Metti una mattina, le faccende, Igor Sibaldi ed io

Igor Sibaldi, studioso di teologia, filologia, filosofia e storia delle religioni, scrittore ma soprattutto qualcuno che mi sta mostrando una strada efficace per cambiare, per dare un senso a molte intuizioni che già avevo, dice che per uscire dai nostri confini e per andare al di là del deserto non dobbiamo essere un noi, ma dobbiamo essere un Io; abbiamo sempre saputo invece che per cambiare le cose è necessario fare gruppo, fare rete, unire le forze e utilizzare la forza delle masse. Dobbiamo essere uniti è il mantra che ci ha accompagnato fino ad oggi, ma Sibaldi ci spiazza quando dice che dobbiamo occuparci della nostra personale lotta.

Ci si può pensare, in una qualsiasi mattinata mentre passiamo l’aspirapolvere: il momento ideale per fare metafisica e porsi delle domande. Soprattutto su quanto lui dice.

 

Fare gruppo o fare l’individuo

Questa mattina mi sento un po’ giù di morale: mi sembra spesso di girare a vuoto e di non realizzare nulla.
Lavoro tanto e mi sembra di non concludere alcunché, di non arrivare da nessuna parte.
Giro attorno alle cose.

Continuo poi a fare confronti con gli altri: li guardo e mi sembrano sempre bravi, efficaci, realizzativi.
Degli altri noto che hanno la capacità di uscire dalla “zona di comfort” e anche di uscire proprio, di relazionarsi, di mettersi in gruppo e realizzare progetti. Di prendersi dei rischi.

rapporto con gli altri

 

Il fatto è che in casa propria si sta bene. Non a caso oggi mi dedico a tirarla a lucido, aspirapolvere alla mano.

Per fare passi avanti però sento, sentiamo, di dover uscire, in tutti i sensi: stare chiusi in casa non fa raggiungere alcun risultato. Giusto?

Sembra sempre che gli altri facciano meglio: nascono contatti, si fa rete, gruppo, comunità, anche affiatata. Ci si cerca.

Fare comunità non è da tutti. Costruire il noi è difficile e richiede costanza, impegno, capacità di relazione e negoziazione. Non è certo sempre “rose e fiori”.

L’individuo deve cedere il passo alla volontà del gruppo e non è per niente facile mettersi da parte per far spazio ad un obiettivo collettivo.

Tra un rumore di aspirapolvere e angolini da ripulire, rifletto sul perché mi è così difficile fare gruppo pur ritenendolo razionalmente una scelta ideale.

Mi è ostico ma sono anche un po’ allergica a tutto ciò. Sono una persona decisamente scomoda da gestire e che difficilmente si piega alle logiche imposte o suggerite da un gruppo.
Non mi piace piegarmi. Effettivamente. Sono ribelle.

 

I primi dubbi, le prime domande

Così mi è venuto in mente Igor Sibaldi, che spesso parla di disobbedienza come di un elemento importante dell’Io.

Come disobbediente vado alla grande: disobbedisco anche a ciò che io stessa reputo razionale. Mi disobbedisco da sola. Sorrido mentre ripasso con l’aspirapolvere la stessa mattonella da almeno due minuti.

Sibaldi dice chiaramente che il creare un noi, un gruppo in cui perdere una parte di sé, un concetto collettivo, non è la strada migliore. Non è la strada  per superare i nostri confini personali e ricercare la connessione con un Io molto più grande. Il contrario di ciò in cui credono in molti, me compresa. Invece, dice lui laconico: “Se c’è un ‘noi’ non esiste connessione”.

Mi fermo e spengo l’aspirapolvere. Devo solamente cambiare stanza, ma effettivamente inizio a pormi delle domande perché tutto questo mette in crisi alcune certezze.

Sicuramente non solo mie. Davvero il tema di comunità, rete, gruppo non è da perseguire?

Adesso bisogna uscirne da soli: la nostra è un’epoca di Noè. Noè non portò tanti umani sulla sua arca … si salvò da solo o quasi.

È il tema cardine del cambiamento, del costruire un mondo migliore: tornare all’Uno, connettersi, diventare un’unica cosa in un nuovo kosmos in cui non ci sarà più l’Io, con la sua individualità, ma solo un’unica entità, l’unica mente, l’unica volontà.

Sono nate filosofie, ideologie, religioni perché si pensava che da certe trappole della vita si potesse uscire in gruppo, con la forza del gruppo. Effettivamente sono due concetti opposti. Almeno all’apparenza.

Ci rifletto su, provo a guardare le cose da punti di vista differenti e inizio a pormi delle domande:

Sibaldi dice che per fare metafisica dobbiamo porci delle domande, fare come i bimbi che si chiedono sempre il perché e il senso delle cose. Farò metafisica con quello che ho ascoltato da lui. Si può fare metafisica su quello che ci dice Sibaldi? Credo non gli dispiaccia.

ascoltare se stessi

 

Non dobbiamo perderci in un gruppo, con le sue regole, il suo pensiero comune, il limitare dell’azione singola, con la sua gerarchia.

Dobbiamo essere un Io.

Un Io che si occupa della sua personale lotta, interiore, con il suo io piccolino.
Ma cosa significa?  Non sembreremmo egoisti a pensare soltanto a noi stessi?

Provo a trovare un elemento in comune, recuperandolo dal passato quando incontrai  una certa storia.

Seguimi. Intendo seguimi mentre passo l’aspirapolvere lungo le stanze di casa mia.

La storia è questa:

Dobbiamo tornare al Tutto perché è successo che un tempo il Tutto decidesse di scendere in questo mondo in cui sperimentare il concetto di separazione. Si è frammentato in varie individualità per capire come poteva sentirsi non essendo connesso. Decise quindi di vivere e sperimentare questo “gioco”, con gioia e piacere. Essendo quindi separati e giocando di vero impegno, le individualità si sono immedesimate in questa realtà perdendo memoria della connessione da cui provenivano e credendo infine di essere state in origine creature separate da tutto il resto.

Il “velo” di cui si sente parlare spesso è questa separazione che crediamo sia reale. Stiamo ancora giocando, convinti che sia estremamente serio, e cercando una maniera per tornare ad un’origine che in qualche modo sentiamo, in lontananza, essere nostra.

In una realtà di individualità, cerchiamo di sperimentare la connessione creando gruppi, comunità, reti e tutto quello che ci dà la possibilità di provare il tema dell’unione.
Un gioco che stiamo giocando troppo bene. Per noi non è più un gioco.

È una storia che ho sentito diversi anni fa e ogni tanto mi torna alla memoria.

Cosa c’entra con Sibaldi e con l’indicazione di curarci del nostro Io
Perché se è un gioco, penso, allora il nostro compito è giocare bene.
Non ci dice, forse, Sibaldi, di vivere e ricercare il nostro piacere? Cosa c’è di più piacevole che giocare un gioco e farlo con il piacere di giocarlo fino in fondo, sapendo che è un gioco? Dobbiamo sperimentare l’individualità, dice la mia storiella, e dobbiamo occuparci dell’Io, dice Sibaldi. Qui c’è il punto in comune.

Eureka!

Eureka nel senso che ho terminato di passare l’aspirapolvere. Farlo è un gioco che non mi piace per niente…

 

Il torto dell’aver ragione

Allora giochiamo, ma diventiamo consapevoli che è un gioco. E se è un gioco possiamo spingerci sempre un po’ più in là, tentare, sbagliare, riprovare, godere di ciò che scopriamo, immedesimarci in giochi sempre diversi: il nostro sperimentare prima o poi avrà fine; nel frattempo divertiamoci.

E’ quello che Sibaldi definisce come l’accorgersi e poi perseguire ciò che ci piace, come elemento di grande e fortissima connessione.

Adesso è il tempo in cui le tue scoperte le fai da te.

Toh! Più gioco e più mi connetto. E più mi connetto e più giocherò finché quel Tutto… mah, forse lo ritroverò. Non so… ho ancora molto da imparare, mi mancano alcuni elementi.

Ho però capito che dobbiamo vivere il gioco ponendoci un obiettivo diverso da quello che ci siamo posti fino ad ora: dobbiamo scoprire l’Io e se siamo qui è per concederci questa esperienza di Io che diventa sempre più grande ed esce dai suoi confini. Senza disperarci ma orientandoci verso ciò che è bello e piacevole, verso l’immaginazione e la capacità di desiderare sempre più in grande.

superare i propri limiti

 

Sarà proprio così?

Dobbiamo avere aspirazioni personali senza perdere la nostra identità nei vari gruppi che incrociamo lungo la strada. Quale strada?

Quella nel deserto.
Nel deserto non mi basterà il mio aspirapolvere… troppa sabbia…
Quando ci accorgiamo che la vita è come un gioco possiamo iniziare ad astrarci e a guardarla a distanza, da punti di vista differenti e meno coinvolti. Magari da un centro, fisso come il perno di un orologio.

Sono riuscita ad unire ciò che Sibaldi dice con il tema del noi a quegli argomenti tanto cari all’esoterismo e nei quali ho visto troppe volte le persone perdersi sotto l’ala protettrice del guru di turno, delegando se stessi.

Fortunatamente Sibaldi non verrà mai a conoscere i miei pensieri mattutini, in tuta e ciabatte.

Ho fatto metafisica ponendomi delle domande e cercando le risposte.
Ho trovato il modo di dare un senso a due temi che sembrano in contrapposizione. Ora ho un punto fermo da cui ripartire.

Ecco. La metafisica sibaldiana dice anche che se hai delle certezze, se hai trovato delle risposte, se pensi di essere nella verità è il momento in cui sei lontano dalla connessione e dall’uscire dai tuoi confini, dal diventare più grande.

Sono quindi ancora dentro al mio deserto? Ho semplicemente fatto un esercizio per “avere ragione”?

Iniziamo ad uscire dal nostro deserto, i nostri confini personali, quando capiamo di avere avuto torto su tutto e rimettiamo in discussione ogni cosa che prima sapevamo essere giusta.

Oggi ho messo in discussione un tema importante ma ho voluto aver ragione. Ho voluto per forza di cose trovare quel punto in comune che salvasse le mie vecchie convinzioni, informazioni, certezze.
Accidenti! Ho avuto torto sul mio aver ragione.

Mi ci vorrà ancora un po’ di metafisica, di sane domande e di cammino mentre ancora passeggio nel mio deserto e cerco di andare oltre. Ma almeno ho iniziato a passeggiare.

