La bellezza è nell’occhio di chi guarda?

LA BELLEZZA È NELL’OCCHIO DI CHI GUARDA?

Forse qualcuno di voi ricorderà una ricerca pubblicata lo scorso anno dall’Università del Kent e presto diventata popolare in rete perché rilanciava un tema eternamente attuale: quello della bellezza.

Lo studio, grazie a un programma informatico di norma usato per elaborare l’identikit dei ricercati, giunse ad individuare l’uomo e la donna ideali più belli del mondo.

Il team di scienziati – guidato da Chris Solomon, esperto di mappatura facciale – ha rilevato che quando si tratta di volto maschile, le donne prediligono un viso dai tratti più aggraziati, a differenza degli uomini che reputano più attraente un profilo più mascolino. Quanto al volto femminile, invece, le donne reputano più bello un viso dall’aria più attraente rispetto a quello apprezzato dagli uomini: labbra piene, viso affilato, zigomi alti.

Quel che ci interessa, non è tanto l’esito della ricerca in sé quanto piuttosto la motivazione che l’ha indotta.
Cosa fa sì che un oggetto, un paesaggio, una persona siano definiti belli? Quali sono gli ingredienti o i canoni che concorrono a creare questa bellezza? Queste domande non sono di certo nuove. Filosofi, psicologi e artisti s’interrogano da secoli su questo punto.

 

bellezza

 

Leibniz, filosofo e matematico del ‘600, ha dato una ragionevole e laconica risposta:  “la bellezza è un non so che”.

Quando ammiriamo un’opera d’arte e ci viene chiesto se l’apprezziamo siamo capaci di rispondere in maniera netta: o sì o no. Ma questa sicurezza vacilla se ci viene domandato perché l’opera ci piaccia o meno, tanto che si finisce per rispondere con un serafico “non lo so”. Vediamo immediatamente se una cosa ci piace o non ci piace ma non vediamo con altrettanta rapidità e chiarezza il perché quella cosa ci piace o non ci piace.

Sollecitando i sensi, la bellezza sollecita anche il pensiero e lo spirito e quindi l’eros. Oggi eros si riferisce alla sfera della sessualità, ma per i Greci indicava il fervente desiderio di raggiungere l’eccellenza e di approfondire il viaggio della vita. Un desiderio potente, che si manifesta nel tentativo di andare oltre, di superare i propri limiti per alzare sempre un po’ più in alto l’asticella della realtà.  Volendo spiegare  cosa intendesse per “essere artista”, Van Gogh ha aggiunto un significato a questa parola, quello di una ricerca che non ha mai fine: “Sto cercando, sto lottando, ci sono dentro con tutte le mie forze”.

Oggi, il significato originario della parola eros ci viene restituito grazie ad uno dei più affascinanti intellettuali e scrittori del panorama italiano: Igor Sibaldi. A suo dire, l’eros è il maggiore sistema della psiche umana, quello da cui dipendono tutti i nostri desideri e le nostre capacità intuitive e creative. Un tempo era il nome di un Dio e indicava, oltre all’energia sensuale, anche la vastità della mente, l’impulso alla libertà e alla conoscenza, poi represso e falsato in età adulta.

Nel libro Eros e Amore, Sibaldi spiega che “l’Eros non è suscitato necessariamente da una persona, bensì dalla bellezza, non importa di chi o di cosa, e dalla sapienza; e quanto più grande appare ciò in cui si scorgano bellezza o sapienza, tanto più grande è lo slancio che l’eros imprime”.

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Perché abbiamo paura di amare?

Paura di amare

La paura di amare è una delle caratteristiche della nostra epoca. Quali sono le cause?

A prima vista, non si direbbe che amore e paura possano avere qualcosa in comune. In apparenza, niente sembra legarle. All’amore, infatti, associamo un sentimento positivo, tanto più che spesso lo indichiamo come unica ragione di vita. Al contrario, della paura non abbiamo una buona considerazione e finiamo per scansare tutte quelle situazioni in cui, in qualche modo, percepiamo di essere di fronte ad un pericolo, sia esso reale o solo frutto della nostra mente. Come si legano allora paura e amore?

