più ampia, dando al problema delle nuove prospettive.

 

2. Stabilire l’obiettivo

Una volta definito il problema, il passo successivo è quello di stabilire concretamente i cambiamenti che, una volta realizzati, risolveranno il problema. In questo modo avremo chiaro davanti a noi l’obiettivo e la realtà concreta che vogliamo raggiungere.
Chiediamoci: cosa è necessario toccare, vedere, sentire e provare affinché si possa dire effettivamente che il problema è risolto.

 

3. Valutare tutte le soluzioni fallimentari tentate fino ad ora

L’analisi di tutte le soluzioni tentate finora per risolvere il problema senza successo non è casuale. Cos’è, infatti, che mantiene alimentato un problema se non il suo tentativo fallimentare di combatterlo?
Detto in altri termini, sono proprio le tentate soluzioni che mettiamo in atto ripetutamente ad alimentare il problema che vorremmo risolvere.

Concentrando l’attenzione su questi aspetti, capiremo cosa non fare e cercheremo soluzioni alternative.

 

4. La tecnica del come peggiorare

Questa tecnica consiste nel rispondere alla domanda: se volessi peggiorare ulteriormente la situazione invece di migliorarla, come potrei fare? Questo quesito gioca un ruolo importantissimo nella risoluzione, in quanto ha l’effetto di creare un’avversione verso tutte le possibili azioni fallimentari compiute in precedenza, aumentando la nostra motivazione al cambiamento.

 

5. La tecnica dello scenario oltre il problema

Grazie a questa tecnica possiamo immaginare nei dettagli lo scenario che si presenterebbe al di là del problema, una volta che questo sarà pienamente risolto o una volta che il nostro obiettivo sarà raggiunto. Dobbiamo visualizzare quali sarebbero tutte le caratteristiche della situazione ideale che si presenterà dopo aver realizzato il cambiamento strategico.

In questa fase l’immaginazione viene lasciata libera di costruire lo scenario, per poi selezionare gli aspetti realizzabili concretamente in seguito.

 

6. La tecnica dello scalatore o dei piccoli passi

La successiva cosa da fare è concentrarsi sempre sul più piccolo cambiamento da realizzare, proseguendo per piccoli passi.

Questa tecnica è definita “dello scalatore” perché segue il ragionamento di uno scalatore che vuole raggiungere la vetta: invece di studiare il percorso partendo dalla base della montagna, lo scalatore parte dalla vetta e procede a ritroso fino al punto di partenza. Questo serve per evitare percorsi fuorvianti rispetto all’obiettivo da raggiungere.

raggiungere gli obiettivi

 

7. Aggiustare progressivamente il tiro

Se il problema fosse complesso al punto da richiedere un insieme di soluzioni in sequenza, è fondamentale non affrontare insieme tutti i problemi e iniziare, invece, da quello più accessibile sul momento. Una volta risolto il primo, si passerà al secondo e così via.

Sarà così possibile aggiustare progressivamente il tiro, tenendo sempre bene a mente dove si vuole arrivare in concreto e agendo in modo dinamico per far fronte a tutti i cambiamenti che si potrebbero presentare lungo il percorso, fino a giungere alla soluzione stabilita.

 

Questi sono i 7 passi del Problem Solving Strategico® di Giorgio Nardone, attraverso cui possiamo trovare, in tempi brevi, soluzioni alle difficoltà che ognuno di noi affronta in ogni ambito della propria vita, sia personale che privata.

Oltre a questi 7 step, Nardone ha sviluppato anche una serie di tecniche avanzate di Dialogo Strategico per adattare la nostra comunicazione a diverse situazioni, così da entrare facilmente in sintonia con gli altri e superare velocemente i conflitti quotidiani, migliorando la qualità delle nostre relazioni.

 

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Come Cambiare in tempi brevi: il Dialogo Strategico di Giorgio Nardone

L’interazione è una costante della nostra vita che accompagna ogni nostra azione e decisione, dalla più piccola alla più importante. Per interazione non si intende solo lo scambio di informazioni tra noi e gli altri, ma pure il dialogo interiore che, ad ogni istante, abbiamo con noi stessi.

Pensiamo, ad esempio, a tutte le volte che la collaborazione con i colleghi è fondamentale per concludere un progetto di lavoro, o a tutte le volte che dobbiamo gestire le obiezioni dei clienti in modo costruttivo per trasformare le loro critiche in spunti per crescere e migliorare.

Il modo in cui ci rapportiamo con gli altri non determina solo le nostre relazioni professionali, ma anche la nostra vita privata: è il caso dei normali conflitti quotidiani che possono sorgere tra genitori e figli, o delle piccole incomprensioni all’interno della coppia, o ancora dei dubbi su noi stessi e sulle nostre capacità che, a volte, ci frenano, ponendo dei limiti al nostro desiderio di cambiamento.

Uno degli errori più comuni sta nel ritenere che la realtà circostante non dipenda da noi. Questo è vero solo in parte: infatti, anche se non possiamo controllare il mondo esterno, possiamo cambiare la nostra percezione di esso e di tutto ciò che ne fa parte, comprese le nostre interazioni con gli altri e con noi stessi.

Questo è proprio uno degli obiettivi del Dialogo Strategico ideato da Giorgio Nardone, psicologo e psicoterapeuta, fondatore insieme a Paul Watzlawick del Centro di Terapia Strategica di Arezzo.

 

Il Dialogo Strategico

Il Dialogo Strategico si fonda sul principio del “conoscere cambiando”: se la terapia tradizionale sostiene che, per raggiungere nuovi traguardi, bisogna prima analizzare i propri comportamenti, indagarne le cause, capire perché il nostro modo di agire e di pensare non è il più efficace a raggiungere i nostri scopi, l’approccio strategico di Nardone è molto più pragmatico.

Questo metodo non è incentrato sulla spiegazione logica di un problema e sulle istruzioni da seguire per risolverlo, bensì su una serie di tecniche che permettono a ciascuno di noi di vivere, fin da subito, nuove esperienze, cambiando già dal primo momento la nostra percezione delle difficoltà.
In questo modo, il Dialogo Strategico ci accompagna lungo un percorso di conoscenza esperienziale, durante cui, passo dopo passo, facciamo luce sui meccanismi che compongono i problemi, proprio mentre scopriamo anche la loro soluzione.

soluzione

 

Le tentate soluzioni ripetute

Questo è possibile perché il Dialogo Strategico agisce direttamente su quelle che Nardone definisce tentate soluzioni ripetute, cioè le azioni e i comportamenti che siamo abituati a replicare in varie situazioni, anche se non sono quelli più funzionali.

Ciò avviene perché la nostra mente tende naturalmente a ritenere corretto quello che in passato ci ha permesso di raggiungere un obiettivo o superare un ostacolo.
In realtà, per quanto due situazioni possano essere simili, non saranno mai identiche tra loro, perciò è necessario adattare continuamente le nostre azioni e i nostri pensieri alle diverse condizioni che affrontiamo nel corso della vita.

Il Dialogo Strategico, attraverso le sue tecniche innovative, ci permette proprio di percepire direttamente la disfunzionalità di cui eravamo inconsapevoli fino ad un attimo prima, stimolandoci automaticamente a correggere i nostri comportamenti abituali con altri più adatti al nuovo contesto.