Tu non sai niente: è il segreto per poter cominciare a muoversi nel deserto.

 

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Come superare la paura dell’ignoto

Domenica 21 maggio si celebra la Giornata mondiale della diversità culturale, istituita allo scopo di promuovere il dialogo tra culture, popoli e nazioni, nel rispetto della diversità e dell’unicità di ciascuno.

Anche noi italiani veniamo a contatto ogni giorno con la diversità culturale: il nostro Paese è conosciuto in tutto il mondo per la ricchezza di usi, costumi e tradizioni che cambiano non solo tra regioni, ma anche da paese a paese.

Nonostante ciò, non sempre tale ricchezza viene percepita come un punto di forza, anzi, per alcuni rappresenta quasi una minaccia: chi è diverso da noi può spaventarci, e meno ne sappiamo, più suscita la nostra diffidenza.

Allo stesso modo, anche il futuro e le situazioni inesplorate possono destare in noi una certa preoccupazione. Il meccanismo è lo stesso: tendiamo ad allontanarci da ciò che non conosciamo piuttosto che cogliere le possibilità di arricchire le nostre esperienze.

 

La paura del diverso e dell’ignoto

Simili timori sono controproducenti per la nostra serenità e per le nostre relazioni.

Ricordiamoci che viviamo in una società multietnica e globalizzata, in cui le distanze sono sempre più brevi e i confini nazionali sempre meno netti: nascere in uno Stato, vivere in un altro e viaggiare da un punto all’altro del mondo è all’ordine del giorno.
Il dialogo e la cooperazione diventano quindi fondamentali sia per arricchire la nostra identità e la nostra vita personale, che per lo sviluppo della società nel suo complesso.

paura dell'ignoto

 

Uno studio condotto dalla Ucla su un gruppo di bambini ha rivelato che la paura del diverso e dell’ignoto non è innata nell’uomo, perché le differenze non li spaventano.
Questo dimostra che siamo naturalmente inclini al confronto e all’apertura verso ciò che non conosciamo, tuttavia, a mano a mano che sviluppiamo un senso di appartenenza a una precisa identità culturale, tale predisposizione può indebolirsi.

 

Il dialogo e il confronto aiutano a crescere

Nel contesto odierno è fondamentale guardare alle differenze e alle novità come stimoli per migliorare se stessi, la propria capacità di adattamento a situazioni inaspettate e il dialogo. Si tratta di strumenti indispensabili per allargare i propri orizzonti e reinventarsi ogni giorno senza pregiudizi, raggiungendo soddisfazione e felicità!

Scenari sconosciuti come trasferimenti, nuovi lavori o rotture sentimentali possono comportare dei momenti di crisi personale delicati, accompagnati da una lenta trasformazione dei propri valori, delle proprie convinzioni e della propria identità.
Imparare a gestire tali evoluzioni, adattandosi alle circostanze che la vita ci pone davanti, permette di acquisire una mentalità più elastica e aperta.  

 

Stimolare lo sviluppo personale: come cambiare le convinzioni

Robert Dilts, che ha contribuito fin dalle origini ad innovare la Programmazione Neuroliguistica, collaborando con John Grinder e Richard Bandler, ha studiato una tecnica molto efficace per favorire la trasformazione personale.
Questa tecnica si basa sul ciclo naturale di cambiamento delle convinzioni, costituito da 6 fasi:

  1. Voler essere convinti di qualcosa di nuovo, ad esempio, della propria capacità di affrontare una nuova sfida professionale. In questa fase la convinzione è desiderabile;
  2. Diventare aperti alla convinzione, cioè mettere in discussione le idee precedenti e prepararsi ad un processo di evoluzione personale. In questa fase pensiamo che la nuova convinzione sia possibile;
  3. Essere convinti, fase in cui la nuova convinzione inizia a radicarsi nella nostra mente e iniziamo a credere pienamente nelle nostre capacità di raggiungere l’obiettivo. Qui la convinzione diventa appropriata;
  4. Diventare aperti al dubbio, momento in cui la nuova e le vecchie convinzioni vengono confrontate, fino ad abbandonare del tutto queste ultime, che altrimenti ostacolerebbero il nostro percorso di crescita. Ora crediamo che siamo in grado di raggiungere il cambiamento;
  5. Ricordare ciò di cui si era convinti, vedendone tutti i limiti rispetto alla situazione presente e rendendoci conto che il cambiamento sta avvenendo concretamente;
  6. Avere fiducia, cioè la fase finale, quella in cui raggiungiamo una piena fiducia nella nuova convinzione e cominciamo a trarne i vantaggi desiderati. Finalmente vediamo che meritiamo i risultati che volevamo.superare la paura

Per attraversare questo ciclo ogni volta che abbiamo bisogno di essere più efficaci e di risvegliare le nostre doti personali, Robert Dilts suggerisce di seguire questo esercizio con l’aiuto dell’ancoraggio:

  1. State in piedi nello spazio scelto per la fase “essere convinti” e pensate alla nuova convinzione che vorreste acquisire, fino a quando non siete completamente ancorati a questo stato;
  2. Passate nello spazio della fase “aperti alla convinzione” e fate attenzione alle emozioni che provate nel sentirvi meglio predisposti verso di essa, grazie anche all’aiuto di mentori, fino a quando non siete pronti per proseguire;
  3. Affrontate i dubbi e i timori che potrebbero sorgere nello spazio “aperti al dubbio”, valutando se ci sono vecchi elementi che vorreste conservare o se ci sono nuovi elementi che vorreste modificare, finché non sentite che ogni conflitto tra vecchie e nuove convinzioni è risolto;
  4. Spostatevi nello spazio “si era convinti” ed esaminate le differenze tra il vostro vecchio modo di affrontare la situazione e le nuove risorse personali che stanno emergendo in voi, grazie a cui agirete in modo più efficace d’ora in avanti;
  5. Raggiungete lo spazio “fiducia” e abbracciate pienamente il vostro nuovo stato emotivo, in cui vi sentirete più sicuri di voi stessi e pronti al raggiungimento dell’obiettivo.

Questo ciclo di cambiamento delle convinzioni dimostra che non esistono idee e situazioni immutabili nella vita, perché il nostro modo di reagire alle circostanze può essere adattato e potenziato attraverso le giuste strategie.

Aprirci al cambiamento e acquisire una mentalità più elastica può aiutarci tanto nel raggiungimento dei nostri obiettivi personali, quanto nel confronto con gli altri. Ogni situazione può rivelarsi un’occasione di crescita e trasformazione, avvicinandoci sempre più alla persona che vogliamo essere.

 

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Il Coraggio di Cambiare - Life Strategies

Ridere è una cosa seria! I benefici di una sana risata

C’è un’azione di cui solo gli esseri umani e pochi altri mammiferi sono capaci, eppure non è nulla di complesso, anzi, è una manifestazione del tutto spontanea. Non si tratta né dell’abilità di compiere complicati calcoli matematici, né di utilizzare avanzate capacità logiche, ma di qualcosa di davvero naturale e istintivo.

Stiamo parlando della risata, una delle prime capacità che sviluppiamo da neonati ma che poi, crescendo, pratichiamo sempre meno: pare che passiamo da 300 risate al giorno quando siamo bambini, ad appena 20 una volta adulti.

 

Ridere è una capacità eccezionale

Solo gli uomini, le grandi scimmie e alcuni pappagalli ridono e si fanno contagiare dalle risate dei propri simili, il che dimostra quanto la risata sia una capacità eccezionale nel senso letterale del termine. Ce ne rendiamo conto ancora meglio se pensiamo che tutte le persone ridono allo stesso modo, a prescindere dalla lingua che parlano e dalla cultura a cui appartengono: ridere è un vero e proprio collante sociale, che oltrepassa ogni confine e costituisce un mezzo di comunicazione comprensibile a tutti.

Ridere giova al nostro spirito e al nostro corpo in molti modi, tanto che una disciplina dello Yoga si basa proprio su tali benefici: si tratta dello Yoga della Risata, in cui esercizi di respirazione tipici dello Yoga vengono combinati ad altri per stimolare la risata senza motivo, per pura giocosità, proprio come avviene nei bambini. Il diffondersi di questa disciplina ha fatto sì che nel 1998 si tenesse la prima Giornata Mondiale della Risata, che ricorre il 4 maggio di ogni anno allo scopo di portare la pace in se stessi attraverso la risata e di diffondere questa stessa pace in tutto il mondo.

neonato ride

 

Perché ridere fa bene

Ecco alcuni fattori psicologici e fisiologici che ridere aiuta a migliorare:

  • Ridere rafforza i legami affettivi

La risata è un’emozione sociale: ecco perché ridiamo di più quando siamo in compagnia e le risate altrui ci contagiano già dal suono, ed ecco anche spiegato il ruolo (scientificamente provato) della risata nel corteggiamento.

Lo vediamo nella nostra vita di tutti i giorni: preferiamo condividere il tempo con chi ride insieme a noi e con chi ci fa ridere, scegliendo le nostre amicizie e il nostro partner anche in base a questo. La risata si accompagna a divertimento, condivisione, serenità, benessere: perciò le risate forzate sono difficili da nascondere, a meno che non si sia dei bravi attori. Quindi, più ci lasciamo andare e siamo propensi a ridere con gli altri, più i nostri rapporti interpersonali migliorano.

  • Ridere fa bene alla circolazione sanguigna

Quando ridiamo i nostri vasi sanguigni si dilatano, favorendo la circolazione del sangue e, di conseguenza, limitando il rischio di problemi cardiovascolari. Ridere abbassa la pressione e il livello degli ormoni dello stress, mentre aumenta quello degli anticorpi e di ormoni positivi come le endorfine. La famosa clownterapia si basa proprio sulla capacità di migliorare le nostre condizioni fisiologiche e di stimolare la risposta del nostro corpo alle cure mediche grazie a un umore più positivo e allegro, da ottenere anche attraverso la risata.

  • Ridere combatte paura e tensioni

Un chiaro esempio di questo effetto è dato dalle vignette umoristiche, che, oltre a mettere in luce limiti e contraddizioni della contemporaneità, combattono la paura e allentano le tensioni sociali e politiche, suscitando il riso anche in condizioni che non lo favoriscono. Ecco perché i bravi leader sono dotati anche di umorismo, qualità che rende più facile la gestione di situazioni critiche e stressanti, oltre ad aiutare le negoziazioni.

