L’Imprevedibile: un’opportunità per Vivere Liberi

Cos’è l’imprevisto?

Siamo abituati a vederlo come un evento indesiderato che porta scompiglio. Ma se, per una volta, lo accogliessimo? Se per questa volta, con coraggio, decidessimo di abbracciare quest’imprevisto e diventare la sorpresa che gli altri non si aspettano?

Proviamo!

 

Un po’ di storia: una Nuova Vita ci attende

All’inizio del ‘900 moltissimi abitanti del Sud Italia emigrano in America, trovandosi improvvisamente in un mondo sconosciuto. Questi coraggiosi si costruiscono una nuova vita, più stabile di quella a cui avrebbero potuto aspirare nel proprio Paese, e danno forma, in poche generazioni, a nuove identità.

Questa storia ci insegna che il modo per liberarsi dei propri limiti consiste nel cambiare le vecchie abitudini e riuscire a vedere la novità anche dove è difficilissimo notarla.
Si tratta, come fecero i migranti, di diventare un Io.

Questo cambiamento di prospettiva sposta la nostra attenzione dal mondo in cui siamo immersi, con le sue regole e i suoi sistemi, alle situazioni, alle condizioni delle quali possiamo liberarci perché sono solo una piccola parte di un tutto molto più grande.

Chi riesce a farlo potrebbe sorprendersi della propria genialità e della propria capacità di decidere come devono andare le cose nella propria vita.

È importante essere al centro del proprio mondo, altrimenti i confini che ci circondano saranno talmente stretti da non permetterci di esprimere a pieno chi siamo. Ecco cosa succede in quello che Igor Sibaldi definisce sottomondo.

Per ampliare i nostri confini, invece, dobbiamo spostarci al centro del mondo che conosciamo, prendere in mano il timone della nostra vita e decidere per noi stessi.

timone

 

Una domanda importante

Cosa ci blocca? Questa è la domanda!

Igor Sibaldi, esperto di filosofia e teologia, ci ha insegnato che porre domande è importantissimo: e allora cosa davvero ci blocca in tutto questo?

Il senso di colpa.

Il senso di colpa è quella sensazione di essere sempre sbagliati, che ci porta a pensare che gli altri, a prescindere dalle abilità, ottengano risultati migliori di noi. Invece, dentro di noi ci sono grandi capacità che non usiamo proprio a causa del senso di colpa.

Il senso di colpa è ciò che ci tiene legati a un sottomondo, nella convinzione di essere sbagliati. Solo rendendoci conto di questo possiamo eliminare il senso di colpa alla radice: gli altri continueranno a fare ciò che hanno sempre fatto, ma noi prenderemo coscienza che le nostre capacità sono diverse e di certo particolari rispetto a quelle di chiunque altro.

Per liberarci dal senso di colpa dobbiamo spostarlo dal piano dell’essere (l’idea di essere sbagliati) a quello dell’avere (l’idea di avere l’atteggiamento tipico di chi si sente sbagliato), e infine al piano del fare (l’idea di fare ciò che farebbe chi si sente sbagliato).
Infatti, tutto ciò che semplicemente facciamo può essere cambiato immediatamente facendo qualcosa di diverso.

La formula da seguire, quindi è: ESSERE >>> AVERE >>> FARE.

 

È un bene “avere ragione”?

Le persone vogliono certezze ed è per questo che si avvicinano ai tanti “noi” che ci circondano: l’azienda, la religione, lo Stato, gruppi vari, ognuno dei quali non fa che fornire risposte, anziché porsi domande. Invece, sono proprio le domande quelle che dobbiamo cercare.

Aver ragione ci tiene legati a quella dimensione stretta, quel sottomondo dove si vive poco.
Piuttosto, meglio pensare di avere torto e farsi domande: dobbiamo rimanere sempre in fase di apprendimento.

“Nella vita” dice Sibaldi, ma forse non solo lui, “o hai ragione o sei felice”.
Sinceramente: cosa vuoi scegliere?

Chi non vuole che tu cambi, ti darà sempre ragione. Tienilo a mente. Tu continua a porti delle domande e poi crea il vuoto dentro di te.

Perché il vuoto?

Perché anche Dio creò il mondo dal nulla, dal vuoto. Facendoci delle domande apriamo dei vuoti che la realtà tende a riempire fornendoci le risposte, ma queste possono arrivare solo se abbiamo fatto lo spazio necessario. Senza spazio, non possono arrivare cose nuove da scoprire.

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Se non impari a perdere, non vincerai mai

Ponendoci tante domande, tuttavia, scopriremo che per molte di esse non esiste risposta: questo farà male. Questo “dolore” però è positivo ed ha una spiegazione.

È noto che le critiche sono più stimolanti dei complimenti (ragion per cui il pensiero positivo e tutte le sue declinazioni favoriscono poco il cambiamento). Perciò, possiamo dedurne che se non impariamo a perdere, non vinceremo mai: è grazie alle cadute che possiamo rialzarci più forti di prima.

Quante storie conosciamo, anche tramite il cinema, di persone che alla fine ce l’hanno fatta dopo mille cadute! Questa è la storia di tutti noi e dobbiamo cercare di viverla in questo modo per trarne forza, energia e affrontare le sfide con coraggio. È questo a darci il giusto impulso per fare dei balzi in avanti. Affronta le sconfitte, fai errori, poniti domande e se farà male non preoccuparti, perché ti renderà più forte.

Crescere, in fondo, implica una condizione di incertezza, di imprevedibilità.
Quello che oggi sai di te non descrive tutto ciò che sei e ciò che sarai domani, e questo è rassicurante perché permette di vivere liberi dal passato. Il nostro passato non dice nulla di noi.

“Sarò qualcosa che ancora non si è espresso”: ecco cosa ci può descrivere.

Ci vuole un grandissimo coraggio a scappar via dal nostro passato, ma ora sappiamo che possiamo farlo: abbandoniamo questo passato e iniziamo a realizzare l’infinito come ci esorta Igor Sibaldi.

1,2,3… pronti?

 

Per scoprire il metodo sviluppato da Igor Sibaldi per superare i nostri limiti grazie alle domande che spesso non abbiamo il coraggio di porci, partecipa al suo nuovo tour Il Metodo Metafisico, in esclusiva per Life Strategies.

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Chiacchierando con Igor Sibaldi: un esercizio di Metafisica

La vita spesso ci regala situazioni o persone che ci aiutano a crescere.

Possono essere esperienze felici, ma anche circostanze complicate, in cui dobbiamo affrontare qualche problema. A volte capitano senza preavviso, altre volte siamo noi i primi a cercare modelli, punti di riferimento, maestri che possano ispirarci e offrirci spunti per vedere il mondo con occhi nuovi.

Hai mai incontrato qualcuno del genere? Hai mai seguito un maestro? Che rapporto hai con queste persone?

Voglio raccontarti la mia esperienza in senso… metafisico. Un po’ come ci insegna Igor Sibaldi che, a sua volta, lo voglia o no, un po’ maestro lo è.

 

Chiacchierare e Immaginare con Igor Sibaldi

Un giorno qualsiasi ero in cucina e ho immaginato di chiacchierare con Igor Sibaldi.
Cosa c’è di meglio di miscelare una figura innovativa come lui e l’immaginazione, per ritrovarsi a chiacchierare con il proprio Io più profondo proprio come lui insegna, l’Io che sta al di là di ciò che conosciamo?

Quella mattina il mio Io metafisico ha fantasticato di chiacchierare liberamente, mentre un Igor Sibaldi immaginario lo ascoltava.

Gli ho raccontato il mio rapporto con i vari insegnanti e maestri che ho incontrato nella vita.
Immagino sia successo anche a te di incontrarne, o addirittura sceglierne, uno o più di uno: guardare alle conoscenze altrui per trarne insegnamenti o ispirazioni è una cosa che accomuna tutti noi.

libro

 

Alcuni si saranno affezionati a qualcuno in particolare mentre altri, nel corso del proprio sviluppo interiore, avranno sperimentato più maestri e insegnamenti.

Igor Sibaldi oggi è considerato un maestro e molti di noi lo ascoltano, lo seguono, frequentano i suoi seminari. Lui stesso ci parla di maestri: antichi o attuali, interessanti o incoerenti.