Ecco perché il Dialogo Strategico è una delle forme di comunicazione più avanzate ed efficaci sia per conoscere meglio noi stessi, che per migliorare i nostri rapporti con gli altri!

 

Giorgio Nardone, con le proprie ricerche nell’ambito della Terapia Breve Strategica, ha sviluppato dei protocolli specifici per il trattamento di particolari patologie e disturbi (tra cui, ad esempio, fobie, ossessioni, disturbi alimentari). Inoltre, il Dialogo Strategico è molto efficace anche in ambito sportivo e in situazioni quotidiane, aiutando tutti noi a raggiungere una maggior consapevolezza di noi stessi, delle nostre risorse e a sviluppare le nostre capacità sia in ambito personale che professionale.

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Come superare la paura dell’ignoto

Domenica 21 maggio si celebra la Giornata mondiale della diversità culturale, istituita allo scopo di promuovere il dialogo tra culture, popoli e nazioni, nel rispetto della diversità e dell’unicità di ciascuno.

Anche noi italiani veniamo a contatto ogni giorno con la diversità culturale: il nostro Paese è conosciuto in tutto il mondo per la ricchezza di usi, costumi e tradizioni che cambiano non solo tra regioni, ma anche da paese a paese.

Nonostante ciò, non sempre tale ricchezza viene percepita come un punto di forza, anzi, per alcuni rappresenta quasi una minaccia: chi è diverso da noi può spaventarci, e meno ne sappiamo, più suscita la nostra diffidenza.

Allo stesso modo, anche il futuro e le situazioni inesplorate possono destare in noi una certa preoccupazione. Il meccanismo è lo stesso: tendiamo ad allontanarci da ciò che non conosciamo piuttosto che cogliere le possibilità di arricchire le nostre esperienze.

 

La paura del diverso e dell’ignoto

Simili timori sono controproducenti per la nostra serenità e per le nostre relazioni.

Ricordiamoci che viviamo in una società multietnica e globalizzata, in cui le distanze sono sempre più brevi e i confini nazionali sempre meno netti: nascere in uno Stato, vivere in un altro e viaggiare da un punto all’altro del mondo è all’ordine del giorno.
Il dialogo e la cooperazione diventano quindi fondamentali sia per arricchire la nostra identità e la nostra vita personale, che per lo sviluppo della società nel suo complesso.

paura dell'ignoto

 

Uno studio condotto dalla Ucla su un gruppo di bambini ha rivelato che la paura del diverso e dell’ignoto non è innata nell’uomo, perché le differenze non li spaventano.
Questo dimostra che siamo naturalmente inclini al confronto e all’apertura verso ciò che non conosciamo, tuttavia, a mano a mano che sviluppiamo un senso di appartenenza a una precisa identità culturale, tale predisposizione può indebolirsi.

 

Il dialogo e il confronto aiutano a crescere

Nel contesto odierno è fondamentale guardare alle differenze e alle novità come stimoli per migliorare se stessi, la propria capacità di adattamento a situazioni inaspettate e il dialogo. Si tratta di strumenti indispensabili per allargare i propri orizzonti e reinventarsi ogni giorno senza pregiudizi, raggiungendo soddisfazione e felicità!

Scenari sconosciuti come trasferimenti, nuovi lavori o rotture sentimentali possono comportare dei momenti di crisi personale delicati, accompagnati da una lenta trasformazione dei propri valori, delle proprie convinzioni e della propria identità.
Imparare a gestire tali evoluzioni, adattandosi alle circostanze che la vita ci pone davanti, permette di acquisire una mentalità più elastica e aperta.  

 

Stimolare lo sviluppo personale: come cambiare le convinzioni

Robert Dilts, che ha contribuito fin dalle origini ad innovare la Programmazione Neuroliguistica, collaborando con John Grinder e Richard Bandler, ha studiato una tecnica molto efficace per favorire la trasformazione personale.
Questa tecnica si basa sul ciclo naturale di cambiamento delle convinzioni, costituito da 6 fasi:

  1. Voler essere convinti di qualcosa di nuovo, ad esempio, della propria capacità di affrontare una nuova sfida professionale. In questa fase la convinzione è desiderabile;
  2. Diventare aperti alla convinzione, cioè mettere in discussione le idee precedenti e prepararsi ad un processo di evoluzione personale. In questa fase pensiamo che la nuova convinzione sia possibile;
  3. Essere convinti, fase in cui la nuova convinzione inizia a radicarsi nella nostra mente e iniziamo a credere pienamente nelle nostre capacità di raggiungere l’obiettivo. Qui la convinzione diventa appropriata;
  4. Diventare aperti al dubbio, momento in cui la nuova e le vecchie convinzioni vengono confrontate, fino ad abbandonare del tutto queste ultime, che altrimenti ostacolerebbero il nostro percorso di crescita. Ora crediamo che siamo in grado di raggiungere il cambiamento;
  5. Ricordare ciò di cui si era convinti, vedendone tutti i limiti rispetto alla situazione presente e rendendoci conto che il cambiamento sta avvenendo concretamente;
  6. Avere fiducia, cioè la fase finale, quella in cui raggiungiamo una piena fiducia nella nuova convinzione e cominciamo a trarne i vantaggi desiderati. Finalmente vediamo che meritiamo i risultati che volevamo.superare la paura

Per attraversare questo ciclo ogni volta che abbiamo bisogno di essere più efficaci e di risvegliare le nostre doti personali, Robert Dilts suggerisce di seguire questo esercizio con l’aiuto dell’ancoraggio:

  1. State in piedi nello spazio scelto per la fase “essere convinti” e pensate alla nuova convinzione che vorreste acquisire, fino a quando non siete completamente ancorati a questo stato;
  2. Passate nello spazio della fase “aperti alla convinzione” e fate attenzione alle emozioni che provate nel sentirvi meglio predisposti verso di essa, grazie anche all’aiuto di mentori, fino a quando non siete pronti per proseguire;
  3. Affrontate i dubbi e i timori che potrebbero sorgere nello spazio “aperti al dubbio”, valutando se ci sono vecchi elementi che vorreste conservare o se ci sono nuovi elementi che vorreste modificare, finché non sentite che ogni conflitto tra vecchie e nuove convinzioni è risolto;
  4. Spostatevi nello spazio “si era convinti” ed esaminate le differenze tra il vostro vecchio modo di affrontare la situazione e le nuove risorse personali che stanno emergendo in voi, grazie a cui agirete in modo più efficace d’ora in avanti;
  5. Raggiungete lo spazio “fiducia” e abbracciate pienamente il vostro nuovo stato emotivo, in cui vi sentirete più sicuri di voi stessi e pronti al raggiungimento dell’obiettivo.

Questo ciclo di cambiamento delle convinzioni dimostra che non esistono idee e situazioni immutabili nella vita, perché il nostro modo di reagire alle circostanze può essere adattato e potenziato attraverso le giuste strategie.

Aprirci al cambiamento e acquisire una mentalità più elastica può aiutarci tanto nel raggiungimento dei nostri obiettivi personali, quanto nel confronto con gli altri. Ogni situazione può rivelarsi un’occasione di crescita e trasformazione, avvicinandoci sempre più alla persona che vogliamo essere.