  • Ridere aumenta la resilienza

La resilienza può essere definita come lo sviluppo di risorse, nuovi obiettivi e fiducia in se stessi grazie a cui superare le sfide della vita e uscirne più forti e consapevoli. È quindi un elemento che favorisce la crescita personale, l’evoluzione e la trasformazione delle proprie capacità, non una semplice resistenza alle difficoltà della vita, come spesso si crede.

La risata e l’umorismo sono fattori importanti per stimolare la resilienza: ridere permette di ristabilire il corretto equilibrio nelle situazioni su cui concentriamo troppe attenzioni, suscitando in noi ansia e insicurezza. Quando ci sentiamo sovrastati dalle circostanze, trovare il modo di sfogare le preoccupazioni in una risata fragorosa alleggerisce emozioni e pensieri, ridandoci la giusta prospettiva.

La risata, ricaricando le nostre energie psicologiche ed emotive, ci aiuta ad essere creativi e a pensare fuori dagli schemi, il che ci permette di volgere lo sguardo verso opportunità che, magari, avevamo sottovalutato. Inoltre, l’umorismo ci aiuta a sorridere dei limiti nostri ed altrui, accettandoli con tolleranza e combattendo la tendenza controproducente al perfezionismo.

ridere fa bene

 

Esercizio del “filtro per ridere”

Richard Bandler, uno dei padri della Programmazione Neurolinguistica, ha detto:

 

“Se possiamo ridere di una cosa, possiamo anche cambiarla.”

 

Ecco perché esercitare il più possibile l’umorismo e allenarci all’ ”arte della risata” può aiutarci ad affrontare le situazioni in modo più efficace, con un maggior controllo delle nostre emozioni, reazioni e, soprattutto, con una miglior gestione dello stress di fronte alle difficoltà.

Ecco un esercizio suggerito proprio da Bandler per affrontare ogni circostanza con un sorriso:

  1. scriviamo su un foglio un problema o una difficoltà che abbiamo in questo momento;
  2. analizziamo quello che abbiamo scritto e chiediamoci: come lo descriverebbe un comico in uno sketch? Quali aspetti esagererebbe per rendere buffa la situazione? Proviamo ad immaginarlo;
  3. se quel comico dovesse imitare se stesso alle prese con quel problema, cosa farebbe e cosa direbbe? In che modo si renderebbe divertente agli occhi degli altri?

Questo esercizio, chiamato “filtro per ridere”, ci aiuta a guardare le situazioni che ci preoccupano con occhi più indulgenti e di rintracciare (o creare) aspetti divertenti anche laddove questi non sono subito evidenti. Così impareremo a ridere di noi stessi prima che degli altri, e potremo sfruttare quest’abilità per adattarci meglio ai cambiamenti e per combattere la paura di non riuscire a causa di aspettative troppo alte.

 

Per conoscere altre tecniche con cui gestire anche le situazioni più complesse con il sorriso, clicca qui.

Avrai la possibilità di partecipare al corso Il Coraggio di Cambiare, un evento senza precedenti in Italia dedicato ai temi della crescita e dell’efficacia personale.

Due giornate in cui potrai conoscere personalmente non solo Robert Dilts, che ha collaborato con Bandler contribuendo allo sviluppo della PNL e diventandone uno dei massimi specialisti in tutto il mondo, ma anche Giorgio Nardone e Jeffrey Zeig, esperti di fama mondiale di Terapia Breve Strategica e Ipnosi Ericksoniana.

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John Whitmore: il Coaching dalla teoria alla pratica

“Quelli che vogliono vincere vincono, quelli che hanno paura di perdere perdono: tendiamo a conseguire ciò su cui ci concentriamo.”
John Whitmore

 

Questa è una delle citazioni che ben rappresenta il pensiero che ha guidato il lavoro e la vita di John Whitmore, uno dei più importanti coach ed esperti di formazione a livello mondiale, riconosciuto come il Numero Uno del Business Coaching dal quotidiano The Independent e nominato, per la sua autorevolezza e il suo impegno alla diffusione del coaching nel mondo, Presidente della International Coach Federation.

 

In linea con questo spirito, negli anni Whitmore ha saputo dare spazio ad attività molto diverse, senza mai porre limiti al proprio potenziale né farsi spaventare da pregiudizi o timori riguardo le proprie possibilità di cambiamento e sviluppo personale.

Lo dimostrano i grandi traguardi da lui raggiunti in vari ambiti, apparentemente discordanti tra loro.
I primi successi, infatti, arrivarono nelle gare automobilistiche, con la vittoria del torneo European Touring Car Championship nel 1965. Ritiratosi dalle corse nel 1966, iniziò a dedicarsi alla formazione, arrivando a fondare Performance Consultants International, la prima società specializzata in Business Coaching.

Le sue conoscenze ed esperienze come coach sono raccolte nei vari libri da lui scritti, tra cui Coaching, il testo che ha maggiormente favorito lo sviluppo del coaching come strumento per promuovere l’atteggiamento e la mentalità più efficaci a raggiungere migliori traguardi nel lavoro e nella vita personale.

 

Whitmore è stato una figura di primaria importanza per tutto l’universo della formazione. Tra i suoi meriti vi è anche quello di aver contribuito ad ideare, negli anni Ottanta, il cosiddetto metodo G.R.O.W. , acronimo di
GOAL – REALITY – OPTIONS – WILL.

crescita personale coaching

 

Questo metodo aiuta a rintracciare dentro di sé le risorse utili al raggiungimento dei propri obiettivi, fornendo le strategie e le tecniche per diventarne consapevoli, farle emergere, svilupparle al massimo e poi applicarle alle proprie attività quotidiane, in modo da ottenere gli scopi desiderati.
Per riuscire in questo processo, il metodo G.R.O.W. segue i 4 passaggi seguenti, durante cui porsi domande specifiche per definire la strategia più adatta a sé e alle proprie necessità:

 

  1. Goal: stabilire i propri obiettivi

Le domande da porsi sono:

  • quali obiettivi voglio raggiungere, sia nel breve che nel lungo termine?
  • qual è il primo passo che dovrei fare per raggiungerli?
  1. Reality: analizzare la propria situazione allo stato attuale, per diventarne consapevoli

Le domande da porsi sono:

  • in che situazione mi trovo?
  • chi è coinvolto?
  • chi o che cosa la influenza?
  • posso controllarla o agire su di essa? In che misura?
  1. Options: individuare ostacoli, opzioni e strategie per raggiungere gli obiettivi.

Le domande da porsi sono:

  • quali azioni ho già messo in atto per ottenere i miei scopi?
  • quali possibilità, soluzioni, opportunità mi offre la situazione in cui mi trovo?
  • riesco a immaginare altre opzioni a mia disposizione?
  • quali di queste opzioni sono le più efficaci ed efficienti in termini di rapporto costo/beneficio?
  1. Will: delineare la strada che porterà agli obiettivi, stabilendo cosa fare, quando farlo e come sviluppare la propria motivazione.

Le domande da porsi sono:

  • posso raggiungere gli obiettivi? Attraverso quali azioni?
  • in quali tempi?
  • quali sono le risorse e le capacità che mi permetteranno di farlo?

 

Questo metodo può essere applicato con brillanti risultati tanto ad obiettivi strettamente professionali, quanto per stimolare dei reali cambiamenti personali.

Si tratta, infatti, di istruzioni che possono apportare benefici ad ogni ambito della nostra vita attraverso lo sviluppo di doti come la flessibilità, il controllo delle emozioni, la leadership, la cooperazione, l’organizzazione, la gestione del tempo e dello stress, il superamento di convinzioni e paure che limitano le nostre decisioni e le nostre azioni.

Tutti elementi che incidono sia sulle nostre performance di lavoro, che sul nostro modo di rapportarci agli altri e di reagire alle varie situazioni quotidiane: i metodi di coaching come questo, agendo su tali fattori, possono favorire atteggiamenti propositivi e la trasformazione delle difficoltà in opportunità di crescita.

Questo stesso pensiero si ritrova anche in un breve video, realizzato da Nic Askew, in cui John Whitmore parla della felicità, del coraggio di seguire la propria strada senza farsi condizionare dalle aspettative altrui, dell’importanza di ascoltare se stessi liberi da pregiudizi, del superamento dei propri limiti attraverso la ricerca delle risposte che ognuno ha già dentro di sé:

 

 

John Whitmore, con il proprio esempio e le brillanti esperienze di cui è stato protagonista, mostra chiaramente che intraprendere un percorso di coaching può aprire a nuove prospettive sulle sfide e sulle opportunità quotidiane, potenziare le proprie capacità di decisione, rafforzare l’efficacia e il valore delle relazioni interpersonali, aumentare la propria fiducia nel raggiungimento di ogni obiettivo professionale e individuale.

 

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3 soluzioni antistress per vivere più sereni

A tutti fa piacere staccare dagli impegni quotidiani e dalle questioni di lavoro per godersi un po’ di meritato relax, ma non dimentichiamo che anche queste pause possono avere un rovescio della medaglia: se, da un lato, ci permettono di ricaricarci e riposare mente e corpo, buttandoci alle spalle stress e preoccupazioni, dall’altro, quando torniamo alla quotidianità, corriamo il rischio di accelerare ulteriormente i ritmi di vita già pressanti pur di recuperare il tempo trascorso a “far nulla”. Quando ciò accade, si tende a perdere velocemente la calma e la serenità recuperate durante il periodo di riposo.

Certo, a tutti piacerebbe alzarsi la mattina con tranquillità e fare una bella passeggiata o un po’ di sport all’aria aperta prima di iniziare il vero e proprio tran tran di ogni giorno, piuttosto che ritrovarsi subito a rincorrere i propri doveri. Nel caso in cui ciò non sia possibile, non bisogna però rassegnarsi a una vita di stress e ansia da prestazione: la soluzione esiste ed è alla portata di tutti!

 

3 cattive abitudini che alimentano lo stress

Citando le parole di Andrew Bernstein:

“Il numero dei fattori di stress si è moltiplicato in modo esponenziale: il traffico, il denaro, il successo, l’equilibrio lavoro/vita, l’economia, l’ambiente, la genitorialità, i conflitti familiari, le relazioni, la malattia. Poiché la natura della vita umana è diventata molto più complicata, la nostra risposta non è stata in grado di tenere il passo con lo stress.”