Ha questa caratteristica: sposta la nostra attenzione da sé agli insegnamenti più antichi.
È come se dicesse: “non occuparti di me, ma del metodo metafisico che anticamente ci hanno tramandato perché è questo che veramente ti serve”.

Ho pensato: cosa farei se me lo trovassi davanti?
Gli racconterei una storia. La mia storia. E così ho fatto:

 

“Non mi sono mai davvero legata a nessuno dei maestri che ho incontrato o scelto durante la mia vita. Legata è la parola giusta: fa un certo effetto, e me l’ha sempre fatto, come se mi mancassero l’aria e la libertà. Ma li ho cercati spesso e ne ho trovati molti.

Alcuni sono state persone che ho incrociato per un certo periodo di tempo: mi hanno insegnato qualcosa, dato ispirazione, lasciato un segno. Alcuni sono stati animali. Quasi nessuno di loro sa di essere stato tra i miei maestri.”

 

Ho immaginato Igor Sibaldi sorridere a questa mia confessione, che sembra unica ma che, in realtà, credo possa accomunarci tutti.

 

“Ricordo il tizio che aveva un modo di affrontare le questioni completamente calmo e riflessivo, senza il timore di fare delle lunghe pause di silenzio e di lasciare che gli altri attendessero che i suoi pensieri prendessero forma.

Poi è arrivato quello curioso di tutto, che cercava cose nuove di continuo: ha suscitato la mia meraviglia e l’ho voluto imitare, cambiando un bel po’ il mio modo di affacciarmi al mondo, passando dall’accontentarmi al non accontentarmi più di ciò che già sapevo.

Una ragazza che ho conosciuto per caso ha così tanta energia che la descrivo come una cura di emergenza: se sei triste basta trascorrere un pomeriggio con lei e passa tutto.

Ho imparato a non avere timore nel quotidiano: nel fare le cose, nel parlare, nel chiedere, nel tentare.
Un paio di maestri inconsapevoli mi hanno mostrato che si può essere generosi senza aspettarsi nulla in cambio, senza lesinare se stessi, senza timore di delusioni. Uno dei due è un gatto.”

 

Questi sono solo alcuni dei maestri che ho incontrato, e sono certa che anche tu avrai i tuoi personalissimi insegnanti. Ma proseguiamo la chiacchierata immaginaria.

 

“Tutto questo è stato possibile perché ho osservato quelle persone da un punto di vista differente e ho voluto cogliere quanto di straordinario portavano con sé: piccoli spunti per cambiare e voler allargare i miei confini, anche solo di poco.
Anche solo un poco può essere un cambiamento straordinario. Sono persone che hanno lasciato il segno: in fondo noi tutti siamo maestri inconsapevoli di persone che incontriamo nella nostra vita”.

 

Poi ci sono i Maestri speciali

“Poi ci sono i maestri che nel nostro immaginario occupano il rango di persona speciale, quella che ha una sapienza e una conoscenza oltre ogni limite.

Ce ne sono stati nella storia e ce ne sono tuttora. Soprattutto, li abbiamo incontrati personalmente.
Io però ho sempre avuto un approccio un po’ distaccato nei loro confronti e non li ho mai considerati come delle star. Forse è un modo di fare un po’ superbo?”

 

Lui, l’Igor Sibaldi con cui dialogavo, sorrise su questo ma io non avevo capito cosa stesse pensando di me in quel momento.

 

“Per me i maestri sono persone che incontro sul mio cammino, ma restano comunque persone.

Li vedo come fonti di ispirazione, occasioni per allargare i miei confini, ma rimangono esseri umani, con tutti i loro difetti, i loro problemi, le loro vite, esattamente come chiunque altro. Sono maestri su certi aspetti ma su altri sono in cammino, come chiunque di noi.

cambiare

 

Non escludo che in certe questioni ciascuno potrebbe rivelarsi maestro per il proprio maestro e trasformarsi in continuazione: una bella prospettiva!”

 

Il mio Sibaldi immaginario ha detto: “esatto! Ciascuno di noi ha tutte le potenzialità per fare della propria vita un capolavoro!” proprio come aveva già detto altrove, in una qualche intervista.
Ho un’immaginazione a risparmio a volte.

 

Ho proseguito:

 

“Vedendo i maestri come persone capaci di ispirarmi, senza però lasciarli entrare in ogni aspetto della mia vita, ho sempre mantenuto una certa indipendenza: di scelta, intellettuale, intuitiva.

Ho citato l’intuito. Credo che sia l’intuito a guidarmi in queste scelte. Sento che perderei un certo grado di libertà se seguissi un maestro solo, per sempre, senza metterlo mai in discussione. Voglio mantenere il mio diritto a disobbedire!”

 

Quest’ultima frase l’ho detta in modo piuttosto teatrale, ridendo. Ci vuole complicità in questo desiderio di disobbedienza, anche quando sei in cucina sola con te stessa.

 

“Del resto, non è forse fondamentale che l’allievo superi il maestro? Che se ne distacchi, che tagli il cordone ombelicale? Ecco: ho sempre evitato di aggrapparmi a quel cordone, che poi diventa un cappio stretto stretto e non fa respirare bene.”

 

La Sorpresa

“Talvolta qualche maestro mi sorprende. A volte sono insegnamenti del tutto nuovi e mi ritrovo sorpresa ed emozionata di fronte a una nuova realtà che si dischiude: non sono più quella di prima. Sono certa che capisci cosa intendo.”

 

Forse non direi mai al vero Sibaldi “sono certa che capisci”… ma da sola, nella mia cucina, l’ho fatto. Tanto lui non lo saprà mai.

 

“A volte invece trovo chi ha il potere di dare corpo e forma a numerose intuizioni che si agitano dentro di me, da qualche parte in un luogo del mio Io. Riconosco il maestro perché non mi dice niente di nuovo, niente che in un certo senso non sapessi già, ma gli dà un ordine, un senso, un collegamento con tutto il resto.”

 

Unire i puntini, Estendere i Confini

“E così ogni maestro mi ha mostrato il significato di certe intuizioni. È come se fossi un vaso che non solo si riempie, ma che cambia, si estende, rinnova colore, forma, sostanza. In fondo perché mai dovrei rimanere sempre uguale a me stessa?

All’arrivo di una novità, non ho mai rinnegato le scoperte precedenti. Ogni scoperta si è mescolata con tutto il resto e ha dato forza ad un cambiamento originale e solo mio.

Un maestro dà la nota di partenza, ma il viaggio, la creazione, l’immaginazione per generare una me diversa sono solo miei. Se mi legassi troppo al maestro di turno, sento che perderei questa possibilità. I maestri sono come scintille da cui partire per qualcosa di nuovo, ma questo non è possibile se deleghiamo una parte di noi ad un’altra persona.

Ho cambiato spesso maestro e spesso i miei confini sono cambiati. Sono sorte nuove domande ed è cambiato il mio modo di concepire il mondo attorno a me.

Non è stato sempre casuale. A volte l’ho proprio voluto, desiderato. A volte qualcuno ha avuto la stessa forza di uno schiaffo in pieno viso: può essere utile se desideri uscire dallo status quo. Ma che male che fa!”

 

Penso che a volte serva molta energia per separarsi da una situazione che ci è familiare.

 

“A un certo punto però tu, Igor Sibaldi, hai tirato fuori altre cose che non conoscevo per niente e che non sapevo esistessero. Quella volta mi hai sorpreso e sorprendere è qualcosa di speciale, che modifica all’istante tutto il mondo che hai attorno. La sorpresa trasforma.

Rimani un messaggero del mio intenso desiderio di allargare i miei confini, come un sarto che confeziona il tuo nuovo abito.
Ecco: sei un maestro. Per ora, per questa parte di viaggio, per queste cose che insegni.

Mi auguro che verrà un giorno, presto, prestissimo, che quanto ci racconti sia compreso da tutti e che si possa tutti insieme andare a immaginare qualcosa che veramente superi ogni confine già scoperto o sentiero già percorso, per arrivare là dove nulla è mai stato scritto né detto.”

 

Ecco”, ha ribattuto.

Cosa replichi a chi ti racconta, sfrontata, queste cose?

Lui ha detto: “Basta solo desiderarlo.” E ha sorriso provocatorio, come fa sempre.