 

Per esercitarti personalmente con Robert Dilts in questa e molte altre tecniche che favoriranno il tuo sviluppo personale, clicca qui.

Potrai partecipare a Il Coraggio di Cambiare e incontrare, oltre a Robert Dilts, anche Giorgio Nardone e Jeffrey Zeig, esperti internazionali di Terapia Breve Strategica e Ipnosi Ericksoniana.

Contattaci subito: restano solo pochi giorni per prendere parte a questo evento unico in Italia!

Il Coraggio di Cambiare - Life Strategies

Ridere è una cosa seria! I benefici di una sana risata

C’è un’azione di cui solo gli esseri umani e pochi altri mammiferi sono capaci, eppure non è nulla di complesso, anzi, è una manifestazione del tutto spontanea. Non si tratta né dell’abilità di compiere complicati calcoli matematici, né di utilizzare avanzate capacità logiche, ma di qualcosa di davvero naturale e istintivo.

Stiamo parlando della risata, una delle prime capacità che sviluppiamo da neonati ma che poi, crescendo, pratichiamo sempre meno: pare che passiamo da 300 risate al giorno quando siamo bambini, ad appena 20 una volta adulti.

 

Ridere è una capacità eccezionale

Solo gli uomini, le grandi scimmie e alcuni pappagalli ridono e si fanno contagiare dalle risate dei propri simili, il che dimostra quanto la risata sia una capacità eccezionale nel senso letterale del termine. Ce ne rendiamo conto ancora meglio se pensiamo che tutte le persone ridono allo stesso modo, a prescindere dalla lingua che parlano e dalla cultura a cui appartengono: ridere è un vero e proprio collante sociale, che oltrepassa ogni confine e costituisce un mezzo di comunicazione comprensibile a tutti.

Ridere giova al nostro spirito e al nostro corpo in molti modi, tanto che una disciplina dello Yoga si basa proprio su tali benefici: si tratta dello Yoga della Risata, in cui esercizi di respirazione tipici dello Yoga vengono combinati ad altri per stimolare la risata senza motivo, per pura giocosità, proprio come avviene nei bambini. Il diffondersi di questa disciplina ha fatto sì che nel 1998 si tenesse la prima Giornata Mondiale della Risata, che ricorre il 4 maggio di ogni anno allo scopo di portare la pace in se stessi attraverso la risata e di diffondere questa stessa pace in tutto il mondo.

neonato ride

 

Perché ridere fa bene

Ecco alcuni fattori psicologici e fisiologici che ridere aiuta a migliorare:

  • Ridere rafforza i legami affettivi

La risata è un’emozione sociale: ecco perché ridiamo di più quando siamo in compagnia e le risate altrui ci contagiano già dal suono, ed ecco anche spiegato il ruolo (scientificamente provato) della risata nel corteggiamento.

Lo vediamo nella nostra vita di tutti i giorni: preferiamo condividere il tempo con chi ride insieme a noi e con chi ci fa ridere, scegliendo le nostre amicizie e il nostro partner anche in base a questo. La risata si accompagna a divertimento, condivisione, serenità, benessere: perciò le risate forzate sono difficili da nascondere, a meno che non si sia dei bravi attori. Quindi, più ci lasciamo andare e siamo propensi a ridere con gli altri, più i nostri rapporti interpersonali migliorano.

  • Ridere fa bene alla circolazione sanguigna

Quando ridiamo i nostri vasi sanguigni si dilatano, favorendo la circolazione del sangue e, di conseguenza, limitando il rischio di problemi cardiovascolari. Ridere abbassa la pressione e il livello degli ormoni dello stress, mentre aumenta quello degli anticorpi e di ormoni positivi come le endorfine. La famosa clownterapia si basa proprio sulla capacità di migliorare le nostre condizioni fisiologiche e di stimolare la risposta del nostro corpo alle cure mediche grazie a un umore più positivo e allegro, da ottenere anche attraverso la risata.

  • Ridere combatte paura e tensioni

Un chiaro esempio di questo effetto è dato dalle vignette umoristiche, che, oltre a mettere in luce limiti e contraddizioni della contemporaneità, combattono la paura e allentano le tensioni sociali e politiche, suscitando il riso anche in condizioni che non lo favoriscono. Ecco perché i bravi leader sono dotati anche di umorismo, qualità che rende più facile la gestione di situazioni critiche e stressanti, oltre ad aiutare le negoziazioni.

  • Ridere aumenta la resilienza

La resilienza può essere definita come lo sviluppo di risorse, nuovi obiettivi e fiducia in se stessi grazie a cui superare le sfide della vita e uscirne più forti e consapevoli. È quindi un elemento che favorisce la crescita personale, l’evoluzione e la trasformazione delle proprie capacità, non una semplice resistenza alle difficoltà della vita, come spesso si crede.

La risata e l’umorismo sono fattori importanti per stimolare la resilienza: ridere permette di ristabilire il corretto equilibrio nelle situazioni su cui concentriamo troppe attenzioni, suscitando in noi ansia e insicurezza. Quando ci sentiamo sovrastati dalle circostanze, trovare il modo di sfogare le preoccupazioni in una risata fragorosa alleggerisce emozioni e pensieri, ridandoci la giusta prospettiva.

La risata, ricaricando le nostre energie psicologiche ed emotive, ci aiuta ad essere creativi e a pensare fuori dagli schemi, il che ci permette di volgere lo sguardo verso opportunità che, magari, avevamo sottovalutato. Inoltre, l’umorismo ci aiuta a sorridere dei limiti nostri ed altrui, accettandoli con tolleranza e combattendo la tendenza controproducente al perfezionismo.

ridere fa bene

 

Esercizio del “filtro per ridere”

Richard Bandler, uno dei padri della Programmazione Neurolinguistica, ha detto:

 

“Se possiamo ridere di una cosa, possiamo anche cambiarla.”

 

Ecco perché esercitare il più possibile l’umorismo e allenarci all’ ”arte della risata” può aiutarci ad affrontare le situazioni in modo più efficace, con un maggior controllo delle nostre emozioni, reazioni e, soprattutto, con una miglior gestione dello stress di fronte alle difficoltà.

Ecco un esercizio suggerito proprio da Bandler per affrontare ogni circostanza con un sorriso:

  1. scriviamo su un foglio un problema o una difficoltà che abbiamo in questo momento;
  2. analizziamo quello che abbiamo scritto e chiediamoci: come lo descriverebbe un comico in uno sketch? Quali aspetti esagererebbe per rendere buffa la situazione? Proviamo ad immaginarlo;
  3. se quel comico dovesse imitare se stesso alle prese con quel problema, cosa farebbe e cosa direbbe? In che modo si renderebbe divertente agli occhi degli altri?

Questo esercizio, chiamato “filtro per ridere”, ci aiuta a guardare le situazioni che ci preoccupano con occhi più indulgenti e di rintracciare (o creare) aspetti divertenti anche laddove questi non sono subito evidenti. Così impareremo a ridere di noi stessi prima che degli altri, e potremo sfruttare quest’abilità per adattarci meglio ai cambiamenti e per combattere la paura di non riuscire a causa di aspettative troppo alte.