Leggendo queste parole, sembrerebbe che lo stress non abbia una vera e propria causa, bensì che possa derivare da ogni aspetto della nostra vita: questo avviene perché tutto dipende dal nostro approccio mentale ai vari aspetti della quotidianità e dal nostro modo di rapportarci sia a noi stessi, che agli altri.

Di conseguenza, quali sono gli elementi da gestire per limitare gli effetti negativi dello stress sul nostro benessere?

Ecco 3 cattive abitudini che, con le giuste tecniche, abbiamo sia il potere di evitare, che di trasformare in stimoli positivi!

 

1. Disordine mentale

Andare a dormire ogni sera pensando confusamente a tutte le cose che dovremo fare l’indomani, come se tutti gli impegni avessero la stessa priorità e ci richiedessero lo stesso sforzo sia in termini di attenzione, che di tempo, è la prima abitudine da cambiare.

Questo comportamento non solo non aiuta la nostra organizzazione quotidiana, ma ci carica anche di ansia, danneggiando persino il sonno notturno. Questo disordine mentale, inoltre, è alimentato dal disordine fisico che ci circonda sia a casa che a lavoro, come se fossero uno lo specchio dell’altro.

Soluzione

Invece di lasciarci travolgere da una nebulosa to do list immaginaria, mettiamo nero su bianco questi pensieri e, soprattutto, ordiniamoli ponendoci le giuste domande.

Scriviamo tutto quello che ci viene in mente e poi, tramite colori diversi, diamo ad ognuno di essi la giusta priorità, chiedendoci: c’è qualcosa che non possiamo assolutamente rimandare o delegare a qualcun altro?

Queste attività avranno la priorità massima, e andranno quindi svolte per prime, mentre le altre seguiranno dopo o potranno essere del tutto eliminate dalla nostra lista, oppure spostate a un giorno successivo.

Nel fare questo, cerchiamo anche di stimare un tempo limite da assegnare ad ogni azione, in modo da acquisire maggior consapevolezza delle risorse e dell’impegno necessari per svolgerla: questo si rivelerà molto utile per gestire la nostra giornata in modo sempre più efficiente e soprattutto sereno, liberi dal panico dell’ultimo minuto!

stress

 

Questa piccola pratica quotidiana, col passare dei giorni, ci aiuterà a diventare più coscienti dei punti di forza su cui puntare e di quelli critici su cui lavorare, riportando ordine sia nella nostra mente che nella nostra stanza preferita!

 

2. Perfezionismo e confronto con gli altri

In una società permeata dallo spirito di competizione, la pressione si fa inevitabilmente sentire: fin dagli anni della scuola veniamo abituati a pensare che essere bravi e appassionati in quello che facciamo non basti, perché quello che ci viene richiesto è essere perfetti.

Quando, poi, tale atteggiamento si riversa persino sulle relazioni personali, a cominciare dai confronti tra fratelli, cugini, compagni di classe, vicini di casa e via dicendo, lo stress causato dal paragone con gli altri non può che trascinarsi nel tempo, fino a diventare un’abitudine controproducente.

Infatti, pretendere di essere i migliori di tutti, non accettare i propri difetti e limiti, non ammettere la possibilità di sbagliare in nessuna sfida della vita, non ci stimola affatto a fare del nostro meglio, anzi: ci blocca persino dal tentare di raggiungere un qualsiasi obiettivo, perché il timore di fallire diventa troppo grande.

“Sforzarsi di raggiungere l’eccellenza ti motiva, sforzarsi di raggiungere la perfezione è demoralizzante.”
Harriet Braiker

Soluzione

La massima “nessuno è perfetto” è un modo di dire assolutamente veritiero: per quanto ci impegniamo e cerchiamo di mantenere sotto controllo ogni elemento della nostra vita, non potremo mai prevenire ogni imprevisto o errore.

In realtà, a pensarci bene, tutto questo ha degli aspetti positivi, perché ad ogni piccola caduta o battuta d’arresto impariamo a rialzarci e ripartire più velocemente della volta precedente, accumulando esperienze preziose che permettono, a chi sa sfruttarle, di reagire in modo sempre più efficace.

Per chiudere una volta per tutte con l’ansia del perfezionismo, quindi, ripensiamo alle circostanze in cui, nonostante difficoltà o sbagli iniziali, siamo riusciti nel nostro intento: potrebbe essere quella volta in cui abbiamo deciso di superare la fobia dell’acqua imparando a nuotare, oppure quando ci siamo dedicati ad un lavoro manuale, come la pittura o il bricolage, migliorando giorno dopo giorno a discapito dei primissimi risultati, magari un po’ deludenti.

Inoltre, alcune domande strategiche possono aiutarci ad evitare atteggiamenti troppo rigidi nei nostri confronti: ad esempio, il modo in cui parliamo a noi stessi è quello in cui ci parlerebbe il nostro migliore amico o il nostro partner?
Abbiamo mai ricevuto complimenti per qualcosa che, a nostro parere, avremmo potuto fare meglio?
È mai capitato che qualcuno ci chiedesse un suggerimento, un’opinione o un aiuto riguardo a qualcosa?

Tali riflessioni possono cambiare il nostro modo di guardarci e permetterci di farlo attraverso gli occhi degli altri. In questo modo, muoveremo il primo passo verso una più profonda accettazione dei nostri limiti e una maggior consapevolezza delle nostre capacità.

accettarsi

 

3. Soffocare le emozioni

Potremmo dire che questa cattiva abitudine è, in parte, una conseguenza del perfezionismo: infatti, pretendere di essere sempre perfetti o, addirittura, di superare le aspettative altrui, genera un vero e proprio conflitto interiore, dividendoci tra ciò che vogliamo e ciò che gli altri ci chiedono.

Pur di soddisfare i desideri di parenti, partner e superiori finiamo per soffocare le nostre emozioni, ignorando i segnali di stress e inquietudine a cui, invece, dovremmo prestare attenzione per raggiungere un autentico equilibrio psico-fisico.

Soluzione

Un esercizio utile per diventare più consapevoli delle proprie emozioni è il seguente:

  • troviamo un posto familiare in cui rifugiarci in assoluta tranquillità: può essere un luogo chiuso, come la nostra camera, oppure all’aperto, come una panchina in un parco. L’importante è sceglierlo perché qui ci sentiamo a nostro agio;
  • ora che abbiamo il posto giusto, sediamoci con la schiena dritta e i piedi ben poggiati a terra. Se vogliamo possiamo togliere le scarpe e percepire il contatto con il suolo sotto di noi; allo stesso modo, possiamo tenere gli occhi aperti o chiusi, in base a ciò che è più naturale per noi. Lasciamoci guidare dalla spontaneità;
  • iniziamo a meditare: respiriamo col diaframma, lentamente, e cerchiamo di liberare la mente dai pensieri per dare spazio alle nostre emozioni. All’inizio è sufficiente restare in silenzio per qualche minuto. Poi, col tempo, impareremo a farlo ad un livello sempre più profondo: l’importante è non avere fretta e rispettare i propri tempi.

La meditazione, in un primo momento, può sembrare di­fficile: abituati come siamo a correre continuamente dietro a qualcosa, stare immobili in silenzio sembra una perdita di tempo. Eppure, si tratta di uno degli esercizi più efficaci per riprendere contatto con se stessi: basta avere un po’ di pazienza e perseverare.

L’importante è lasciar scorrere le proprie sensazioni liberamente. Teniamo a mente che non esiste una formula prestabilita, da seguire in modo rigido: concentriamoci su di noi e il resto verrà da sé, senza ragionarci troppo!

Praticando questo esercizio con costanza, alla fine, impareremo a ritagliarci del tempo solo per noi ogni volta che vogliamo, durante cui il nostro unico scopo sarà quello di fermarci ed ascoltarci, dimenticandoci di ciò che dovremmo fare e di quello che gli altri ci dicono, diventando più consapevoli delle nostre emozioni, di ciò che le suscita e di come esprimerle, evitando che prendano il sopravvento su di noi.

 

Quelle qui descritte sono 3 soluzioni che tutti possono mettere in pratica nella proprie giornate per alleggerirsi dai pensieri stressanti: applicandoli miglioreremo non solo il nostro benessere psico-fisico, ma pure la nostra concentrazione ed efficienza nelle varie occupazioni quotidiane.

Puoi conoscere altre tecniche utili a gestire lo stress e ad ascoltare meglio te stesso cliccando qui: scoprirai come partecipare a Il Coraggio di Cambiare, il corso che ti permetterà di approfondire questi argomenti insieme a Robert Dilts, Giorgio Nardone e Jeffrey Zeig, 3 tra i maggiori esperti mondiali di PNL, Terapia Breve Strategica e Ipnosi Ericksoniana.

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Il Coraggio di Cambiare - Life Strategies

25 aprile, Festa della liberazione. Il valore della libertà in un mondo ultraconnesso

Oggi, 25 aprile, ricorre un anniversario importante per il popolo italiano: è la festa della Liberazione, che celebra la vittoria dei partigiani sulla dittatura nazifascista e la liberazione dell’Italia. Una data da commemorare con orgoglio, che riporta alla mente il 25 aprile 1945, giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, imponendo la resa giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate.

Una ricorrenza felice dunque, nonostante sia collegata a un periodo cupo della nostra storia, e che proprio in virtù di questo ci ricorda l’importanza di valori come la fratellanza, la pace, la solidarietà, il senso di identità civile e culturale e, soprattutto, la libertà.

Nonostante in Italia la libertà non sia più a rischio come un tempo, nella nostra vita quotidiana continuano a verificarsi circostanze che dovrebbero mantenere alta l’attenzione sul tema della libertà individuale, circostanze di cui non sempre siamo consapevoli.

 

Web e libertà: qualcosa è cambiato

È innegabile che il web abbia reso la ricerca di informazioni e molte azioni (ad esempio lavorare a distanza, fare acquisti o organizzare una vacanza) più semplici, veloci e alla portata di chiunque, permettendoci di essere più autonomi e di allargare le possibilità di scelta. I vantaggi che lo sviluppo delle telecomunicazioni ha portato nelle nostre vite sono innumerevoli e tutti li hanno lodati, almeno in un primo momento.

Poi, col tempo, abbiamo preso maggior confidenza con questi nuovi strumenti: abbiamo imparato a conoscerne non solo i lati positivi ma anche quelli critici, diventando più abili nell’utilizzarli e ponendoci domande che, inizialmente, non avevamo considerato.