 

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Come essere Persuasivi: le tecniche del Dialogo Strategico

Se ripensiamo alle situazioni che viviamo ogni giorno, ci accorgeremo che le nostre reazioni alle stesse circostanze sono cambiate nel tempo.

Sul lavoro, magari, le riunioni che un tempo ci spaventavano ora non sono più un problema; durante le cene tra amici, invece, se qualche anno fa la presenza di sconosciuti ci intimidiva, ora la consideriamo una felice opportunità di incontrare persone con cui condividere le nostre passioni.

Certo, crescendo si fanno esperienze e si matura, tuttavia questo sviluppo non è scontato: anche la capacità di lavorare su di sé e migliorarsi continuamente va acquisita e stimolata. In questo modo le nostre azioni e reazioni agli eventi diventeranno ogni giorno più efficaci e ci aiuteranno a stare sempre meglio, sia con noi stessi che con gli altri.

Per raggiungere questo obiettivo tanto importante per il nostro benessere, possiamo intervenire su più fronti, tra cui il linguaggio che usiamo quotidianamente. Infatti:

“La realtà è il frutto del linguaggio che usiamo per descriverla.”
Ludwig Wittgenstein

Le parole con cui le persone descrivono, interpretano ed elaborano le situazioni permette loro di affrontarle con maggiore o minore successo: ecco perché, se pensiamo ad alcuni avvenimenti che ci hanno cambiato, ci accorgeremo che oggi non solo li vediamo con occhi diversi ma, nel parlarne, usiamo anche parole, espressioni e un tono di voce del tutto nuovi.

 

Il linguaggio della Persuasione

Non tutti sono consapevoli di quanto il linguaggio possa determinare sia i nostri rapporti interpersonali che quello con noi stessi, oltre che il modo con cui gestiamo la quotidianità.

In particolare, lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone vede nel linguaggio persuasorio lo strumento più potente per superare i conflitti e creare sintonia, andando ad agire sia sulla nostra mente che sulla nostra emotività.

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Questo tipo di comunicazione stimola l’empatia, la reciproca comprensione, il confronto e, di conseguenza, la nostra crescita personale. Tutto ciò è possibile perché la persuasione non si avvale solo del linguaggio indicativo, con istruzioni, informazioni e spiegazioni, ma anche del linguaggio performativo, evocando sensazioni capaci di cambiare le modalità con cui interpretiamo il mondo.

Le ricerche di Nardone sulla persuasione e sulla pragmatica della comunicazione l’hanno portato a sviluppare una forma di comunicazione avanzata, che applica delle specifiche strategie ad ogni aspetto della comunicazione, sia verbale che non verbale: il Dialogo Strategico.

 

Gli strumenti del Dialogo Strategico: comunicazione verbale

Le principali strategie di comunicazione verbale usate nel Dialogo Strategico sono 3:

  1. Ingiungere, cioè usare un linguaggio che esorti l’altro a fare delle esperienze che possano cambiare la sua opinione, il suo punto di vista.
    Non si tratta di imposizioni o ordini, bensì di una comunicazione suggestiva e persuasiva, che evochi nelle persone la sensazione di poter fare qualcosa di completamente diverso da ciò a cui sono abituate, superando i propri limiti.
    Un esempio ne è la massima di Gandhi “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, che non impone nulla a chi ascolta, ma lo esorta ad azioni nuove e a migliorare se stesso.
  2. Evocare, cioè usare un linguaggio che, attraverso analogie ed immagini, aiuti a proiettarsi in situazioni concrete.
    Non occorre pensare a nulla di troppo complesso: anche la semplicissima frase “ho dormito come un bambino” assolve a pieno a questa tecnica del Dialogo Strategico, con un’immagine che evoca in chi ascolta una chiara esperienza. Un altro esempio è la frase di Fernando Pessoa: “porto addosso tutte le ferite delle battaglie che ho evitato”, grazie a cui un concetto astratto come il rinunciare evoca i contorni concreti di ferite che danneggiano, per primi, noi stessi.
    Evocare permette di trasmettere un messaggio specifico senza scambio di informazioni, persuadendo gli altri ad agire in un determinato modo.
  3. Ristrutturare, cioè cambiare la struttura e la sequenza delle parole usate da una persona per offrirle dei punti di vista diversi senza modificare il contenuto del suo discorso, in maniera indiretta.
    Per ristrutturare si possono usare parafrasi, domande strategiche che guidino l’interlocutore in una certa direzione, narrazioni, aforismi suggestivi.
    Ad esempio, per ristrutturare il comportamento iperprotettivo di due genitori si potrebbe usare l’aforisma di Oscar Wilde: “con le migliori intenzioni si producono gli effetti peggiori”. Immediatamente i due genitori avrebbero una percezione diversa del proprio atteggiamento, e questo li porterebbe a cambiare spontaneamente.

Gli strumenti del Dialogo Strategico: comunicazione non verbale

Il Dialogo Strategico si avvale anche di chiare strategie di comunicazione non verbale:

  • musicalità delle parole e modulazione della voce: Nardone spiega che, ai fini della persuasione, le emozioni suscitate da un messaggio sono importanti tanto quanto il contenuto. Per questo motivo è fondamentale l’uso di un linguaggio musicale e armonico, che faccia largo uso di assonanze e dissonanze.
    Nardone porta come esempio la frase “ognuno costruisce ciò che poi subisce” che, attraverso l’assonanza dei suoni, invita a riflettere sul contenuto del messaggio.
    A seconda della sensazione da evocare, si dovranno prediligere alcuni suoi su altri, così come modulare le pause, il tono e il volume della voce, in modo da affascinare chi ascolta. Inoltre, la modulazione della voce rende la comunicazione più viva: pensate alle conferenze in cui gli speaker usano sempre lo stesso tono, ritmo e volume di voce, perdendo in fretta l’attenzione del pubblico. Questo è proprio quello che va evitato se vogliamo persuadere gli altri ed entrare in sintonia con loro.
    sguardo
  • sguardo e mimica: secondo alcuni studi, per fare una buona prima impressione sugli altri abbiamo circa 30 secondi, giusto il tempo necessario per salutare, dire il nostro nome e poco altro.
    Perciò lo sguardo e la mimica sono necessari per evocare le giuste sensazioni: mantenere il contatto visivo aiuta a instaurare empatia e suscitare simpatia, mentre guardare qualcuno in modo troppo insistente potrebbe metterlo a disagio e incrinare la sintonia.
    Lo stesso vale per le espressioni del viso: una mimica forzata e innaturale suscita diffidenza, invece un sorriso rilassato trasmette un senso di accoglienza e comprensione.
  • postura e movimenti: una delle strategie più efficaci per stabilire una connessione con gli altri è rispecchiare le loro posture e i loro movimenti, sempre in modo naturale.
    Ad esempio, inclinare la testa dallo stesso lato del nostro interlocutore o incrociare le gambe nella stessa direzione, inconsciamente, ci aiuta a stabilire un rapporto, a prescindere dal contenuto del discorso.
    Anche la distanza può aumentare la sintonia, ma attenzione: se siamo troppo vicini rischiamo di creare disagio, se siamo troppo distanti trasmetteremo una sensazione di distacco. Sta a noi capire, di volta in volta, la giusta misura.

 

Le strategie e le tecniche del Dialogo Strategico definite da Giorgio Nardone, tuttavia, non si esauriscono in questi punti.

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Chiedere o non chiedere? Come Collaborare per Vivere Meglio

È risaputo che proverbi e detti popolari racchiudano una conoscenza tanto antica da perdersi nel tempo ma sempre attuale, perché basata su esperienze comuni; per questo, a volte, ci stupiamo di quanto riescano ad esprimere ciò che proviamo. Un esempio ne è il proverbio:

“il dare è onore, il chiedere è dolore.”

Questa massima dichiara in modo semplice e diretto una verità vissuta da tutti, cioè la difficoltà che incontriamo nel chiedere qualcosa a qualcuno. Tale sensazione non ci impedisce effettivamente di fare delle richieste, però ci porta a prevedere tutte le possibili obiezioni dell’altra persona, in modo da valutare le mosse migliori in caso di rifiuto.