 

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Due giornate in cui potrai conoscere personalmente non solo Robert Dilts, che ha collaborato con Bandler contribuendo allo sviluppo della PNL e diventandone uno dei massimi specialisti in tutto il mondo, ma anche Giorgio Nardone e Jeffrey Zeig, esperti di fama mondiale di Terapia Breve Strategica e Ipnosi Ericksoniana.

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John Whitmore: il Coaching dalla teoria alla pratica

“Quelli che vogliono vincere vincono, quelli che hanno paura di perdere perdono: tendiamo a conseguire ciò su cui ci concentriamo.”
John Whitmore

 

Questa è una delle citazioni che ben rappresenta il pensiero che ha guidato il lavoro e la vita di John Whitmore, uno dei più importanti coach ed esperti di formazione a livello mondiale, riconosciuto come il Numero Uno del Business Coaching dal quotidiano The Independent e nominato, per la sua autorevolezza e il suo impegno alla diffusione del coaching nel mondo, Presidente della International Coach Federation.

 

In linea con questo spirito, negli anni Whitmore ha saputo dare spazio ad attività molto diverse, senza mai porre limiti al proprio potenziale né farsi spaventare da pregiudizi o timori riguardo le proprie possibilità di cambiamento e sviluppo personale.

Lo dimostrano i grandi traguardi da lui raggiunti in vari ambiti, apparentemente discordanti tra loro.
I primi successi, infatti, arrivarono nelle gare automobilistiche, con la vittoria del torneo European Touring Car Championship nel 1965. Ritiratosi dalle corse nel 1966, iniziò a dedicarsi alla formazione, arrivando a fondare Performance Consultants International, la prima società specializzata in Business Coaching.

Le sue conoscenze ed esperienze come coach sono raccolte nei vari libri da lui scritti, tra cui Coaching, il testo che ha maggiormente favorito lo sviluppo del coaching come strumento per promuovere l’atteggiamento e la mentalità più efficaci a raggiungere migliori traguardi nel lavoro e nella vita personale.

 

Whitmore è stato una figura di primaria importanza per tutto l’universo della formazione. Tra i suoi meriti vi è anche quello di aver contribuito ad ideare, negli anni Ottanta, il cosiddetto metodo G.R.O.W. , acronimo di
GOAL – REALITY – OPTIONS – WILL.

crescita personale coaching

 

Questo metodo aiuta a rintracciare dentro di sé le risorse utili al raggiungimento dei propri obiettivi, fornendo le strategie e le tecniche per diventarne consapevoli, farle emergere, svilupparle al massimo e poi applicarle alle proprie attività quotidiane, in modo da ottenere gli scopi desiderati.
Per riuscire in questo processo, il metodo G.R.O.W. segue i 4 passaggi seguenti, durante cui porsi domande specifiche per definire la strategia più adatta a sé e alle proprie necessità:

 

  1. Goal: stabilire i propri obiettivi

Le domande da porsi sono:

  • quali obiettivi voglio raggiungere, sia nel breve che nel lungo termine?
  • qual è il primo passo che dovrei fare per raggiungerli?
  1. Reality: analizzare la propria situazione allo stato attuale, per diventarne consapevoli

Le domande da porsi sono:

  • in che situazione mi trovo?
  • chi è coinvolto?
  • chi o che cosa la influenza?
  • posso controllarla o agire su di essa? In che misura?
  1. Options: individuare ostacoli, opzioni e strategie per raggiungere gli obiettivi.

Le domande da porsi sono:

  • quali azioni ho già messo in atto per ottenere i miei scopi?
  • quali possibilità, soluzioni, opportunità mi offre la situazione in cui mi trovo?
  • riesco a immaginare altre opzioni a mia disposizione?
  • quali di queste opzioni sono le più efficaci ed efficienti in termini di rapporto costo/beneficio?
  1. Will: delineare la strada che porterà agli obiettivi, stabilendo cosa fare, quando farlo e come sviluppare la propria motivazione.

Le domande da porsi sono:

  • posso raggiungere gli obiettivi? Attraverso quali azioni?
  • in quali tempi?
  • quali sono le risorse e le capacità che mi permetteranno di farlo?

 

Questo metodo può essere applicato con brillanti risultati tanto ad obiettivi strettamente professionali, quanto per stimolare dei reali cambiamenti personali.

Si tratta, infatti, di istruzioni che possono apportare benefici ad ogni ambito della nostra vita attraverso lo sviluppo di doti come la flessibilità, il controllo delle emozioni, la leadership, la cooperazione, l’organizzazione, la gestione del tempo e dello stress, il superamento di convinzioni e paure che limitano le nostre decisioni e le nostre azioni.

Tutti elementi che incidono sia sulle nostre performance di lavoro, che sul nostro modo di rapportarci agli altri e di reagire alle varie situazioni quotidiane: i metodi di coaching come questo, agendo su tali fattori, possono favorire atteggiamenti propositivi e la trasformazione delle difficoltà in opportunità di crescita.

Questo stesso pensiero si ritrova anche in un breve video, realizzato da Nic Askew, in cui John Whitmore parla della felicità, del coraggio di seguire la propria strada senza farsi condizionare dalle aspettative altrui, dell’importanza di ascoltare se stessi liberi da pregiudizi, del superamento dei propri limiti attraverso la ricerca delle risposte che ognuno ha già dentro di sé:

 

 

John Whitmore, con il proprio esempio e le brillanti esperienze di cui è stato protagonista, mostra chiaramente che intraprendere un percorso di coaching può aprire a nuove prospettive sulle sfide e sulle opportunità quotidiane, potenziare le proprie capacità di decisione, rafforzare l’efficacia e il valore delle relazioni interpersonali, aumentare la propria fiducia nel raggiungimento di ogni obiettivo professionale e individuale.

 

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3 soluzioni antistress per vivere più sereni

A tutti fa piacere staccare dagli impegni quotidiani e dalle questioni di lavoro per godersi un po’ di meritato relax, ma non dimentichiamo che anche queste pause possono avere un rovescio della medaglia: se, da un lato, ci permettono di ricaricarci e riposare mente e corpo, buttandoci alle spalle stress e preoccupazioni, dall’altro, quando torniamo alla quotidianità, corriamo il rischio di accelerare ulteriormente i ritmi di vita già pressanti pur di recuperare il tempo trascorso a “far nulla”. Quando ciò accade, si tende a perdere velocemente la calma e la serenità recuperate durante il periodo di riposo.

Certo, a tutti piacerebbe alzarsi la mattina con tranquillità e fare una bella passeggiata o un po’ di sport all’aria aperta prima di iniziare il vero e proprio tran tran di ogni giorno, piuttosto che ritrovarsi subito a rincorrere i propri doveri. Nel caso in cui ciò non sia possibile, non bisogna però rassegnarsi a una vita di stress e ansia da prestazione: la soluzione esiste ed è alla portata di tutti!

 

3 cattive abitudini che alimentano lo stress

Citando le parole di Andrew Bernstein:

“Il numero dei fattori di stress si è moltiplicato in modo esponenziale: il traffico, il denaro, il successo, l’equilibrio lavoro/vita, l’economia, l’ambiente, la genitorialità, i conflitti familiari, le relazioni, la malattia. Poiché la natura della vita umana è diventata molto più complicata, la nostra risposta non è stata in grado di tenere il passo con lo stress.”