Ad esempio, vi siete mai chiesti che fine fanno tutti i messaggi inviati su Facebook e Whatsapp? Arrivano al destinatario, certo, ma non solo. Lo stesso vale per le mail che ci scambiamo con Gmail, per le ricerche che facciamo su YouTube, per le destinazioni che impostiamo su Google Maps, per i trasferimenti di denaro che effettuiamo tramite internet banking e PayPal, e via dicendo.
Il web, negli anni, si è trasformato in un enorme serbatoio che raccoglie dati di ogni genere, molti dei quali riservati, almeno finché qualcuno non riesce ad impadronirsene, come accaduto in passato a Yahoo, ad esempio.

web privacy dati personali

La condivisione continua su cui il web è fondato ci invita a riflettere sulle informazioni personali di cui lasciamo traccia ogni giorno, anche svolgendo operazioni banali come una videochiamata su Skype: si potrebbe parlare di invasione della libertà individuale?

 

Realtà o fantascienza?

Forse è la stessa domanda che si sono posti gli artisti che hanno partecipato alla mostra The Glass Room, svoltasi lo scorso dicembre a New York: ambientata in una sala con pareti bianche e arredo minimalista, popolata da schermi, espositori e tablet, l’esposizione catapultava i visitatori in una dimensione ultratecnologica, di cui venivano messi in luce limiti e contraddizioni. Per dare un’idea dello spirito di denuncia delle opere basta citarne alcune, tra cui:

  • una dimostrazione interattiva di Churchix, un software di riconoscimento facciale che permette di memorizzare l’identità delle persone che entrano in un edificio;
  • un libro contenente 5 milioni di password rubate a LinkedIn nel 2012;
  • uno schermo su cui venivano proiettate le informazioni raccolte da tutti i dispositivi vicino alla galleria con Wi-Fi attivo.

Fantascienza? Niente affatto: pura realtà. I progressi delle telecomunicazioni hanno reso il tracciamento di ciascuno di noi, delle nostre abitudini e delle nostre relazioni personali qualcosa di incredibilmente semplice e accessibile, di fronte a cui non possiamo che interrogarci riguardo al valore della libertà nel mondo attuale.

 

Libertà e corpo digitale

A tale proposito è interessante l’espressione “corpo digitale”, coniata dal giornalista e scrittore Luca Poma, nell’intenzione di definire “la ricostruzione di tutte le informazioni che produciamo nelle nostre interazioni digitali di qualsiasi tipo, costantemente aggiornate e archiviate in una miriade di piattaforme diverse, che fanno propri tutti i dati che ci appartengono, ma soprattutto ‘disegnano’ i confini di chi noi siamo”.

Questa idea va ben oltre il concetto di identità digitale, perché conferisce fisicità e concretezza a qualcosa che, finora, era stato considerato astratto, come la reputazione on-line o l’immagine social di un personaggio qualsiasi, inclusi noi stessi. Il corpo digitale è qualcosa di reale che può influenzare il nostro umore, renderci dipendenti e suscitare attrazione, persino: non per niente Instagram deve il proprio successo anche ai filtri da applicare alle fotografie, che migliorano l’aspetto del soggetto.

 

Non che l’uso della tecnologia sia da evitare: è vero che questi strumenti hanno dei risvolti che possono limitare la nostra libertà individuale in varia misura, ma è altrettanto vero che semplificano la nostra quotidianità sotto moltissimi aspetti, perciò una reazione simile sarebbe controproducente, oltre che eccessiva.

L’importante è imparare a mantenere il controllo dei propri stati d’animo, così da non lasciarsi condizionare in modo determinante dalle circostanze esterne, reali o virtuali che siano: questo è il solo modo efficace per proteggere la propria libertà di pensiero e di azione da qualsiasi influenza.

libertà personale

 

Come sviluppare la libertà mentale

La PNL, disciplina che studia la connessione tra processi neurologici, linguaggio e comportamento, ha ampiamente dimostrato che la realtà oggettiva e quella da noi percepita non sono identiche: nel momento stesso in cui percepiamo un suono, un odore, un colore o viviamo un’esperienza, la filtriamo attraverso i nostri sensi, pensieri e ricordi, trasformando tutto questo in modo soggettivo. Ciò significa che anche le esperienze a primo impatto negative, se affrontate con lo stato d’animo adatto, possono essere trasformate in qualcosa di positivo e costruttivo per il nostro benessere individuale, liberandoci così da pensieri dannosi e dalle influenze nocive.

Ecco un esercizio che può aiutare la nostra mente ad essere più libera e autonoma, allontanandoci dagli elementi che ostacolano lo sviluppo delle nostre potenzialità:

  1. ricordiamo le immagini che di solito visualizziamo quando abbiamo un problema che ci preoccupa:
    – quanto sono grandi?
    – sono in bianco e nero o a colori?
    – sono chiare o scure?
    – sono immagini ferme o dei filmati?
    – siamo anche noi parte dell’immagine o la guardiamo da lontano?
    – che suoni sentiamo?
    – che cosa ci diciamo dentro di noi, e con che tono di voce?
    – quali sensazioni proviamo, e in quale punto del corpo?
  2. proviamo a modificare gli elementi tipici delle immagini che stiamo ricordando, in modo da assumerne il controllo. Ad esempio:
    – rimpiccioliamo le immagini, rendiamole più scure, priviamole dei colori e allontaniamole;
    – cambiamo il tono della nostra voce interiore, rendendolo più caldo;
    – cerchiamo di spostare le sensazioni dalla parte del corpo in cui la sentivamo prima ad un’altra;
  3. sforziamoci di sostituire queste immagini con altre di qualità completamente diversa:
    – visualizziamo figure vivide, luminose, colorate, grandi, vicine a noi e il più reali possibile;
    – rivolgiamoci a noi stessi con frasi incoraggianti e motivanti, usando un tono di voce sicuro e squillante;
    – percepiamo nel nostro corpo sensazioni piacevoli, allegre, rassicuranti, che ci trasmettano goia e benessere.

Ripetiamo questo esercizio più volte, ripensando a diverse immagini e circostanze in cui ci siamo sentiti in difficoltà. Col tempo impareremo a trasformare i nostri stati d’animo in modo sempre più rapido, diventando capaci di associare emozioni positive anche a situazioni dalle quali, in passato, ci siamo lasciati scoraggiare.
Questo ci aiuterà a non essere più in balia dei casi fortuiti della vita, ma a riacquisire fiducia in noi stessi e nelle nostri doti interiori, permettendoci di dispiegare liberamente il nostro potenziale nascosto in tutta la sua forza!

 

Come fare per proseguire in questo percorso di sviluppo personale?

Le conoscenze e le tecniche sviluppate dalla PNL sono molte e vanno dalle più semplici alle più complesse: se vuoi saperne di più e incontrare personalmente Robert Dilts, autore, coach ed esperto mondiale di PNL, clicca qui.

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Il Coraggio di Cambiare Life Strategies

Il Paese più Felice del mondo: qual è e come raggiungerlo

Google parla chiaro: ogni mese sono parecchi gli italiani che consultano il web per scoprire quale sia il Paese (o la regione) più felice del mondo.

Il tema non interessa solo gli italiani, a dire il vero, ma anche le Nazioni Unite, che nell’ambito dell’iniziativa Sustainable Development Solutions Network stilano ogni anno la classifica dei Paesi più felici del mondo.
Se siete curiosi di conoscerli, questo è il posto giusto!

 

Paese che vai, felicità che trovi

Lo scorso 20 marzo, in occasione della Giornata mondiale della felicità, è stato pubblicato il World Happiness Report 2017, documento che prende in esame ben 155 Paesi per stabilire quale sia il loro “indice di felicità”.

“Come è possibile quantificare uno stato emotivo come la felicità?” potrebbe chiedersi qualcuno. In effetti, non è così semplice: per farlo, Sdsn si basa su fattori come il prodotto interno lordo pro capite, la speranza di vita, la libertà, il sostegno sociale e l’assenza di corruzione nel governo o nel business. Ed ecco qui la lista dei 10 Paesi più felici del mondo:

  1. Norvegia
  2. Danimarca
  3. Islanda
  4. Svizzera
  5. Finlandia
  6. Olanda
  7. Canada
  8. Nuova Zelanda
  9. Australia
  10. Svezia

Un primato tutto nord europeo quindi, con l’Italia che si colloca solo al 48esimo posto dopo Polonia e Uzbekistan, appena sopra la Russia.

 

Italiani alla ricerca della felicità perduta?

Forse, a noi italiani sembrerà incredibile che la nostra terra, conosciuta in tutto il mondo per le bellezze paesaggistiche, le ricchezze artistiche, il clima mite, il buon cibo e la qualità della vita, tanto da essersi guadagnata l’appellativo di Bel Paese, possa trovarsi così in basso nella lista, mentre nazioni che non possono vantare simili punti di forza siano salite sul podio.

Tuttavia, a ben vedere, questa classifica non vuole stabilire quale stato sia migliore o più bello rispetto agli altri, e tanto meno ha la presunzione di determinare in modo scientifico l’effettiva felicità delle persone che lo abitano.

Come ha spiegato Jeffrey Sachs, direttore del Sdsn, il World Happiness Report ha lo scopo di mettere in luce quali Paesi godono di un sano equilibrio tra prosperità e capitale sociale, perché è questo a produrre una maggior fiducia nella società e nel governo. Si tratta, dunque, di una classifica che vuole soprattutto sensibilizzare la politica verso la creazione di più solide fondamenta sociali, indispensabili per incrementare il benessere e le aspettative delle persone, da cui deriva anche la loro felicità.

Ecco perché la Norvegia è stata dichiarata il Paese più felice del mondo: per merito delle sue politiche a favore delle future generazioni, che si accompagnano a elevati livelli di fiducia reciproca, obiettivi condivisi, generosità e buona gestione dello Stato. Tutti elementi che si ritrovano anche negli altri Stati nord europei poco sotto nella classifica.

felicità

 

A questo punto, se è vero che la politica ha il potere e il dovere di attuare le azioni più efficaci per migliorare la vita e accrescere la serenità della popolazione, tenendo conto anche di questa statistica, resta però un dubbio:

cosa possiamo fare noi, nella piccola dimensione della nostra quotidianità, per riempire ogni giornata di gioia e soddisfazione e trovare così la strada che conduce al nostro Paese felice, quello racchiuso nello spirito di ciascuno di noi?