Pensiamo, ad esempio, a quando vorremmo chiedere un permesso, un aumento o un cambio di orario a lavoro, oppure a quando avremmo bisogno di qualcuno che curi il nostro animale domestico mentre noi siamo lontani da casa per alcuni giorni, o ancora a quando siamo troppo stanchi per sbrigare le faccende domestiche e speriamo che il partner se ne sia già occupato.

Altri esempi, in cui la difficoltà a chiedere potrebbe essere ancora maggiore, sono quei momenti in cui vorremmo che i nostri amici ci stessero più vicini, o quando avremmo bisogno di un consiglio da un collega più esperto di noi, o ancora quando ci sembra di non riuscire a risolvere i problemi di comunicazione con i nostri figli.

Si tratta di situazioni che tutti vivono nella quotidianità, eppure chiedere aiuto o assistenza ci sembra, nella maggior parte dei casi, sconveniente. Perché?

chiedere

 

La Paura di Chiedere

Se, finché siamo piccoli e dipendiamo dalla nostra famiglia, chiedere è un atto spontaneo, l’unico che ci permetta di soddisfare i nostri bisogni, crescendo impariamo che chiedere ci rende vulnerabili, perché significa riconoscere la superiorità di qualcun altro. Inoltre, la possibilità di scontrarci con un rifiuto mina la nostra autostima, motivo in più per chiedere il meno possibile.

Una volta adulti “forti e indipendenti”, chiedere diventa un’azione da limitare solo a circostanze di estrema necessità e, quando non possiamo proprio evitarla, cerchiamo sempre di ottenere una risposta positiva. Infatti, in caso contrario, ci sentiremmo sminuiti.

Questa, tuttavia, è una concezione sbagliata del chiedere, che la rende più simile a un pretendere: ho bisogno di questo e tu sei tenuto a provvedere.
Nel chiedere, invece, entrano in gioco la fiducia nell’altro, il rispetto della sua libertà e volontà ad assisterci o meno e, soprattutto, la nostra considerazione di noi stessi come persone meritevoli, a prescindere dal riscontro che riceveremo.

In questo senso, chiedere non ha nulla a che fare con il convincere: per chiedere liberamente dobbiamo prima di tutto creare rapporti sereni con gli altri e con noi stessi attraverso tecniche che stimolino il “venirsi incontro” spontaneo, la collaborazione volontaria tra le persone. Proprio quello che ci permette di fare la persuasione.

 

Manipolare, convincere, persuadere

Della distinzione tra manipolare, convincere e persuadere parla anche lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone, esponente di spicco della Scuola di Palo Alto, che a partire dagli anni Ottanta ha studiato la pragmatica della comunicazione umana in stretta collaborazione con Paul Watzlawick, autore di uno dei testi più importanti in questo campo.

Vediamone insieme le differenze:

  • Manipolare significa costringere qualcuno a compiere certe azioni e ad assumere precise opinioni. La manipolazione implica la distorsione delle informazioni, come accade nei regimi totalitari che, ad esempio, filtrano l’accesso ad alcuni siti web ritenuti pericolosi per il pubblico consenso. Inoltre, chi manipola vuole soggiogare l’altro alla propria volontà, e per farlo lo obbliga a compiere rituali appositamente studiati che incanalino i suoi pensieri in una determinata direzione. È il caso, ad esempio, delle sette religiose o di organizzazioni estremiste di vario genere.
  • Convincere viene dal latino cum-vincere e significa vincere sugli altri in virtù della ragione. Chi vuole convincere qualcuno lo fa portando più argomentazioni possibili a proprio sostegno, affidandosi a dati, statistiche, ricerche. A questo si accompagna un linguaggio diretto, oggettivo e privo di artifici retorici. Questa forma di comunicazione si incontra, ad esempio, in convegni, riviste scientifiche, nella didattica e nelle istituzioni.
    Chi convince è certo che la propria tesi sia quella giusta e porta dimostrazioni a suo favore, pensando che questo sia sufficiente a trovare sostenitori. Chi convince non è interessato a discutere e confrontarsi con l’altro: il suo unico scopo è quello di diffondere la propria posizione in forza della razionalità.convincere
  • Persuadere, etimologicamente, significa condurre soavemente a sé. La caratteristica principale di questa forma di comunicazione non sta nel contrapporre una tesi ad un’altra, come nel convincere, bensì nel portare il proprio interlocutore a cambiare spontaneamente la propria opinione, come se fosse una sua decisione volontaria e non indotta da qualcun altro, senza forzature né inganni di alcun genere.

Vediamo, quindi, che la persuasione è agli antipodi della manipolazione, nonostante il pregiudizio diffuso che persuadere significhi “abbindolare”: chi persuade non distorce alcuna informazione né obbliga nessuno a fare nulla, bensì usa le stesse modalità di espressione e parte dallo stesso punto di vista del proprio interlocutore per ampliarne naturalmente lo sguardo su opzioni che non aveva ancora considerato.
Nel fare questo, usa delle tecniche specifiche che coinvolgano tanto la ragione, quanto le emozioni.

In questo modo, la persuasione stimola gli altri a collaborare con noi, aiuta a superare i conflitti quotidiani, crea maggior sintonia e pone le basi per relazioni serene nella vita privata e accordi duraturi nel lavoro.

 

Nel corso delle sue ricerche, Nardone ha sviluppato un modello avanzato di comunicazione che unisce l’antica arte della persuasione con il moderno Problem Solving strategico e con le più recenti scoperte delle neuroscienze: il Dialogo Strategico.

Le tecniche e le strategie di questo modello possono essere applicate non solo ai rapporti interpersonali, ma anche per comprendere meglio noi stessi e per raggiungere più facilmente i nostri obiettivi. Infatti, i metodi del Dialogo Strategico intervengono sul modo in cui percepiamo e intendiamo la realtà che ci circonda, rendendo le nostre reazioni e le nostre decisioni più efficaci in tutte le situazioni quotidiane.

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Al di là del deserto: come Trasformare la Paura in un Viaggio di Scoperta

La società attuale riserva a ciascuno di noi moltissimi stimoli e possibilità: i progressi scientifici e tecnologici degli ultimi decenni hanno cambiato la nostra percezione dello spazio e del tempo, permettendoci di raggiungere qualsiasi angolo del mondo nell’arco di alcune ore e di essere “virtualmente” in più posti nello stesso momento. Videochiamate, lavoro da remoto, corsi online, conferenze a cui ognuno può partecipare anche restando a casa: ciò che prima rappresentava un confine invalicabile, una difficoltà che limitava le nostre esperienze ad un’area e ad una categoria circoscritte, oggi non è più un problema.

 

I Limiti della nostra Mente

Il superamento di impedimenti concreti come questi, tuttavia, non si accompagna ad un superamento delle nostre barriere mentali. Se è vero che ogni giorno abbiamo davanti infinite opportunità da cogliere e che disponiamo dei mezzi per farle nostre, è anche vero che la maggior parte di noi rimane ancorata a una dimensione quotidiana molto più ristretta di quella a cui potremmo accedere.

Fin da quando siamo piccoli, dei bambini curiosi e affamati di conoscenza, liberi da qualsiasi pregiudizio o condizionamento, il mondo esterno ci mostra una strada da percorrere, strada che altri hanno tracciato per noi. Non sempre ci è chiaro chi siano questi “altri”: a volte hanno il volto dei nostri genitori, altre prendono la forma dei nostri compagni di scuola, a cui veniamo paragonati e con cui entriamo in competizione, altre ancora non sono individuabili in una figura precisa, perché crescendo il modello che cominciamo a seguire si perde nella cultura e nelle convenzioni sociali.

Perché, nonostante il moltiplicarsi delle nostre possibilità, continuiamo ad aggrapparci alle piccole certezze di ogni giorno anche se non sempre sono quelle che più ci soddisfano?

Questa domanda riguarda da vicino tutti noi, eppure pochi se la pongono davvero, presi come siamo dalla ricerca di approvazione da parte degli altri.
Crescendo, l’importante non è più fare ciò che ci rende felici, come quando eravamo bambini e assecondavamo le nostre autentiche inclinazioni e i nostri effettivi interessi, senza preoccuparci delle opinioni esterne. Ora che siamo adulti rincorriamo gli ordini dei nostri superiori, vogliamo evitare che la nostra famiglia sia in disaccordo con il nostro modo di vivere, ci accontentiamo di ricevere complimenti per come gli altri ci vedono piuttosto che chiederci chi siamo, cosa vogliamo e come realizzarlo.
È come se ognuno di noi vivesse all’interno di un contenitore, senza riuscire a vedere che, poco più su del proprio naso, esiste una via di fuga che si apre su distese sconfinate, tutte da esplorare.

scoperta

 

Questo è ciò di cui parla anche il grande scrittore e filosofo Igor Sibaldi, che con i suoi recenti studi ha trovato la risposta a questo quesito che tutti dovremmo porci.