Leggendo queste parole, sembrerebbe che lo stress non abbia una vera e propria causa, bensì che possa derivare da ogni aspetto della nostra vita: questo avviene perché tutto dipende dal nostro approccio mentale ai vari aspetti della quotidianità e dal nostro modo di rapportarci sia a noi stessi, che agli altri.

Di conseguenza, quali sono gli elementi da gestire per limitare gli effetti negativi dello stress sul nostro benessere?

Ecco 3 cattive abitudini che, con le giuste tecniche, abbiamo sia il potere di evitare, che di trasformare in stimoli positivi!

 

1. Disordine mentale

Andare a dormire ogni sera pensando confusamente a tutte le cose che dovremo fare l’indomani, come se tutti gli impegni avessero la stessa priorità e ci richiedessero lo stesso sforzo sia in termini di attenzione, che di tempo, è la prima abitudine da cambiare.

Questo comportamento non solo non aiuta la nostra organizzazione quotidiana, ma ci carica anche di ansia, danneggiando persino il sonno notturno. Questo disordine mentale, inoltre, è alimentato dal disordine fisico che ci circonda sia a casa che a lavoro, come se fossero uno lo specchio dell’altro.

Soluzione

Invece di lasciarci travolgere da una nebulosa to do list immaginaria, mettiamo nero su bianco questi pensieri e, soprattutto, ordiniamoli ponendoci le giuste domande.

Scriviamo tutto quello che ci viene in mente e poi, tramite colori diversi, diamo ad ognuno di essi la giusta priorità, chiedendoci: c’è qualcosa che non possiamo assolutamente rimandare o delegare a qualcun altro?

Queste attività avranno la priorità massima, e andranno quindi svolte per prime, mentre le altre seguiranno dopo o potranno essere del tutto eliminate dalla nostra lista, oppure spostate a un giorno successivo.

Nel fare questo, cerchiamo anche di stimare un tempo limite da assegnare ad ogni azione, in modo da acquisire maggior consapevolezza delle risorse e dell’impegno necessari per svolgerla: questo si rivelerà molto utile per gestire la nostra giornata in modo sempre più efficiente e soprattutto sereno, liberi dal panico dell’ultimo minuto!

stress

 

Questa piccola pratica quotidiana, col passare dei giorni, ci aiuterà a diventare più coscienti dei punti di forza su cui puntare e di quelli critici su cui lavorare, riportando ordine sia nella nostra mente che nella nostra stanza preferita!

 

2. Perfezionismo e confronto con gli altri

In una società permeata dallo spirito di competizione, la pressione si fa inevitabilmente sentire: fin dagli anni della scuola veniamo abituati a pensare che essere bravi e appassionati in quello che facciamo non basti, perché quello che ci viene richiesto è essere perfetti.

Quando, poi, tale atteggiamento si riversa persino sulle relazioni personali, a cominciare dai confronti tra fratelli, cugini, compagni di classe, vicini di casa e via dicendo, lo stress causato dal paragone con gli altri non può che trascinarsi nel tempo, fino a diventare un’abitudine controproducente.

Infatti, pretendere di essere i migliori di tutti, non accettare i propri difetti e limiti, non ammettere la possibilità di sbagliare in nessuna sfida della vita, non ci stimola affatto a fare del nostro meglio, anzi: ci blocca persino dal tentare di raggiungere un qualsiasi obiettivo, perché il timore di fallire diventa troppo grande.

“Sforzarsi di raggiungere l’eccellenza ti motiva, sforzarsi di raggiungere la perfezione è demoralizzante.”
Harriet Braiker

Soluzione

La massima “nessuno è perfetto” è un modo di dire assolutamente veritiero: per quanto ci impegniamo e cerchiamo di mantenere sotto controllo ogni elemento della nostra vita, non potremo mai prevenire ogni imprevisto o errore.

In realtà, a pensarci bene, tutto questo ha degli aspetti positivi, perché ad ogni piccola caduta o battuta d’arresto impariamo a rialzarci e ripartire più velocemente della volta precedente, accumulando esperienze preziose che permettono, a chi sa sfruttarle, di reagire in modo sempre più efficace.

Per chiudere una volta per tutte con l’ansia del perfezionismo, quindi, ripensiamo alle circostanze in cui, nonostante difficoltà o sbagli iniziali, siamo riusciti nel nostro intento: potrebbe essere quella volta in cui abbiamo deciso di superare la fobia dell’acqua imparando a nuotare, oppure quando ci siamo dedicati ad un lavoro manuale, come la pittura o il bricolage, migliorando giorno dopo giorno a discapito dei primissimi risultati, magari un po’ deludenti.

Inoltre, alcune domande strategiche possono aiutarci ad evitare atteggiamenti troppo rigidi nei nostri confronti: ad esempio, il modo in cui parliamo a noi stessi è quello in cui ci parlerebbe il nostro migliore amico o il nostro partner?
Abbiamo mai ricevuto complimenti per qualcosa che, a nostro parere, avremmo potuto fare meglio?
È mai capitato che qualcuno ci chiedesse un suggerimento, un’opinione o un aiuto riguardo a qualcosa?

Tali riflessioni possono cambiare il nostro modo di guardarci e permetterci di farlo attraverso gli occhi degli altri. In questo modo, muoveremo il primo passo verso una più profonda accettazione dei nostri limiti e una maggior consapevolezza delle nostre capacità.

accettarsi

 

3. Soffocare le emozioni

Potremmo dire che questa cattiva abitudine è, in parte, una conseguenza del perfezionismo: infatti, pretendere di essere sempre perfetti o, addirittura, di superare le aspettative altrui, genera un vero e proprio conflitto interiore, dividendoci tra ciò che vogliamo e ciò che gli altri ci chiedono.

Pur di soddisfare i desideri di parenti, partner e superiori finiamo per soffocare le nostre emozioni, ignorando i segnali di stress e inquietudine a cui, invece, dovremmo prestare attenzione per raggiungere un autentico equilibrio psico-fisico.

Soluzione

Un esercizio utile per diventare più consapevoli delle proprie emozioni è il seguente:

  • troviamo un posto familiare in cui rifugiarci in assoluta tranquillità: può essere un luogo chiuso, come la nostra camera, oppure all’aperto, come una panchina in un parco. L’importante è sceglierlo perché qui ci sentiamo a nostro agio;
  • ora che abbiamo il posto giusto, sediamoci con la schiena dritta e i piedi ben poggiati a terra. Se vogliamo possiamo togliere le scarpe e percepire il contatto con il suolo sotto di noi; allo stesso modo, possiamo tenere gli occhi aperti o chiusi, in base a ciò che è più naturale per noi. Lasciamoci guidare dalla spontaneità;
  • iniziamo a meditare: respiriamo col diaframma, lentamente, e cerchiamo di liberare la mente dai pensieri per dare spazio alle nostre emozioni. All’inizio è sufficiente restare in silenzio per qualche minuto. Poi, col tempo, impareremo a farlo ad un livello sempre più profondo: l’importante è non avere fretta e rispettare i propri tempi.