 

La felicità si nasconde nelle piccole cose

Troppo spesso, quando immaginiamo un cambiamento nella nostra vita, fantastichiamo su stravolgimenti sensazionali o su rotture nette col passato, in seguito ai quali tutta la nostra vita dovrebbe diventare totalmente diversa. Allo stesso modo, quando riflettiamo sulla nostra quotidianità, siamo abituati a paragonarla con quella di altre persone che non hanno nulla a che vedere con noi, magari persino con quella di personaggi famosi, dei quali ammiriamo i successi e la fama.

Al contrario, questa è la strategia meno efficace per ottenere dei veri cambiamenti, perché non fa che allontanarci dalla vita reale, concreta, quella su cui possiamo agire realmente.

Perciò, quando ci accorgiamo di essere caduti in questo tranello, dobbiamo invertire la rotta e cercare la felicità nelle piccole cose di ogni giorno, quelle che da tempo abbiamo smesso di notare. Facciamo alcuni esempi:

  • quand’è stata l’ultima volta che ci siamo sentiti orgogliosi per aver appreso qualcosa di nuovo, superando una piccola sfida con noi stessi?
  • perché continuiamo a rimandare quella decisione tanto importante, eppure siamo sempre lì che ci rimuginiamo su, e non riusciamo a smetterla?
  • quante volte ci siamo detti che dovremmo ritagliarci del tempo solo per noi, e coltivare quelle passioni e quegli hobby che ormai, tra lavoro e impegni vari, abbiamo totalmente accantonato? “Mi basterebbe il tempo di una passeggiata…” ci diciamo, eppure troviamo sempre qualcosa di più urgente da fare, e i nostri desideri rimangono in secondo piano.

Sono proprio queste le piccole cose a cui non prestiamo la dovuta attenzione, proprio perché non vediamo la connessione tra le nostre abitudini quotidiane e la concreta differenza che possono apportare nella vita di ciascuno di noi, per quanto sciocche possano sembrare.
Esattamente come una minuscola goccia cade nell’acqua, generando increspature che si allargano in lontananza, diventando sempre più ampie, così anche noi possiamo ottenere molto iniziando con poco.

Non dimentichiamo che la felicità è un tesoro nascosto dentro di noi, da riportare alla luce grazie alla cura e alla conoscenza di sé, proprio come ricorda Roberto Benigni in questo video:

 

 

Questo vale per tutti, anche per chi potrebbe sembrare la persona più felice del mondo ai nostri occhi, perciò non dobbiamo sentirci soli in questa ricerca: ognuno dovrebbe affrontare il proprio percorso alla ricerca di se stesso e della propria serenità, affidandosi alla guida delle figure in grado di fornire gli strumenti, le tecniche e le strategie più adatte a raggiungere con successo questo scopo tanto importante per il benessere personale!

 

Proprio di questo parleranno Robert Dilts, Giorgio Nardone e Jeffrey Zeig, in occasione di Il Coraggio di Cambiare. I 3 esperti di Programmazione Neurolinguistica, Terapia Breve Strategica e Ipnosi Ericksoniana saranno insieme per un evento unico in Italia, che ti darà l’opportunità di approfondire questi argomenti anche attraverso esercizi mirati a sviluppare le tue potenzialità.

Muovi il primo passo verso una vita nuova e più consapevole dei tuoi desideri!

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Il Coraggio di Cambiare Life Strategies

Leggere libri online non ci emoziona: cresce la nostalgia del passato

Tecnologia, croce e delizia: il nostro rapporto con la tecnologia è quantomeno controverso e probabilmente il nostro amore-odio per questi nuovi strumenti deriva da emozioni che vanno approfondite.

 

Digitale o analogico?

Da una ricerca annuale che Samsung conduce in tutta Europa è emerso che, nel 2016, più di metà degli italiani ha aumentato l’uso della tecnologia rispetto a 2 anni fa, e addirittura il 14% ha dichiarato di non sapervi rinunciare. Contemporaneamente, però, un buon 36% ha anche ammesso di possedere almeno un dispositivo troppo avanzato rispetto alle proprie necessità e capacità di utilizzo. Come dire: la tecnologia ci incuriosisce e ci piace usarla, ma forse la consideriamo più un “passatempo” che un mezzo per soddisfare un reale bisogno.

Un’altra interessante statistica pubblicata dal portale Statista.com e basata sulle informazioni raccolte da U.S. Census Bureau, dice che nel 2015 e nel 2016 le vendite di libri cartacei negli USA sono aumentate. Un dato significativo se pensiamo che si tratta della prima crescita dal 2009.

vendita libri cartacei
La diffusione di Amazon, con i suoi libri digitali, viene considerata la causa principale della crisi di questo settore. Perciò, è probabile che l’inversione di tendenza registrata negli ultimi 2 anni non dipenda tanto da fattori materiali (dato che gli ebook mantengono i propri vantaggi rispetto ai libri cartacei), quanto emotivi.

 

La nostalgia del passato e delle tradizioni

Dopo il boom di musica, libri e film in formato digitale, sta avvenendo una sorta di “ritorno alle origini”: sono sempre di più coloro che vagano per mercatini e negozi dell’usato a caccia di vinili, musicassette e videocassette, videoregistratori e giradischi. La nostalgia del passato, quindi, non si riflette solo nel preferire un libro cartaceo rispetto a leggere libri online, ma si riversa in generale su tutti i supporti audiovisivi “fisici” che la tecnologia ha fatto sparire dalle nostre case.

Non che il mondo digitale non abbia una dimensione “fisica”, anzi: a volte le identità e le relazioni sui social network sono curate più di quelle reali. Non dimentichiamo, inoltre, che il web conserva testimonianza di tutto ciò che vi viene pubblicato: pensiamo alle vecchie foto in cui stentiamo a riconoscerci o agli stati di Facebook dei quali, magari, a distanza di anni ci sorprendiamo perché non ne condividiamo più il contenuto.

Ciò che con il digitale si perde, però, è la percezione dello scorrere del tempo e della consistenza delle nostre azioni: sul web tutto è immediato, istantaneo, effimero per certi versi, e si svolge in una rapida sequenza di click indistinguibili che toglie all’utente il piacere dei gesti, della ritualità, della dedizione richiesta dai mezzi tradizionali.

Uscire di casa, recarsi in biblioteca o in un negozio, sfogliare i libri o impolverarsi le dita facendole scorrere tra i vinili accatastati in un contenitore, sentire l’odore e percepire la ruvidità dei materiali, assorbendo quel senso di “vissuto” emanato dalle loro stropicciature: tutto questo permette di recuperare il gusto dell’esperienza, assente nel digitale.

In un certo senso, si potrebbe dire che uno dei trend che impazzano al momento su Instagram deriva proprio da questa nostalgia del passato: ci riferiamo a tutte quelle foto di persone intente nella lettura di un libro o di un giornale in totale relax, nell’intimità della propria casa, il tutto addolcito da filtri che rendono la scena più vintage. Paradossalmente, la tecnologia diventa un mezzo per ricreare, almeno in modo fittizio, un’atmosfera di cui sentiamo la mancanza.

libro cartaceo
D’altronde, i social sono un po’ il regno della finzione, un teatro in cui tutti mostrano solo il meglio di sé o cercano di dare forma reale a ciò che desiderano. Spesso si sottolineano le conseguenze negative del mentire, ma le bugie possono avere anche effetti positivi, come affermato dallo psicoterapeuta Giorgio Nardone, che ha studiato in profondità il nostro impulso a raccontare bugie.

 

L’arte di mentire a se stessi e agli altri

Per il Dottor Nardone mentire è inevitabile perché è la diretta conseguenza dei processi psicologici con cui elaboriamo le informazioni: tutti noi abbiamo una rappresentazione mentale del mondo, delle persone e delle esperienze che abbiamo vissuto, che è influenzata dalla nostra percezione soggettiva della realtà, dalle emozioni personali che proviamo e dalla memoria che ne conserviamo. Ciò significa che ogni nostro pensiero, idea e ricordo è condizionato da filtri soggettivi, diversi da persona a persona.

Dunque, il nostro cervello ci mente in continuazione riguardo alla realtà oggettiva, rendendo impossibile evitare del tutto le bugie verso noi stessi o gli altri. Eppure, per Nardone, questo non è uno svantaggio, bensì un ulteriore strumento a nostra disposizione: dobbiamo solo imparare a distinguere il mentire a se stessi benefico dal mentire a se stessi controproducente, e ad usare le giuste strategie per trarre il meglio da questi meccanismi.

 

Non tutte le bugie vengono per nuocere

Contrariamente a quanto siamo abituati a pensare, mentire a noi stessi può aiutarci ad ottenere risultati migliori e ad agire in modo più efficace. Ad esempio, questo accade quando:

  1. Facciamo un colloquio per un lavoro che ci piace molto, ma non abbiamo successo. A questo punto, elenchiamo ciò che, a pensarci bene, non ci convinceva del tutto: l’ufficio troppo distante da casa, i colleghi che non sembravano molto simpatici, la paga che non era poi così alta.
    In poche parole, sminuiamo una situazione che non siamo riusciti ad ottenere, raccontandoci una menzogna per confortarci e proteggere il nostro equilibrio emotivo dal senso di frustrazione e delusione;
  2. Dopo molte visite con diversi specialisti per trovare una soluzione definitiva a un disturbo, un caro amico ci consiglia un professionista, e siamo certi che lui sarà finalmente in grado di aiutarci.
    In questo caso, la bugia consiste nell’avvalorare una circostanza che desideriamo fortemente, aumentando le nostre aspettative verso di essa, da un lato, e riducendo paure e dubbi che la contrastano, dall’altro;
  3. Abbiamo un appuntamento con qualcuno che ci piace molto o con un cliente importante e vogliamo a tutti i costi fare colpo. Così ci prepariamo al meglio e ci presentiamo totalmente sicuri di noi, convinti che sapremo colpire la sua attenzione.
    Anche quest’atteggiamento è il prodotto di un autoinganno benefico, il quale ci permette di creare dal nulla la situazione che abbiamo proiettato nella nostra mente, facendo emergere le risorse necessarie a realizzarla senza quasi accorgercene.bugie

Accanto a queste forme di mentire che hanno effetti positivi, indispensabili per riuscire nei nostri intenti, ce ne sono però altre che ostacolano il raggiungimento degli obiettivi. Ad esempio:

  1. Siamo abituati ad ignorare le critiche dei nostri genitori su alcuni nostri modi di fare perché, in questa particolare circostanza, tale atteggiamento si è rivelato il modo migliore per evitare conflitti. Quando tendiamo a comportarci allo stesso modo anche con altre persone, però, questo stesso comportamento ha effetti totalmente opposti, facendo salire la tensione anziché annullarla.
    In questo caso, l’autoinganno è pensare che una soluzione funzionale ad una determinata situazione possa esserlo per tutte le altre, continuando a ripetere l’errore anche se la realtà ci smentisce;
  2. La nostra relazione sta attraversando un periodo di crisi e riceviamo numerosi segnali di insofferenza dal partner. Tuttavia, continuiamo a comportarci come al solito, e quando l’altro espone chiaramente i propri malumori sembriamo sorprenderci, come se non ci fossimo accorti di nulla.
    È ovvio che vedere solo ciò che vogliamo è una menzogna che raccontiamo a noi stessi pur di evitare il dolore, ma in questo caso l’effetto è negativo, perché rimandiamo l’inevitabile invece di affrontare i problemi;
  3. Un ragazzino timido e insicuro ha pochi amici e così, per sentirsi accettato da un gruppo di coetanei, inizia ad assumere atteggiamenti aggressivi verso i suoi compagni di scuola. Questo è un quadro abbastanza comune in alcuni episodi di bullismo, in cui un soggetto molto tranquillo diventa violento in presenza del branco.
    Ciò accade perché, a volte, ci costruiamo un personaggio e ci identifichiamo in esso al punto da perdere cognizione del nostro vero Io, mentendo a noi stessi con effetti negativi.