 

Sapienza e Comprensione

Secondo Sibaldi, all’origine dei limiti che ci poniamo c’è la confusione tra sapienza e comprensione.
Nonostante il nostro istinto naturale ci porti a farci continue domande e a indagare direttamente la realtà, purtroppo questo istinto non viene incoraggiato, anzi, è soffocato dall’apprendimento di concetti, idee, e filosofie, secondo il pensiero che la conoscenza sia un capire, un comprendere ciò che ci circonda.

La nostra cultura razionalistica vuole padroneggiare il reale, controllarne le leggi, e per farlo ha bisogno di definire ogni aspetto, inserendolo in categorie chiare e ben definite. È proprio così che la nostra conoscenza diventa sempre più limitante, sempre più chiusa su se stessa, innalzando barriere contro ciò che non riusciamo a spiegare secondo gli schemi mentali a cui siamo abituati.

Per Sibaldi, questa forma di conoscenza non può in alcun modo portarci oltre i nostri limiti e aiutarci a realizzare il nostro vero Io. Al contrario, ciò a cui dobbiamo aspirare non è la comprensione del mondo, ma una sapienza molto diversa, che abbraccia il niente, una dimensione che non “si può capire, né afferrare, né comprendere. Si può solo sentire”.

 

Al di là del deserto

Possiamo sapere solo che non sappiamo nulla. E questo è il più alto grado di sapienza umana.
Lev Tolstoj

Questo ci invita a fare anche Sibaldi: spingerci al di là delle certezze della vita quotidiana, di ciò che conosciamo e di chi pensiamo di essere, per iniziare finalmente l’esplorazione di ciò che ci è ignoto e che, per paura, riteniamo inconoscibile.
Fare questo significa ritrovarsi di fronte al niente, proprio come gli ebrei che, fuggendo dall’Egitto sotto la guida di Mosè, si ritrovarono nel deserto: una dimensione a loro sconosciuta, sinonimo di morte e desolazione. Eppure, sorprendentemente, questo deserto non si rivelò vuoto, anzi, regalò loro nutrimento e pace, fino a giungere alla Terra Promessa.

Anche noi, quando saremo nel niente che si apre oltre i confini delle nostre conoscenze, troveremo nutrimento e pace, ricominciando a porci le domande che nel mondo quotidiano abbiamo smesso di farci e trovando nuove risposte ogni giorno, risvegliando così il nostro Io autentico, liberi dalle imposizioni che ostacolano la libera espressione di noi stessi.
Questa, per noi, è la Terra Promessa da raggiungere: la dimensione in cui non ci sono più limiti a ciò che possiamo realizzare o a cui possiamo aspirare, una dimensione definita solo e unicamente da noi, dai nostri desideri e dalla continua ricerca della nostra parte più profonda.

Nei suoi studi, Igor Sibaldi ha definito un metodo grazie a cui rendere questo percorso di crescita e autoconsapevolezza davvero efficace per il nostro benessere quotidiano: il Metodo Metafisico.

Si tratta di un sistema che ciascuno di noi può mettere in pratica nella propria vita di ogni giorno e che ci permette di indagare ciò che si trova al di là delle nostre piccole abitudini, ma che spesso non riusciamo a intuire con la sola ragione.

 

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Il Metodo Metafisico Life Strategies

La storia di Chiara, che aveva dei Confini troppo Stretti

Chiara è una donna come tante: fa quello che fanno tutti, vive una quotidianità nella norma.
Dentro di lei, però, sente il disagio di un tempo che scorre sempre uguale, privo di prospettive, senza la possibilità di realizzare i suoi desideri più profondi.

Guarda fuori dalla finestra. Ormai è estate, e il volo degli uccelli le pare un’espressione di libertà che a lei non è concessa.

Chiara è un po’ come tutti noi e la sua storia è come la nostra, quella che possiamo osservare se abbiamo la forza di guardarci dentro e superare i nostri confini, fino a raggiungere un cambiamento, il punto di svolta oltre il quale volere sempre di più, con felicità e anche un pizzico di tenacia.

Igor Sibaldi sarebbe fiero dei problemi che Chiara ha trovato, della volontà di raggiungere la libertà di quei voli che osservava dalla finestra e che l’hanno portata al punto di svolta verso un futuro diverso.

 

L’inizio del Viaggio: il tuffo nei problemi

Chiara inizia questo viaggio all’improvviso.

Il mondo che le sta attorno ha fissato delle rigide regole che Chiara osserva da tempo: i doveri quotidiani, che tracciano un passato pesante e un futuro rigido, devono essere controllati in ogni aspetto per essere giudicata “brava, buona e bella”.

Pian piano si è lasciata trasportare in un mondo stretto e costretto, senza spazi di espressione creativa. Il “dovere” è il mantra di ogni giorno.

Il “non sentirsi a suo agio” in queste regole è dovuto al suo vissuto personale e alla sua relazione con il sistema di controllo che c’è attorno a lei, ma soprattutto dentro di lei.

“Ho sempre questa esigenza di tenere tutto sotto controllo, in ogni istante del giorno e della notte”.

Del resto, non farlo comporta il non rispettare le regole che impongono di essere bravi e diligenti. Non farlo non è contemplato: è come se, venendo meno alle regole, il mondo potesse crollare.

Chiara è come sdoppiata. Una parte di lei è consapevole di ciò che sta accadendo e del grigiore di cui si colora vivendo sotto quelle regole quotidiane: si osserva dall’esterno e vede che dentro di lei c’è una seconda Chiara.
L’ altra se stessa, invece, è tenace nel mantenere il controllo.

conoscere se stessi

Una parte di lei, infatti, è completamente immersa in un mondo di regole, perfettamente immedesimata nei ruoli quotidiani di madre, moglie, lavoratrice, figlia, consumatrice, sportiva, schierata politicamente, e così via. Va dritta verso il suo obiettivo di efficienza quotidiana.

L’altra Chiara, la prima, riesce ad osservarla perché è oltre, ma il suo alito di vento a volte è lontano: si trova in un punto un po’ più in là, legata alla speranza che da quel tunnel senza luce si possa anche uscire.

La Chiara Autòs, cioè la Chiara un po’ rigida e immersa nei doveri, rinchiusa nell’orizzonte ristretto della mente ordinaria, non vuole assolutamente perdere il controllo. L’Autòs di Chiara non vuole demordere e fa scelte che la allontanano da quel cambiamento che assume l’aspetto delle paure più grandi.

Il cambiamento è l’esatto opposto del controllo. Il cambiamento fa paura.

 

Dal Controllo al Cambiamento

Così ragiona la mente, mantenendoci nel tanto rassicurante status quo.
È così che veniamo addomesticati nei nostri sistemi sociali, di credenze, politici, religiosi. È una versione collettiva di una mente che vuole rimanere ancorata a ciò che conosce, che è facilmente gestibile e controllabile.

Chiara sa che per uscire dalle regole che non le consentono di esprimere ciò che ha dentro deve affrontare un cambiamento, e quindi perdere il controllo.

Chi controlla non è mai disposto a cedere spazio: grande energia viene spesa affinché non avvengano cambiamenti che modifichino lo stato delle cose, anche dentro di noi.
Quando siamo immersi nel nostro status quo spendiamo molta energia per cercare di rimanervi e sentirci al sicuro, convinti che ogni cambiamento porterebbe grandi disastri, sofferenze, perdite.
Eppure, non ci rendiamo conto che siamo noi stessi i nostri carcerieri.

Questo è il fulcro. Questo è il centro. Per vederlo, però, bisogna librarsi in alto.

 

Non è come quando dici le bugie

Chiara lo capisce questo fulcro. Lo ammette.
Si rende conto che accorgersi di avere un Autòs interiore molto spaventato, ma anche fortemente al comando, non è come quando dici una bugia e vieni scoperto.