La meditazione, in un primo momento, può sembrare di­fficile: abituati come siamo a correre continuamente dietro a qualcosa, stare immobili in silenzio sembra una perdita di tempo. Eppure, si tratta di uno degli esercizi più efficaci per riprendere contatto con se stessi: basta avere un po’ di pazienza e perseverare.

L’importante è lasciar scorrere le proprie sensazioni liberamente. Teniamo a mente che non esiste una formula prestabilita, da seguire in modo rigido: concentriamoci su di noi e il resto verrà da sé, senza ragionarci troppo!

Praticando questo esercizio con costanza, alla fine, impareremo a ritagliarci del tempo solo per noi ogni volta che vogliamo, durante cui il nostro unico scopo sarà quello di fermarci ed ascoltarci, dimenticandoci di ciò che dovremmo fare e di quello che gli altri ci dicono, diventando più consapevoli delle nostre emozioni, di ciò che le suscita e di come esprimerle, evitando che prendano il sopravvento su di noi.

 

Quelle qui descritte sono 3 soluzioni che tutti possono mettere in pratica nella proprie giornate per alleggerirsi dai pensieri stressanti: applicandoli miglioreremo non solo il nostro benessere psico-fisico, ma pure la nostra concentrazione ed efficienza nelle varie occupazioni quotidiane.

Puoi conoscere altre tecniche utili a gestire lo stress e ad ascoltare meglio te stesso cliccando qui: scoprirai come partecipare a Il Coraggio di Cambiare, il corso che ti permetterà di approfondire questi argomenti insieme a Robert Dilts, Giorgio Nardone e Jeffrey Zeig, 3 tra i maggiori esperti mondiali di PNL, Terapia Breve Strategica e Ipnosi Ericksoniana.

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25 aprile, Festa della liberazione. Il valore della libertà in un mondo ultraconnesso

Oggi, 25 aprile, ricorre un anniversario importante per il popolo italiano: è la festa della Liberazione, che celebra la vittoria dei partigiani sulla dittatura nazifascista e la liberazione dell’Italia. Una data da commemorare con orgoglio, che riporta alla mente il 25 aprile 1945, giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, imponendo la resa giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate.

Una ricorrenza felice dunque, nonostante sia collegata a un periodo cupo della nostra storia, e che proprio in virtù di questo ci ricorda l’importanza di valori come la fratellanza, la pace, la solidarietà, il senso di identità civile e culturale e, soprattutto, la libertà.

Nonostante in Italia la libertà non sia più a rischio come un tempo, nella nostra vita quotidiana continuano a verificarsi circostanze che dovrebbero mantenere alta l’attenzione sul tema della libertà individuale, circostanze di cui non sempre siamo consapevoli.

 

Web e libertà: qualcosa è cambiato

È innegabile che il web abbia reso la ricerca di informazioni e molte azioni (ad esempio lavorare a distanza, fare acquisti o organizzare una vacanza) più semplici, veloci e alla portata di chiunque, permettendoci di essere più autonomi e di allargare le possibilità di scelta. I vantaggi che lo sviluppo delle telecomunicazioni ha portato nelle nostre vite sono innumerevoli e tutti li hanno lodati, almeno in un primo momento.

Poi, col tempo, abbiamo preso maggior confidenza con questi nuovi strumenti: abbiamo imparato a conoscerne non solo i lati positivi ma anche quelli critici, diventando più abili nell’utilizzarli e ponendoci domande che, inizialmente, non avevamo considerato.

Ad esempio, vi siete mai chiesti che fine fanno tutti i messaggi inviati su Facebook e Whatsapp? Arrivano al destinatario, certo, ma non solo. Lo stesso vale per le mail che ci scambiamo con Gmail, per le ricerche che facciamo su YouTube, per le destinazioni che impostiamo su Google Maps, per i trasferimenti di denaro che effettuiamo tramite internet banking e PayPal, e via dicendo.
Il web, negli anni, si è trasformato in un enorme serbatoio che raccoglie dati di ogni genere, molti dei quali riservati, almeno finché qualcuno non riesce ad impadronirsene, come accaduto in passato a Yahoo, ad esempio.

web privacy dati personali

La condivisione continua su cui il web è fondato ci invita a riflettere sulle informazioni personali di cui lasciamo traccia ogni giorno, anche svolgendo operazioni banali come una videochiamata su Skype: si potrebbe parlare di invasione della libertà individuale?

 

Realtà o fantascienza?

Forse è la stessa domanda che si sono posti gli artisti che hanno partecipato alla mostra The Glass Room, svoltasi lo scorso dicembre a New York: ambientata in una sala con pareti bianche e arredo minimalista, popolata da schermi, espositori e tablet, l’esposizione catapultava i visitatori in una dimensione ultratecnologica, di cui venivano messi in luce limiti e contraddizioni. Per dare un’idea dello spirito di denuncia delle opere basta citarne alcune, tra cui:

  • una dimostrazione interattiva di Churchix, un software di riconoscimento facciale che permette di memorizzare l’identità delle persone che entrano in un edificio;
  • un libro contenente 5 milioni di password rubate a LinkedIn nel 2012;
  • uno schermo su cui venivano proiettate le informazioni raccolte da tutti i dispositivi vicino alla galleria con Wi-Fi attivo.

Fantascienza? Niente affatto: pura realtà. I progressi delle telecomunicazioni hanno reso il tracciamento di ciascuno di noi, delle nostre abitudini e delle nostre relazioni personali qualcosa di incredibilmente semplice e accessibile, di fronte a cui non possiamo che interrogarci riguardo al valore della libertà nel mondo attuale.

 

Libertà e corpo digitale

A tale proposito è interessante l’espressione “corpo digitale”, coniata dal giornalista e scrittore Luca Poma, nell’intenzione di definire “la ricostruzione di tutte le informazioni che produciamo nelle nostre interazioni digitali di qualsiasi tipo, costantemente aggiornate e archiviate in una miriade di piattaforme diverse, che fanno propri tutti i dati che ci appartengono, ma soprattutto ‘disegnano’ i confini di chi noi siamo”.

Questa idea va ben oltre il concetto di identità digitale, perché conferisce fisicità e concretezza a qualcosa che, finora, era stato considerato astratto, come la reputazione on-line o l’immagine social di un personaggio qualsiasi, inclusi noi stessi. Il corpo digitale è qualcosa di reale che può influenzare il nostro umore, renderci dipendenti e suscitare attrazione, persino: non per niente Instagram deve il proprio successo anche ai filtri da applicare alle fotografie, che migliorano l’aspetto del soggetto.

 

Non che l’uso della tecnologia sia da evitare: è vero che questi strumenti hanno dei risvolti che possono limitare la nostra libertà individuale in varia misura, ma è altrettanto vero che semplificano la nostra quotidianità sotto moltissimi aspetti, perciò una reazione simile sarebbe controproducente, oltre che eccessiva.