Avete mai sentito parlare di philofobia? In psicologia è l’espressione che si usa per indicare il timore di essere coinvolti in una relazione amorosa. Un bel guaio, direte voi. Già, perché mentre la fobia dell’altezza, quella degli spazi chiusi o quella, ancora più comune, dei ragni, sono facilmente aggirabili,  lo scotto da pagare per chi è spaventato dall’amore è ben più alto. Se siamo disposti ad accettare che ogni amore, parafrasando la scrittrice Margaret Mazzantini, ha una paura dentro, è di fronte alla paura dell’amore che ci troviamo più impreparati.

Nella relazione amorosa, la grammatica della paura non ha una voce sola. Diversi e vari sono i meccanismi che possono scatenare la reticenza a portare avanti un rapporto a due.

paura di amare

Si ha paura di essere traditi, feriti e abbandonati. Quando si ama, la persona amata non può reggere il confronto con nessun’ altra. È l’unica che vogliamo mettere al centro del nostro universo e l’unica capace di renderci felici. Per questo il tradimento fa così male: perché ci costringe a fare i conti con la cruda realtà che, per il nostro universo, noi non siamo che una minuscola pagliuzza.

Si ha paura di sbagliare e di commettere errori di valutazione. In un articolo del New York Times di qualche tempo fa, lo scrittore Alain de Botton rivelava che una delle cose di cui abbiamo più paura e che facciamo di tutto per evitare – anche se vanamente – è il timore di sposare la persona sbagliata.  Questo perché raramente, prima del matrimonio, siamo disposti ad approfondire le nostre complessità. Secondo lo scrittore, ogni volta che i rapporti occasionali minacciano di rivelare i nostri difetti, diamo la colpa al partner mandando così all’aria la storia. Uno dei privilegi dello stare da soli è crogiolarsi nella convinzione che vivere con noi stessi sia estremamente semplice.

Si ha paura di impegnarsi perché anche la paura d’amare, come tutte le fobie, implica una perdita di libertà.
Il sociologo Zigmut Bauman, in proposito, parla di amore liquido, volendo alludere alla fragilità dei vincoli affettivi che non conoscono più la gioia delle cose durevoli, alla ricerca di appagamento che però non è mai soddisfatta, alla lacerazione tra il desiderio di emozioni e la paura del legame.

Igor Sibaldi, uno dei più grandi filosofi ed esperti nell’ambito della psicologia del profondo, adduce anche un’altra motivazione. La paura di amare sarebbe alimentata dalla segreta insofferenza per il proprio modo di vita.

Il pauroso d’amore sente che tutto ciò che ha già gli è odioso, ma teme che gli sia odioso a tal punto da scatenargli incontrollabili pulsioni distruttive. Per questo mantiene i propri livelli emozionali al di sotto di una certa soglia: meglio non conoscersi che scoprire in se stessi chissà cosa”.

Quella grande forza a cui diamo il nome di amore è un potente strumento di conoscenza di chi realmente siamo. L’altro diventa lo specchio attraverso il quale poterci riflettere con il rischio di vedere un’immagine che non ci piace perché lontana da come l’abbiamo sempre pensata.

Per questo la paura d’amare è paura di perdere la bussola, di inoltrarsi in un viaggio di cui non sappiamo quale sia la meta, di intraprendere un percorso in solitaria in cui non possiamo contare su nessun compagno di viaggio se non noi stessi. Ma siamo sicuri che ne valga davvero la pena? O, nel rinunciare a indagare noi stessi, non stiamo facendo altro che mettere un freno al nostro genio?

A questa e ad altre domande sull’amore e sull’eros, Igor Sibaldi –  filosofo e autore del best seller Eros e Amore – ha risposto nell’ambito del suo workshop LE SCOPERTE DELL’EROS.

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