Quando la tua bugia viene scoperta, il palcoscenico cade e tutto il mondo si riorganizza attorno alla nuova realtà, ripartendo su una strada diversa, non menzognera: sei stata scoperta e ricominci con un’altra azione.

No, non funziona così con la nostra testolina.

Ogni santo giorno bisogna ammetterlo, esercitarsi, prendere confidenza, tentare nuove strade perché Autòs, la sua paura e il suo bisogno di controllo avranno sempre voglia di tornare nel piccolo mondo che già conoscono.

Noi non siamo fatti per rimanere nel mondo conosciuto: quella parte di noi che ama il controllo ci è utile per le azioni pratiche quotidiane, che non dobbiamo re-imparare ogni volta.
Per il resto, siamo scoperta, immaginazione, stupore e questo è ciò che Chiara da qualche parte manteneva vivo.

È quello che ciascuno di noi, in fondo, sa.

scoperta

 

Poi tutto Cambia e si Esce dai propri Confini

Come fa Chiara ad attivare la forza del cambiamento?

La storia di Chiara ci aiuta a scorgere alcuni schemi che possono valere anche per noi, per uscire da quei confini per i quali non siamo fatti, attraversando il deserto di cui parla Igor Sibaldi.
Chiara ha messo in pratica, senza conoscerlo, il Metodo Metafisico, il famoso Competence Without Comprehension di cui Igor Sibaldi parla spesso.

Chiara fa una cosa mentre compie il suo percorso: si proietta idealmente nel suo futuro.
Immagina se stessa in un periodo in cui è una persona diversa, fa cose diverse, si sente entusiasta, realizza alcuni suoi progetti che da tempo vede come possibilità lontane. Si sente felice e libera.

Chiara visualizza un futuro che non c’è, ma che inizia a vedere come possibile: lei vuole uscire dalla realtà attuale che le sta stretta e diventare la Chiara che è nel suo futuro immaginato.

Un futuro in cui non fa solo quello che fanno tutti, in cui è una persona normalissima, ma in cui è anche felice e libera da quel mondo così stretto che sta vivendo ora.

Si toglie di dosso un vestito che la infastidisce e la costringe in una condizione asfissiante.

libertà

 

Questa problematica, in quel futuro, non la rappresenta più e ciò che vede di sé tra qualche anno è una condizione di grandi possibilità.

Chiara, metafisicamente parlando, inizia a vivere secondo il principio di scopo, abbandonando il principio di causa-effetto: il futuro che vuole la aiuta a cambiare il presente affinché tutto si avveri.
Così è stato e così è sempre, per chiunque di noi.

 

La Libertà come Desiderio

“Non ero libera di scegliere perché sottostavo morbosamente a leggi e legacci che io stessa mi ero creata.”

Il tema della libertà ritorna spesso nella storia di Chiara: non si sente libera e questa condizione inizia a generare in lei un desiderio che, pian piano, riduce la forza di Chiara Autòs a tal punto da poter immaginare un momento in cui nuove porte si spalancano. Il cambiamento è stato desiderato.

Un ricordo fa capolino nel suo presente, fra un problema e l’altro: devi solo vivere la vita.
Si accorge che non sta vivendo, che è sempre occupata a pensare a come rimanere nei suoi problemi, così rassicuranti.

La strada che ha intrapreso è una strada che ha percorso da sola, dentro di sé, anche se accanto ha avuto tante persone che hanno continuato a starle vicino.
Perché, come lei stessa dice, “non c’è nessuno che possa davvero vedere e sentire quel che hai dentro” ad eccezione di quella Chiara che, da qualche parte, vedeva la vita scorrere e che, a un certo punto, ha desiderato un futuro diverso.

La strada del guerriero è la strada di tutti noi.
Non si tratta propriamente di battaglie, anche se portiamo addosso una serie di cicatrici ideali, raccolte nel corso di prove, scoperte e tentativi, a volte estremamente dolorosi. Dice Sibaldi: “Se tu scopri, non puoi sbagliare. Si comincia a sbagliare non appena si smette di scoprire”.

E se scrivessi “Non ascoltare gli altri, che non sanno quello che dicono” non sapreste dirmi se a dirlo sia stata Chiara o Igor Sibaldi. Ma non ha importanza, purché possa ispirare.

Chiara il suo percorso lo ha fatto. Si è aggrappata alla vita ed ha lasciato il suo passato, con una grande forza di perdono verso se stessa che l’ha portata avanti verso quel futuro che continuamente si crea e si ricrea con nuovi desideri.

Chiara sa che non le basta e non le basterà mai. Chiara ha esteso così tanto i suoi confini da essersi abituata a un Io molto più vasto, che non vuole smettere di fare nuove scoperte.

Chiara ha avuto una volontà talmente potente che oggi vive di entusiasmo, con una visione avida di futuro e di desideri perché “i problemi ti portano giù, ma io voglio salire sempre più su”.

Nei suoi occhi passa l’immagine di una forza realizzatrice che, se ha saputo trovare lei, potrà trovare anche noi tutti.

 

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Il Metodo Metafisico Life Strategies

Come Risolvere i Problemi (anche i più complessi) in 7 passi

Tutti noi, nella nostra vita quotidiana, siamo alle prese con difficoltà più o meno grandi.

Qualcuno forse si ritrova a gestire alcune tensioni sul posto di lavoro; altri, magari, vorrebbero capire come migliorare i propri rapporti familiari, o quale sia il modo più rapido per raggiungere un obiettivo personale.

Qualunque sia il problema che vorremmo superare in questo momento della nostra vita, quel che è certo è che tutti abbiamo bisogno di trovare soluzioni semplici anche ai problemi più complessi, per non lasciare che questi ci impediscano di vivere in modo sereno, ostacolando la nostra crescita.

Il Problem Solving Strategico® e il Dialogo Strategico, sviluppati dallo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone, rappresentano tecniche avanzate che ci aiutano a risolvere in modo efficace anche le situazioni più complicate, davanti a cui, a volte, rischiamo di bloccarci.

 

Per fare questo, Nardone suggerisce di utilizzare degli autoinganni strategici che ci spingano oltre le solite forme di ragionamento e i soliti tentativi ripetuti, consentendo alle risorse della nostra mente di emergere e di esprimere a pieno la nostra creatività.

Infatti, quando ci troviamo di fronte a una difficoltà – sia essa personale, relazionale o professionale – di solito utilizziamo qualche strategia già sperimentata con successo in passato.

Se la strategia scelta funziona, la difficoltà si risolve in breve tempo.

Se, invece, la nostra strategia non funziona come ci saremmo aspettati, continuiamo ad insistere, complicando ulteriormente la situazione iniziale. Così facendo, le tentate soluzioni messe in atto finiscono per alimentare il problema.

Per impedire che ciò accada, bisogna rompere questo circolo vizioso lavorando su come funziona il problema piuttosto che sul perché esiste, sulla ricerca delle soluzioni piuttosto che delle cause.
In questo modo, il nostro punto di osservazione si sposta verso una prospettiva più elastica e funzionale, con maggiori possibilità di scelta.

 

Ecco i 7 passi da seguire secondo Giorgio Nardone.

 

1. Definire il problema concretamente

L’accento va posto su come il problema si presenta ora, in questo preciso momento, e su come funziona. Chiediamoci: cos’è effettivamente il problema? Chi ne è coinvolto? Dove si verifica? Quando appare? Come funziona?

In questa fase è utile anche immaginare come potrebbero percepire il problema altre persone che conosciamo bene, assumendo il loro punto di vista. Ciò apre la strada ad una percezione diversa e più ampia, dando al problema delle nuove prospettive.

 

2. Stabilire l’obiettivo

Una volta definito il problema, il passo successivo è quello di stabilire concretamente i cambiamenti che, una volta realizzati, risolveranno il problema. In questo modo avremo chiaro davanti a noi l’obiettivo e la realtà concreta che vogliamo raggiungere.
Chiediamoci: cosa è necessario toccare, vedere, sentire e provare affinché si possa dire effettivamente che il problema è risolto.