L’importante è imparare a mantenere il controllo dei propri stati d’animo, così da non lasciarsi condizionare in modo determinante dalle circostanze esterne, reali o virtuali che siano: questo è il solo modo efficace per proteggere la propria libertà di pensiero e di azione da qualsiasi influenza.

libertà personale

 

Come sviluppare la libertà mentale

La PNL, disciplina che studia la connessione tra processi neurologici, linguaggio e comportamento, ha ampiamente dimostrato che la realtà oggettiva e quella da noi percepita non sono identiche: nel momento stesso in cui percepiamo un suono, un odore, un colore o viviamo un’esperienza, la filtriamo attraverso i nostri sensi, pensieri e ricordi, trasformando tutto questo in modo soggettivo. Ciò significa che anche le esperienze a primo impatto negative, se affrontate con lo stato d’animo adatto, possono essere trasformate in qualcosa di positivo e costruttivo per il nostro benessere individuale, liberandoci così da pensieri dannosi e dalle influenze nocive.

Ecco un esercizio che può aiutare la nostra mente ad essere più libera e autonoma, allontanandoci dagli elementi che ostacolano lo sviluppo delle nostre potenzialità:

  1. ricordiamo le immagini che di solito visualizziamo quando abbiamo un problema che ci preoccupa:
    – quanto sono grandi?
    – sono in bianco e nero o a colori?
    – sono chiare o scure?
    – sono immagini ferme o dei filmati?
    – siamo anche noi parte dell’immagine o la guardiamo da lontano?
    – che suoni sentiamo?
    – che cosa ci diciamo dentro di noi, e con che tono di voce?
    – quali sensazioni proviamo, e in quale punto del corpo?
  2. proviamo a modificare gli elementi tipici delle immagini che stiamo ricordando, in modo da assumerne il controllo. Ad esempio:
    – rimpiccioliamo le immagini, rendiamole più scure, priviamole dei colori e allontaniamole;
    – cambiamo il tono della nostra voce interiore, rendendolo più caldo;
    – cerchiamo di spostare le sensazioni dalla parte del corpo in cui la sentivamo prima ad un’altra;
  3. sforziamoci di sostituire queste immagini con altre di qualità completamente diversa:
    – visualizziamo figure vivide, luminose, colorate, grandi, vicine a noi e il più reali possibile;
    – rivolgiamoci a noi stessi con frasi incoraggianti e motivanti, usando un tono di voce sicuro e squillante;
    – percepiamo nel nostro corpo sensazioni piacevoli, allegre, rassicuranti, che ci trasmettano goia e benessere.

Ripetiamo questo esercizio più volte, ripensando a diverse immagini e circostanze in cui ci siamo sentiti in difficoltà. Col tempo impareremo a trasformare i nostri stati d’animo in modo sempre più rapido, diventando capaci di associare emozioni positive anche a situazioni dalle quali, in passato, ci siamo lasciati scoraggiare.
Questo ci aiuterà a non essere più in balia dei casi fortuiti della vita, ma a riacquisire fiducia in noi stessi e nelle nostri doti interiori, permettendoci di dispiegare liberamente il nostro potenziale nascosto in tutta la sua forza!

 

Come fare per proseguire in questo percorso di sviluppo personale?

Le conoscenze e le tecniche sviluppate dalla PNL sono molte e vanno dalle più semplici alle più complesse: se vuoi saperne di più e incontrare personalmente Robert Dilts, autore, coach ed esperto mondiale di PNL, clicca qui.

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Il Coraggio di Cambiare Life Strategies

Leggere libri online non ci emoziona: cresce la nostalgia del passato

Tecnologia, croce e delizia: il nostro rapporto con la tecnologia è quantomeno controverso e probabilmente il nostro amore-odio per questi nuovi strumenti deriva da emozioni che vanno approfondite.

 

Digitale o analogico?

Da una ricerca annuale che Samsung conduce in tutta Europa è emerso che, nel 2016, più di metà degli italiani ha aumentato l’uso della tecnologia rispetto a 2 anni fa, e addirittura il 14% ha dichiarato di non sapervi rinunciare. Contemporaneamente, però, un buon 36% ha anche ammesso di possedere almeno un dispositivo troppo avanzato rispetto alle proprie necessità e capacità di utilizzo. Come dire: la tecnologia ci incuriosisce e ci piace usarla, ma forse la consideriamo più un “passatempo” che un mezzo per soddisfare un reale bisogno.

Un’altra interessante statistica pubblicata dal portale Statista.com e basata sulle informazioni raccolte da U.S. Census Bureau, dice che nel 2015 e nel 2016 le vendite di libri cartacei negli USA sono aumentate. Un dato significativo se pensiamo che si tratta della prima crescita dal 2009.

vendita libri cartacei
La diffusione di Amazon, con i suoi libri digitali, viene considerata la causa principale della crisi di questo settore. Perciò, è probabile che l’inversione di tendenza registrata negli ultimi 2 anni non dipenda tanto da fattori materiali (dato che gli ebook mantengono i propri vantaggi rispetto ai libri cartacei), quanto emotivi.

 

La nostalgia del passato e delle tradizioni

Dopo il boom di musica, libri e film in formato digitale, sta avvenendo una sorta di “ritorno alle origini”: sono sempre di più coloro che vagano per mercatini e negozi dell’usato a caccia di vinili, musicassette e videocassette, videoregistratori e giradischi. La nostalgia del passato, quindi, non si riflette solo nel preferire un libro cartaceo rispetto a leggere libri online, ma si riversa in generale su tutti i supporti audiovisivi “fisici” che la tecnologia ha fatto sparire dalle nostre case.

Non che il mondo digitale non abbia una dimensione “fisica”, anzi: a volte le identità e le relazioni sui social network sono curate più di quelle reali. Non dimentichiamo, inoltre, che il web conserva testimonianza di tutto ciò che vi viene pubblicato: pensiamo alle vecchie foto in cui stentiamo a riconoscerci o agli stati di Facebook dei quali, magari, a distanza di anni ci sorprendiamo perché non ne condividiamo più il contenuto.

Ciò che con il digitale si perde, però, è la percezione dello scorrere del tempo e della consistenza delle nostre azioni: sul web tutto è immediato, istantaneo, effimero per certi versi, e si svolge in una rapida sequenza di click indistinguibili che toglie all’utente il piacere dei gesti, della ritualità, della dedizione richiesta dai mezzi tradizionali.

Uscire di casa, recarsi in biblioteca o in un negozio, sfogliare i libri o impolverarsi le dita facendole scorrere tra i vinili accatastati in un contenitore, sentire l’odore e percepire la ruvidità dei materiali, assorbendo quel senso di “vissuto” emanato dalle loro stropicciature: tutto questo permette di recuperare il gusto dell’esperienza, assente nel digitale.

In un certo senso, si potrebbe dire che uno dei trend che impazzano al momento su Instagram deriva proprio da questa nostalgia del passato: ci riferiamo a tutte quelle foto di persone intente nella lettura di un libro o di un giornale in totale relax, nell’intimità della propria casa, il tutto addolcito da filtri che rendono la scena più vintage. Paradossalmente, la tecnologia diventa un mezzo per ricreare, almeno in modo fittizio, un’atmosfera di cui sentiamo la mancanza.

libro cartaceo
D’altronde, i social sono un po’ il regno della finzione, un teatro in cui tutti mostrano solo il meglio di sé o cercano di dare forma reale a ciò che desiderano. Spesso si sottolineano le conseguenze negative del mentire, ma le bugie possono avere anche effetti positivi, come affermato dallo psicoterapeuta Giorgio Nardone, che ha studiato in profondità il nostro impulso a raccontare bugie.