Visto che, secondo Nardone, è impossibile non mentire a se stessi, non dovremmo chiederci come evitare di raccontarci bugie controproducenti, piuttosto domandiamoci come possiamo trasformare tali meccanismi in strumenti che ci portino esattamente dove vogliamo.

In risposta alla domanda, Giorgio Nardone individua alcune tecniche, da lui definite autoinganni strategici, da usare proprio a questo scopo:

  1. Tecnica del “come peggiorare”: paradossalmente, pensare a tutti i modi in cui una situazione problematica potrebbe ulteriormente peggiorare ci aiuta a vedere anche le possibili soluzioni a cui prima non avevamo pensato.
    Proviamo a scrivere ogni mattina una lista delle cose che potremmo fare per peggiorare i nostri problemi quotidiani, e la sera controlliamo quante di queste abbiamo messo in atto: ci accorgeremo che riflettere su questi elementi ci ha automaticamente permesso di evitarli e trovare soluzioni alternative;
  2. Tecnica dello scenario oltre il problema: ci sono delle circostanze che ci turbano? Immaginiamo i pensieri e le emozioni che proveremo quando saranno totalmente risolte: proprio come siamo in grado di far emergere risorse nascoste per creare dal nulla qualcosa che desideriamo fortemente, sulla scia di questi pensieri ed emozioni ci scopriremo capaci anche di compiere le azioni adatte a risolvere i problemi;
  3. Tecnica del “come se”: questa tecnica è una variante della precedente e consiste nel domandarsi ogni mattina cosa faremmo se non avessimo nessuna preoccupazione, stilando una lista di azioni. A questo punto, individuiamo quella più semplice e realizziamola: da questo piccolo cambiamento “forzato” ne deriveranno altri più grandi in modo spontaneo, innescando una reazione a catena che migliorerà la nostra vita quotidiana.

Nardone, con queste tecniche, mostra chiaramente come il naturale istinto umano ad ingannare ed autoingannarsi possa rivelarsi un’arma molto potente sia per raggiungere traguardi apparentemente fuori dalla nostra portata, sia per superare limiti o problemi che ci sembrano insormontabili.
La cosa stupefacente è che non dobbiamo imparare nulla di nuovo: si tratta semplicemente di apprendere come sfruttare a nostro favore i meccanismi tipici della psiche umana grazie alle strategie della Terapia Breve Strategica.

 

Per scoprire altre tecniche che ti permetteranno di trasformare in breve tempo i comportamenti disfunzionali in azioni efficaci al tuo benessere psicofisico, clicca qui.

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Pasqua e Hanami: è il momento della Rinascita. Come ritrovare l’Equilibrio Interiore

Manca poco a Pasqua, e già i telegiornali presentano varie statistiche su quanti italiani la passeranno in famiglia o tra amici, a casa o al ristorante, per poi limitarsi alla classica gita fuori porta del lunedì di Pasquetta, e su quanti, invece, ne approfitteranno per una vera e propria mini-vacanza o, al contrario, non la celebreranno affatto.

Statistiche e pranzi a parte, la Pasqua è una ricorrenza che ha origini molto più antiche di quanto si creda, il cui significato si espande ben oltre i riti religiosi.

 

La Pasqua nella storia

Forse non tutti sanno che le tradizioni tipiche della Pasqua hanno origini pagane: ecco perché tuttora cade la domenica dopo il primo plenilunio dall’Equinozio di primavera. Forse starete pensando: “questi antichi erano davvero bravi se sapevano fare previsioni tanto complicate!”. In realtà, si tratta semplicemente di seguire i cicli lunari: Pasqua coincide con la domenica che segue la prima luna piena dopo il 20 marzo.

Questa modalità di calcolo evidenzia il legame della Pasqua con le festività propiziatorie della fecondità della terra: in epoca romana, ad esempio, proprio nel periodo che seguiva l’Equinozio si celebrava il dio Attis, la cui morte e resurrezione simboleggiava il ciclo della natura.
Persino il significato simbolico dell’uovo di Pasqua risale ad epoche antiche, come si può vedere dalle statue pagane della Dea Madre, la cui fertilità era rappresentata, appunto, dalle uova.

La Pasqua, perciò, non è solo la festa della resurrezione in senso strettamente religioso: è la festa della rinascita, del risveglio, della trasformazione e della vita in tutti i suoi molteplici aspetti. Un’occasione di gioia e ringraziamento per il benessere e i frutti che la terra vorrà donare nei mesi successivi.

grano fertilità terra rinascita
Una manifestazione affascinante e unica al mondo di questo inno alla vita tipico del periodo è il rituale giapponese dell’hanami, che ogni anno vede partecipare anche molti turisti.

 

Cos’ è l’Hanami

Il termine Hanami in giapponese significa “osservare i fiori” ed indica la contemplazione della fioritura dei ciliegi sparsi in tutto il Paese. I fiori di ciliegio sbocciano proprio in questo periodo, nei mesi di marzo e aprile, trasformando per 2 settimane il panorama in modo stupefacente: non solo comuni cittadini e turisti, ma anche fotografi professionisti ne approfittano per immortalare questo spettacolo molto suggestivo.

Per l’occasione, i giapponesi organizzano pic-nic sotto ai ciliegi bevendo tè preparato con l’infuso dei loro fiori e mangiando un dolce di riso avvolto da una foglia di ciliegio: tutti rituali che rendono l’hanami una vera e propria tradizione culturale. Per capirne l’importanza, basta pensare che i meteorologi forniscono delle apposite previsioni, indicando i giorni in cui la fioritura raggiunge l’apice in ogni area del Paese.

Per noi italiani, circondati ogni giorno da bellezze paesaggistiche che tutto il mondo ci invidia, potrebbe essere difficile capire come mai il Giappone dedichi così tanta attenzione a questo fenomeno naturale.

Qual è il vero significato dell’hanami?

 

L’Hanami e il Ciclo della Vita

I fiori di ciliegio sbocciano, rendono il panorama incantevole e poi appassiscono nell’arco di appena 2 settimane. Ammirarli si tratta di un vero e proprio carpe diem, qualcosa che non si può rimandare rispetto ai propri impegni quotidiani se non lo si vuole perdere.

Questa caratteristica rende l’hanami qualcosa di più di una semplice osservazione della natura: chi vi si immerge entra in contatto con la fugacità della vita, con la consapevolezza del divenire di tutte le cose, del ciclo di genesi, trasformazione, morte e rinascita che dall’alba dei tempi si ripete incessante, riflettendosi sia nel mondo esterno che nel nostro mondo interiore, nel nostro spirito.

hanami
L’hanami celebra l’unione degli opposti, un cerchio in cui inizio e fine si uniscono e si fondono in un tutto inseparabile. Risvegliarsi, fiorire, crescere, maturare, evolversi, reinventarsi: questi sono i valori che rendono l’hanami tanto importante per la cultura orientale, molto più sensibile di quella occidentale all’equilibrio tra mondo materiale e spirituale.

Il periodo dell’hanami ci offre l’opportunità di riflettere sulle componenti della nostra psicologia e del nostro animo, in tutte le loro forme, dato che ognuno di noi raccoglie in sé sia punti di forza e capacità, che paure e debolezze. Dobbiamo imparare che sono proprio la consapevolezza di tutti questi elementi nascosti in noi, la loro unione equilibrata e l’abilità di sfruttarla a nostro vantaggio a renderci completi, forti e capaci di reagire ad ogni circostanza della vita con coraggio e fiducia in noi stessi.

 

Come ristabilire l’Equilibrio Interiore

A volte le persone hanno difficoltà ad accettare i propri limiti e difetti: siamo talmente impegnati ad essere sempre perfetti, tanto sul lavoro quanto in famiglia e tra gli amici, che non riusciamo a sopportare nessuna crepa nel nostro modo di essere. Eppure, questo è impossibile: proprio come insegna l’hanami, la vita stessa è un ciclo in cui si incontrano bene e male, buono e cattivo, e così avviene anche per noi.

Solo accettandoci per ciò che siamo, incluse luci ed ombre, possiamo liberare il nostro potenziale inespresso e sentirci finalmente in pace con noi stessi, liberi da pregiudizi e felici.

Quante volte, ad esempio, abbiamo avuto dei sensi di colpa perché non siamo stati abbastanza pazienti con i nostri figli o perché non ci siamo mostrati molto disponibili verso qualcuno che richiedeva la nostra vicinanza in un momento particolare della propria vita? Oppure, ci sarà anche capitato di subire dei rimproveri dal partner per non aver mantenuto una promessa, e così via, andando da circostanze apparentemente banali fino a episodi più importanti.

Accettare i propri limiti, perdonare i propri errori e superare così la barriera tra chi siamo e chi dovremmo essere è fondamentale per riportare equilibrio nel nostro spirito e nella nostra vita.

come ritrovare l'Equilibrio Interiore
Possiamo muovere un primo passo verso questo obiettivo con il seguente esercizio, conosciuto in Programmazione Neurolinguistica come identità del sé buono e del sé cattivo: si tratta di un esercizio che si può fare sia in coppia che da soli, semplicemente alternando scrittura e dialogo.