 

3. Valutare tutte le soluzioni fallimentari tentate fino ad ora

L’analisi di tutte le soluzioni tentate finora per risolvere il problema senza successo non è casuale. Cos’è, infatti, che mantiene alimentato un problema se non il suo tentativo fallimentare di combatterlo?
Detto in altri termini, sono proprio le tentate soluzioni che mettiamo in atto ripetutamente ad alimentare il problema che vorremmo risolvere.

Concentrando l’attenzione su questi aspetti, capiremo cosa non fare e cercheremo soluzioni alternative.

 

4. La tecnica del come peggiorare

Questa tecnica consiste nel rispondere alla domanda: se volessi peggiorare ulteriormente la situazione invece di migliorarla, come potrei fare? Questo quesito gioca un ruolo importantissimo nella risoluzione, in quanto ha l’effetto di creare un’avversione verso tutte le possibili azioni fallimentari compiute in precedenza, aumentando la nostra motivazione al cambiamento.

 

5. La tecnica dello scenario oltre il problema

Grazie a questa tecnica possiamo immaginare nei dettagli lo scenario che si presenterebbe al di là del problema, una volta che questo sarà pienamente risolto o una volta che il nostro obiettivo sarà raggiunto. Dobbiamo visualizzare quali sarebbero tutte le caratteristiche della situazione ideale che si presenterà dopo aver realizzato il cambiamento strategico.

In questa fase l’immaginazione viene lasciata libera di costruire lo scenario, per poi selezionare gli aspetti realizzabili concretamente in seguito.

 

6. La tecnica dello scalatore o dei piccoli passi

La successiva cosa da fare è concentrarsi sempre sul più piccolo cambiamento da realizzare, proseguendo per piccoli passi.

Questa tecnica è definita “dello scalatore” perché segue il ragionamento di uno scalatore che vuole raggiungere la vetta: invece di studiare il percorso partendo dalla base della montagna, lo scalatore parte dalla vetta e procede a ritroso fino al punto di partenza. Questo serve per evitare percorsi fuorvianti rispetto all’obiettivo da raggiungere.

raggiungere gli obiettivi

 

7. Aggiustare progressivamente il tiro

Se il problema fosse complesso al punto da richiedere un insieme di soluzioni in sequenza, è fondamentale non affrontare insieme tutti i problemi e iniziare, invece, da quello più accessibile sul momento. Una volta risolto il primo, si passerà al secondo e così via.

Sarà così possibile aggiustare progressivamente il tiro, tenendo sempre bene a mente dove si vuole arrivare in concreto e agendo in modo dinamico per far fronte a tutti i cambiamenti che si potrebbero presentare lungo il percorso, fino a giungere alla soluzione stabilita.

 

Questi sono i 7 passi del Problem Solving Strategico® di Giorgio Nardone, attraverso cui possiamo trovare, in tempi brevi, soluzioni alle difficoltà che ognuno di noi affronta in ogni ambito della propria vita, sia personale che privata.

Oltre a questi 7 step, Nardone ha sviluppato anche una serie di tecniche avanzate di Dialogo Strategico per adattare la nostra comunicazione a diverse situazioni, così da entrare facilmente in sintonia con gli altri e superare velocemente i conflitti quotidiani, migliorando la qualità delle nostre relazioni.

 

Per scoprire come applicare il Dialogo Strategico sia nel lavoro, che nei rapporti interpersonali, clicca qui.

Potrai partecipare a L’arte di Dialogare Strategicamente, il nuovo corso di Giorgio Nardone in cui apprenderai quali sono le parole da usare per stabilire intese di lunga durata e come comprendere meglio te stesso e gli altri attraverso le domande giuste.
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Come Cambiare in tempi brevi: il Dialogo Strategico di Giorgio Nardone

L’interazione è una costante della nostra vita che accompagna ogni nostra azione e decisione, dalla più piccola alla più importante. Per interazione non si intende solo lo scambio di informazioni tra noi e gli altri, ma pure il dialogo interiore che, ad ogni istante, abbiamo con noi stessi.

Pensiamo, ad esempio, a tutte le volte che la collaborazione con i colleghi è fondamentale per concludere un progetto di lavoro, o a tutte le volte che dobbiamo gestire le obiezioni dei clienti in modo costruttivo per trasformare le loro critiche in spunti per crescere e migliorare.

Il modo in cui ci rapportiamo con gli altri non determina solo le nostre relazioni professionali, ma anche la nostra vita privata: è il caso dei normali conflitti quotidiani che possono sorgere tra genitori e figli, o delle piccole incomprensioni all’interno della coppia, o ancora dei dubbi su noi stessi e sulle nostre capacità che, a volte, ci frenano, ponendo dei limiti al nostro desiderio di cambiamento.

Uno degli errori più comuni sta nel ritenere che la realtà circostante non dipenda da noi. Questo è vero solo in parte: infatti, anche se non possiamo controllare il mondo esterno, possiamo cambiare la nostra percezione di esso e di tutto ciò che ne fa parte, comprese le nostre interazioni con gli altri e con noi stessi.

Questo è proprio uno degli obiettivi del Dialogo Strategico ideato da Giorgio Nardone, psicologo e psicoterapeuta, fondatore insieme a Paul Watzlawick del Centro di Terapia Strategica di Arezzo.

 

Il Dialogo Strategico

Il Dialogo Strategico si fonda sul principio del “conoscere cambiando”: se la terapia tradizionale sostiene che, per raggiungere nuovi traguardi, bisogna prima analizzare i propri comportamenti, indagarne le cause, capire perché il nostro modo di agire e di pensare non è il più efficace a raggiungere i nostri scopi, l’approccio strategico di Nardone è molto più pragmatico.

Questo metodo non è incentrato sulla spiegazione logica di un problema e sulle istruzioni da seguire per risolverlo, bensì su una serie di tecniche che permettono a ciascuno di noi di vivere, fin da subito, nuove esperienze, cambiando già dal primo momento la nostra percezione delle difficoltà.
In questo modo, il Dialogo Strategico ci accompagna lungo un percorso di conoscenza esperienziale, durante cui, passo dopo passo, facciamo luce sui meccanismi che compongono i problemi, proprio mentre scopriamo anche la loro soluzione.

soluzione

 

Le tentate soluzioni ripetute

Questo è possibile perché il Dialogo Strategico agisce direttamente su quelle che Nardone definisce tentate soluzioni ripetute, cioè le azioni e i comportamenti che siamo abituati a replicare in varie situazioni, anche se non sono quelli più funzionali.

Ciò avviene perché la nostra mente tende naturalmente a ritenere corretto quello che in passato ci ha permesso di raggiungere un obiettivo o superare un ostacolo.
In realtà, per quanto due situazioni possano essere simili, non saranno mai identiche tra loro, perciò è necessario adattare continuamente le nostre azioni e i nostri pensieri alle diverse condizioni che affrontiamo nel corso della vita.

Il Dialogo Strategico, attraverso le sue tecniche innovative, ci permette proprio di percepire direttamente la disfunzionalità di cui eravamo inconsapevoli fino ad un attimo prima, stimolandoci automaticamente a correggere i nostri comportamenti abituali con altri più adatti al nuovo contesto.

Ecco perché il Dialogo Strategico è una delle forme di comunicazione più avanzate ed efficaci sia per conoscere meglio noi stessi, che per migliorare i nostri rapporti con gli altri!

 

Giorgio Nardone, con le proprie ricerche nell’ambito della Terapia Breve Strategica, ha sviluppato dei protocolli specifici per il trattamento di particolari patologie e disturbi (tra cui, ad esempio, fobie, ossessioni, disturbi alimentari). Inoltre, il Dialogo Strategico è molto efficace anche in ambito sportivo e in situazioni quotidiane, aiutando tutti noi a raggiungere una maggior consapevolezza di noi stessi, delle nostre risorse e a sviluppare le nostre capacità sia in ambito personale che professionale.

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Come guardare il mondo dalla giusta prospettiva e trovare la via per vivere sereni

Oggi il progresso della tecnologia, le conoscenze scientifiche e la fiducia nella logica hanno una profonda influenza sulla vita quotidiana di ciascuno di noi.

Ogni nostra più piccola azione, a lavoro come nel tempo libero, è svolta attraverso mezzi che la rendono più agevole e immediata: ci teniamo in contatto con telefoni cellulari e social network, gestiamo gli impegni professionali grazie a software di vario genere e ci scambiamo documenti tramite email, monitoriamo la nostra attività sportiva usando applicazioni su smartphone, andiamo a caccia di nuove ricette su Google o forum di cucina, prima di andare a dormire leggiamo libri su tablet.