 

L’arte di mentire a se stessi e agli altri

Per il Dottor Nardone mentire è inevitabile perché è la diretta conseguenza dei processi psicologici con cui elaboriamo le informazioni: tutti noi abbiamo una rappresentazione mentale del mondo, delle persone e delle esperienze che abbiamo vissuto, che è influenzata dalla nostra percezione soggettiva della realtà, dalle emozioni personali che proviamo e dalla memoria che ne conserviamo. Ciò significa che ogni nostro pensiero, idea e ricordo è condizionato da filtri soggettivi, diversi da persona a persona.

Dunque, il nostro cervello ci mente in continuazione riguardo alla realtà oggettiva, rendendo impossibile evitare del tutto le bugie verso noi stessi o gli altri. Eppure, per Nardone, questo non è uno svantaggio, bensì un ulteriore strumento a nostra disposizione: dobbiamo solo imparare a distinguere il mentire a se stessi benefico dal mentire a se stessi controproducente, e ad usare le giuste strategie per trarre il meglio da questi meccanismi.

 

Non tutte le bugie vengono per nuocere

Contrariamente a quanto siamo abituati a pensare, mentire a noi stessi può aiutarci ad ottenere risultati migliori e ad agire in modo più efficace. Ad esempio, questo accade quando:

  1. Facciamo un colloquio per un lavoro che ci piace molto, ma non abbiamo successo. A questo punto, elenchiamo ciò che, a pensarci bene, non ci convinceva del tutto: l’ufficio troppo distante da casa, i colleghi che non sembravano molto simpatici, la paga che non era poi così alta.
    In poche parole, sminuiamo una situazione che non siamo riusciti ad ottenere, raccontandoci una menzogna per confortarci e proteggere il nostro equilibrio emotivo dal senso di frustrazione e delusione;
  2. Dopo molte visite con diversi specialisti per trovare una soluzione definitiva a un disturbo, un caro amico ci consiglia un professionista, e siamo certi che lui sarà finalmente in grado di aiutarci.
    In questo caso, la bugia consiste nell’avvalorare una circostanza che desideriamo fortemente, aumentando le nostre aspettative verso di essa, da un lato, e riducendo paure e dubbi che la contrastano, dall’altro;
  3. Abbiamo un appuntamento con qualcuno che ci piace molto o con un cliente importante e vogliamo a tutti i costi fare colpo. Così ci prepariamo al meglio e ci presentiamo totalmente sicuri di noi, convinti che sapremo colpire la sua attenzione.
    Anche quest’atteggiamento è il prodotto di un autoinganno benefico, il quale ci permette di creare dal nulla la situazione che abbiamo proiettato nella nostra mente, facendo emergere le risorse necessarie a realizzarla senza quasi accorgercene.bugie

Accanto a queste forme di mentire che hanno effetti positivi, indispensabili per riuscire nei nostri intenti, ce ne sono però altre che ostacolano il raggiungimento degli obiettivi. Ad esempio:

  1. Siamo abituati ad ignorare le critiche dei nostri genitori su alcuni nostri modi di fare perché, in questa particolare circostanza, tale atteggiamento si è rivelato il modo migliore per evitare conflitti. Quando tendiamo a comportarci allo stesso modo anche con altre persone, però, questo stesso comportamento ha effetti totalmente opposti, facendo salire la tensione anziché annullarla.
    In questo caso, l’autoinganno è pensare che una soluzione funzionale ad una determinata situazione possa esserlo per tutte le altre, continuando a ripetere l’errore anche se la realtà ci smentisce;
  2. La nostra relazione sta attraversando un periodo di crisi e riceviamo numerosi segnali di insofferenza dal partner. Tuttavia, continuiamo a comportarci come al solito, e quando l’altro espone chiaramente i propri malumori sembriamo sorprenderci, come se non ci fossimo accorti di nulla.
    È ovvio che vedere solo ciò che vogliamo è una menzogna che raccontiamo a noi stessi pur di evitare il dolore, ma in questo caso l’effetto è negativo, perché rimandiamo l’inevitabile invece di affrontare i problemi;
  3. Un ragazzino timido e insicuro ha pochi amici e così, per sentirsi accettato da un gruppo di coetanei, inizia ad assumere atteggiamenti aggressivi verso i suoi compagni di scuola. Questo è un quadro abbastanza comune in alcuni episodi di bullismo, in cui un soggetto molto tranquillo diventa violento in presenza del branco.
    Ciò accade perché, a volte, ci costruiamo un personaggio e ci identifichiamo in esso al punto da perdere cognizione del nostro vero Io, mentendo a noi stessi con effetti negativi.

Visto che, secondo Nardone, è impossibile non mentire a se stessi, non dovremmo chiederci come evitare di raccontarci bugie controproducenti, piuttosto domandiamoci come possiamo trasformare tali meccanismi in strumenti che ci portino esattamente dove vogliamo.

In risposta alla domanda, Giorgio Nardone individua alcune tecniche, da lui definite autoinganni strategici, da usare proprio a questo scopo:

  1. Tecnica del “come peggiorare”: paradossalmente, pensare a tutti i modi in cui una situazione problematica potrebbe ulteriormente peggiorare ci aiuta a vedere anche le possibili soluzioni a cui prima non avevamo pensato.
    Proviamo a scrivere ogni mattina una lista delle cose che potremmo fare per peggiorare i nostri problemi quotidiani, e la sera controlliamo quante di queste abbiamo messo in atto: ci accorgeremo che riflettere su questi elementi ci ha automaticamente permesso di evitarli e trovare soluzioni alternative;
  2. Tecnica dello scenario oltre il problema: ci sono delle circostanze che ci turbano? Immaginiamo i pensieri e le emozioni che proveremo quando saranno totalmente risolte: proprio come siamo in grado di far emergere risorse nascoste per creare dal nulla qualcosa che desideriamo fortemente, sulla scia di questi pensieri ed emozioni ci scopriremo capaci anche di compiere le azioni adatte a risolvere i problemi;
  3. Tecnica del “come se”: questa tecnica è una variante della precedente e consiste nel domandarsi ogni mattina cosa faremmo se non avessimo nessuna preoccupazione, stilando una lista di azioni. A questo punto, individuiamo quella più semplice e realizziamola: da questo piccolo cambiamento “forzato” ne deriveranno altri più grandi in modo spontaneo, innescando una reazione a catena che migliorerà la nostra vita quotidiana.

Nardone, con queste tecniche, mostra chiaramente come il naturale istinto umano ad ingannare ed autoingannarsi possa rivelarsi un’arma molto potente sia per raggiungere traguardi apparentemente fuori dalla nostra portata, sia per superare limiti o problemi che ci sembrano insormontabili.
La cosa stupefacente è che non dobbiamo imparare nulla di nuovo: si tratta semplicemente di apprendere come sfruttare a nostro favore i meccanismi tipici della psiche umana grazie alle strategie della Terapia Breve Strategica.

 

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