Vediamo come procedere in quest’ultimo caso:

  • Prima di tutto bisogna centrarsi, cioè entrare in connessione profonda con il proprio centro, il punto dove si raccolgono le nostre energie e le nostre emozioni più profonde;
  • Fatto ciò, scriviamo su un foglio: “ciò che voglio che il mondo veda è che io sono … “ ed elenchiamo i nostri punti di forza, le nostre qualità, ciò che ci rende fieri di noi. Queste componenti costituiscono il nostro “sé buono”;
  • Allo stesso modo, poi, scriviamo: “ciò che non voglio che il mondo veda è che io sono anche …” e mettiamo nero su bianco ciò che vorremmo eliminare dal nostro modo di essere, che ci rende insicuri e che ci spaventa perché temiamo che possa danneggiare l’opinione degli altri su di noi. Questi fattori rappresentano, al contrario, il nostro “sé cattivo”;
  • Una volta terminato, leggiamo il foglio in questo ordine:
    1) prima diciamo: “io vedo che sono …” e leggiamo ciò che abbiamo scritto nella sezione del sé buono;
    2) poi diciamo “io vedo anche che sono …” e leggiamo ciò che è scritto nella sezione del sé cattivo;
    3) concludiamo dicendo: “io vedo che sono tutte queste cose insieme, e oltre a queste sono anche molto, molto di più”.
    Sentiamo questa frase fin nel profondo del nostro centro, fino a quando percepiremo una sensazione di serenità e completezza del nostro essere. A questo punto riprendiamo contatto con l’ambiente circostante.

Questo esercizio ci permette di superare la separazione psicologica tra le nostre capacità e i nostri limiti, ricomponendo così la frattura inconscia tra la parte positiva e negativa di noi stessi.

Solo in questo modo potremo raggiungere la piena consapevolezza dell’unità del nostro essere, compiendo il passo necessario per il successivo sviluppo delle nostre potenzialità ancora inespresse.

 

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3 esercizi per sviluppare la resilienza e imparare dai propri errori

Superare i propri limiti imparando dagli errori passati non è facile: per riuscirci occorre consapevolezza, positività e fiducia in se stessi. Fortunatamente, queste risorse possono essere sviluppate da tutti: dobbiamo solo conoscere il modo giusto per portarle alla luce!

 

Sbagliare è il primo passo per migliorare

Già l’educatrice e pedagogista Maria Montessori intuì quanto sia importante per i bambini fare esperienze dirette e commettere degli errori per un pieno sviluppo delle loro capacità intellettive ed emotive.

Il suo metodo e le sue ricerche rivoluzionarono la formazione infantile, fino a quel momento intesa come un sistema in cui il bambino andava corretto e punito o premiato a seconda della sua abilità nel seguire le istruzioni dell’insegnante.

Per la Montessori, invece, ogni attività educativa doveva ruotare attorno alla libertà di espressione del bimbo, errori inclusi, ritenendo che “solo l’esperienza e l’esercizio correggono gli errori, e l’acquisto delle diverse capacità richiede lungo esercizio”.

imparare dai propri errori per crescere

 

Eppure, a distanza di un secolo, nonostante tutti riconoscano che sbagliare sia fondamentale non solo per l’apprendimento, ma pure per la Crescita Personale, queste idee non sono ancora assodate. La presunzione che si debba essere perfetti condiziona ancora gran parte delle nostre azioni quotidiane.

 

Abbiamo bisogno di tempo per “imparare la lezione”

Uno studio pubblicato sulla rivista “Journal of Neuroscience” ha evidenziato che un’apposita area del nostro cervello ci avvisa quando facciamo uno sbaglio, determinando anche la nostra capacità di correggerci.

Alcuni esperti, tra cui lo psicologo dell’Università del Maryland George Buzzell, hanno cercato di capire perché, a volte, ripetiamo lo stesso errore: dalle ricerche è emerso che tale tendenza  dipenderebbe dal tempo necessario alla nostra mente per elaborare le informazioni.


Infatti, quando il cervello si accorge di uno sbaglio, automaticamente si concentra su di esso, per trovare il modo di porvi rimedio. Tuttavia, se nel frattempo siamo impegnati in azioni che richiedono decisioni rapide come, ad esempio, suonare uno strumento o guidare, ciò causa un deficit di attenzione e la possibilità di sbagliare di nuovo aumenta.
In breve, quando non abbiamo tempo sufficiente per elaborare un errore, il nostro cervello subisce una specie di “interferenza” che, per qualche istante, lo manda “fuori uso”.

correggere gli errori

 

Questo, almeno, è quello che succede dal punto di vista neurologico. Ma quanto influisce l’approccio psicologico ed emotivo nella capacità di imparare dai propri errori e superare così i propri limiti?

 

Superare i propri limiti con la resilienza

Per crescere grazie agli errori commessi occorre, prima di tutto, riconoscerli: accettare di essere imperfetti e di non avere sempre ragione è il primo passo per confrontarsi non solo con gli altri, ma anche con noi stessi, guardandoci dentro e capendo quali sono sia i nostri punti di forza, che le nostre debolezze.

Fatto ciò, è poi necessario lavorare sui propri “punti critici”, per trasformarli da limiti in fattori distintivi che rendano ogni nostra azione unica, autentica: in questo percorso può aiutarci la resilienza.

 

La resilienza non è una semplice resistenza agli episodi difficili della vita.

In realtà va ben oltre: è una capacità di crescita, un processo dinamico che porta una persona a trasformarsi, evolversi, prendere coscienza di possibilità prima ignorate e avvicinarsi così alla propria realizzazione nonostante le condizioni avverse in cui potrebbe trovarsi.

Alcuni esempi di resilienza sono coloro che, di fronte ad una perdita o ad una malattia, riscoprono valori importanti prima trascurati, riappropriandosi della propria identità e del proprio tempo.

Oppure chi è privo di occupazione e riesce a reinventarsi, facendo emergere abilità, risorse ed aspirazioni che non aveva avuto il coraggio di perseguire prima.
Anche chi commette degli errori a causa dei quali è costretto a rivedere la propria opinione di sé e il suo rapporto con gli altri potrà rielaborare tutto questo con maggior successo proprio grazie alla resilienza.

La vita, a volte, può metterci in difficoltà in vari modi: un caro amico che si allontana da noi, un litigio che incrina i rapporti con qualcuno per noi molto importante, una scelta professionale che non si rivela fortunata quanto sperato…

Eppure, chi coltiva un atteggiamento resiliente è comunque capace di superare i propri limiti e camminare a testa alta in mezzo ad ogni tempesta, fino ad approdare al porto sicuro da cui potrà ripartire più forte e fiducioso, grazie ad una maggiore consapevolezza di se stesso e all’esperienza acquisita.

sviluppare la resilienza

 

Come possiamo sviluppare la nostra capacità di resilienza? Vediamolo insieme attraverso 3 esercizi.

 

3 esercizi per sviluppare la resilienza

Ecco alcuni esercizi utili per potenziare questa dote così importante per una vita felice:

  1. Essere resilienti vuol dire, prima di tutto, essere flessibili, perciò alleniamo la nostra mente ad accettare modi di pensare e agire diversi dai nostri: cerchiamo di affrontare ogni giorno qualcosa di nuovo, a cui non siamo abituati, mettendo alla prova la nostra capacità di adattamento a circostanze insolite.Siete persone razionali, che organizzano tutto minuziosamente da quando si svegliano a quando rientrano in casa la sera? Provate a cimentarvi in qualcosa che richieda spontaneità, creatività e che faccia leva più sull’istinto che sulla riflessione, come un corso di danza o suonare uno strumento musicale.
    L’importante è mantenersi aperti al confronto e alla scoperta.

  2. Impariamo a lasciar andare ciò che non possiamo controllare.
    Al giorno d’oggi le nostre vite scorrono con ritmi frenetici: abbiamo bisogno di agende o note digitali per ricordare tutti gli impegni della giornata, sul lavoro abbiamo i minuti contati tra riunioni, pratiche e incontri, a volte ci lamentiamo persino che i supermercati chiudano troppo presto perché non riusciamo a fare la spesa entro le 21.00.
    Per districarci in questa corsa continua, la mania di controllo è quasi diventata un’esigenza: basta che uno dei nostri piani salti per scombinare tutto il resto, con un effetto domino. Si arriva così a situazioni che turbano la serenità propria e altrui: pensiamo, ad esempio, a quanti genitori cercano di imporre ai figli decisioni fondamentali come la scelta del percorso di studi o del lavoro solo per mantenere il controllo delle loro vite, anche se con intenti protettivi.Eppure, dovremmo ricordarci che la vita non segue le nostre istruzioni: possiamo pianificare le giornate quanto vogliamo, ma non potremo mai mantenere ogni elemento sotto controllo.
    La cosa più saggia da fare, oltre che ad accettarlo, è imparare a gestire ciò che ci accade con calma e concentrazione, piuttosto che arrabbiarci o andare nel panico quando qualcosa va diversamente da come ci aspettavamo.
    Solo cavalcando gli eventi potremo vedere le opportunità di crescita che nascondono.

  3. Coltiviamo la bellezza nella nostra vita: prendersi del tempo per ammirare un paesaggio, andare ad una mostra d’arte, disegnare, fare giardinaggio, avere cura di sé con un bagno caldo rilassante, un appuntamento dal barbiere o una manicure dai colori vivaci sono tutti modi per ricordarci che la vita regala momenti sereni a chi sa vederli nonostante le difficoltà.
    Possono sembrare piccolezze di poco conto, eppure sono proprio le piccole cose a fare la differenza quando tutto sembra girare storto: la bellezza, in tutte le sue manifestazioni, può aiutarci a sviluppare un atteggiamento più resiliente e positivo.

 

Applicandoci quotidianamente in questi piccoli e semplici esercizi riusciremo, col tempo, a maturare la flessibilità mentale necessaria per sviluppare la nostra capacità di resistenza, trovare nei nostri errori degli insegnamenti positivi e, soprattutto, impareremo a fare frutto di tutto ciò che la vita ha da offrirci.

 

“La resilienza non è solo la voglia di sopravvivere a tutti i costi, ma anche la capacità di usare l’esperienza maturata in situazioni difficili per costruire il futuro.”
Andrea Fontana

 

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