Il fatto che tali strumenti abbiano portato cambiamenti così notevoli nella nostra vita di ogni giorno, ci fa sorprendere delle capacità della mente umana: passo dopo passo, progresso dopo progresso, la scienza e la logica hanno permesso alle nostre conoscenze di avanzare, con la speranza che magari, un giorno, riusciremo a comprendere tutti i fenomeni che ci circondano.

Eppure questa situazione, a pensarci bene, racchiude alcune contraddizioni.

Se davvero, nel tempo, la mente umana si è avvicinata e continua ad avvicinarsi sempre più alla sapienza, allora questo dovrebbe anche avvicinare ciascuno di noi alla serenità e alla soddisfazione, ma questo non è un obiettivo così semplice da raggiungere.

Chi di noi può dire di non aver mai provato la sensazione che la propria vita non stesse andando nella direzione che davvero desiderava?

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Non sempre sappiamo il motivo di queste emozioni: a volte, dopo esserci impegnati tanto per raggiungere un traguardo personale o per conquistare una posizione di lavoro, una volta ottenuto il nostro scopo continuiamo comunque a sentirci inappagati, senza capirne il motivo. Da cosa dipende questa confusione?

Lo scrittore Igor Sibaldi, con le proprie ricerche, fornisce una risposta a questa domanda.

 

Sibaldi e la Metafisica: la via per conoscere meglio se stessi

Secondo Sibaldi, le varie forme di conoscenza umana (come la scienza, la tecnologia e la religione) non possono in alcun modo avvicinarci a una profonda consapevolezza di noi stessi e del mondo, perché queste non sono che contenitori limitati di tutto ciò che possiamo conoscere.

L’errore in cui tutti noi cadiamo sta nel porci domande per capire e comprendere la realtà intorno a noi, anziché per scoprire ciò che non sappiamo ancora.

Così facendo, infatti, ci poniamo solo alcuni quesiti, sempre gli stessi. Con una vista così limitata sull’ambiente circostante e sulle nostre possibilità di sviluppo, non è possibile conoscere a fondo se stessi, i propri desideri e il proprio Io autentico.

Al contrario, solo facendo fluire liberamente i pensieri, senza permettere ai pregiudizi, alle certezze e al timore delle opinioni altrui di ostacolarne il percorso, potremo porci le domande giuste grazie a cui trovare risposte sempre nuove ed osservare il mondo con occhi sempre diversi.

Proprio questo è lo scopo della Metafisica secondo Sibaldi: permetterci di intendere la realtà più che di capirla, cioè tendere verso tutto ciò che non abbiamo ancora compreso, così da spingerci continuamente oltre i nostri limiti e portare lo sguardo sempre un po’ più in là rispetto ai confini precedenti, in una scoperta del mondo e di noi stessi che non ha fine.

“Il mondo non è comprensibile, ma è abbracciabile.”
Martin Buber

 

Mettere in pratica la Metafisica nella vita di tutti i giorni significa rientrare in contatto con gli aspetti più profondi del proprio essere e superare tutti i preconcetti, i dubbi e i timori che finora hanno ostacolato la nostra piena crescita personale, acquisendo consapevolezza della vita che vogliamo davvero per noi.

Per incontrare Igor Sibaldi ed esercitarti personalmente con lui ad applicare la Metafisica nella quotidianità, clicca qui.

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L’arte del farsi domande: come superare i propri limiti

Quando un bambino non ha più domande, è diventato uomo.
Arto Seppälä

Fare domande, continuamente e su qualsiasi argomento, anche su quelli che noi adulti consideriamo ovvi e banali: probabilmente è questa una delle caratteristiche dei bambini che più ci sorprende.

Anche la scienza ha studiato la loro spontanea e continua curiosità, individuando una fase che tutti noi attraversiamo nel corso della vita: la cosiddetta età dei perché.

L’età dei perché ha inizio intorno ai due anni, momento in cui le nostre capacità di linguaggio cominciano a svilupparsi. Questo permette ai più piccoli di esprimere tutto il loro stupore verso il mondo.

Le domande dei bambini non servono solo a conoscere ciò che ancora non sanno, ma anche a capire perché non sempre possono fare ciò che vorrebbero. Ecco allora che ci pongono domande come “perché devo dormire?” o “perché non posso andare subito a giocare?”.
Per loro è incomprensibile non assecondare i propri desideri e i propri istinti, al contrario di noi adulti, che ce ne dimentichiamo quotidianamente pur di non trasgredire la famosa regola prima il dovere, poi il piacere.

Questi interrogativi potrebbero sembrarci sciocchi, eppure basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per rendersi conto che i bambini possono insegnarci qualcosa di molto importante per vivere sereni: come tornare in contatto con le nostre emozioni e con le nostre aspirazioni.

 

L’arte di porsi domande

Igor Sibaldi, autore ed esperto di filosofia e teologia, ci ricorda che tutti noi, da bambini, siamo stati dei veri esperti nell’arte del fare domande.
Da piccoli ci chiedevamo il perché di tutto, senza dare mai nulla per scontato: la nostra immaginazione correva veloce, molto più veloce delle risposte che i nostri genitori o i nostri insegnanti ci davano, e non ponevamo limiti alle nostre possibilità di scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo e speciale.

Poi, crescendo, qualcosa dentro di noi cambia: le domande che ci poniamo sono sempre meno, la meraviglia per ciò che ci circonda si affievolisce, la nostra sete di conoscenza si smorza, e più che alimentarla attraverso quesiti spontanei la spegniamo con le risposte che la società ci fornisce, ancora prima di scoprire cosa vogliamo davvero.

In questo modo, ognuno di noi si rinchiude in quello che Sibaldi definisce un sottomondo, cioè una realtà molto più ristretta e limitata rispetto a quella che esploravamo da bambini, quando siamo liberi da pregiudizi e ci lasciamo guidare solo dalla gioia e dal piacere derivanti dalla conoscenza.

 

La vita nel sottomondo

Se da piccoli il nostro sguardo riusciva a cogliere un orizzonte sconfinato, e in qualsiasi direzione guardassimo riuscivamo sempre a portare i nostri occhi un po’ più in là, crescendo perdiamo questa dote. Invece di continuare ad assecondare la nostra fantasia, seguire i nostri sogni, indagare la realtà unicamente sulla scia dei nostri veri desideri, lasciamo che tutti questi stimoli spontanei vengano sostituiti dai giudizi altrui su ciò che è giusto o sbagliato, dall’opinione comune su cosa possiamo fare e cosa no.

Piano piano, dal centro di un mondo vastissimo, libero da limiti di qualsiasi genere, ci spostiamo in una piccola porzione di realtà che altri hanno definito per noi.
Inizia così la nostra vita nel sottomondo: una realtà fatta di certezze, ossia insegnamenti che abbiamo assimilato senza mai metterli in discussione, e cose a cui crediamo perché seguiamo l’esempio di quelli che ci stanno accanto, convincendoci che solo se siamo come loro verremo apprezzati.

relazioni con gli altri

 

Non tutti si rendono conto di questo passaggio da una realtà illimitata al sottomondo, perché col tempo ci dimentichiamo di quanto fosse vasto il nostro orizzonte in passato, di quante più cose avessimo la possibilità di scoprire e provare prima di limitarci.
Soltanto chi ha il coraggio di ricominciare a porsi domande, secondo Sibaldi, ha l’opportunità di riportare il proprio sguardo e i propri pensieri sempre più in là, tornando piano piano a riprendere consapevolezza del proprio Io autentico.

 

Il potere della Metafisica

Questo è, per lo scrittore, lo scopo della Metafisica: fornire lo strumento attraverso cui ognuno di noi può giungere oltre i propri limiti, le proprie certezze, rimettendo in discussione i presupposti che finora hanno ostacolato la piena realizzazione del nostro vero essere.

Attraverso il Metodo Metafisico Igor Sibaldi ci guida in un viaggio alla riscoperta di noi stessi e alla ricerca della vera felicità nascosta dentro di noi, che può essere portata alla luce solo superando le paure e le insicurezze che restringono i confini della nostra conoscenza.

 

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